Solitudini

Angela Greco

Testi tratti da:
All’oscuro dei voyeur
Prefazione di
Franco Pappalardo La Rosa
Lecce, youcanprint, 2019

II
(solitudini)

1.

Salomè decide per se stessa. Chiede la sua testa;
non basta il vassoio d’argento a contenere il disgusto.
Lui è bellissimo; ha il fascino di chi comanda.
Salomè danza con il macabro pegno ai suoi piedi.
I commensali hanno voltato le spalle. Salomè danza
tra veli e sfumature di rosso. Gli occhi orientali ridono.
(Non è stata mia madre. E neppure il Battista.)

Erode la guarda e sotto la tunica accade qualcosa.
Salomè danza sempre più vicina. I veli annuvolano il cielo;
nel Palazzo fremono preparativi per la festa.
Hanno pranzato insieme un tempo, ma ora è diverso.
Le vesti bianche contrastano ferocemente i pensieri;
si definiscono i dettagli dell’imminente cambiamento.
Il tempo è propizio alla congiura.

(Danzi solo per me, Salomè?)
Ride Erode della retorica e della bella fanciulla;
la prossima testa a cadere sarà la sua e lui lo sa.
Salomè danza. Danza e aspetta.

 

*

 

2.

Cecilia venne tratta dal marmo nella stessa posizione
del martirio e del collo segnato dalla spada.
Il volto della fanciulla si può solo immaginare.
Del coraggio si sente ancora voce ferma e fiera.
Ogni giorno ha il suo santo che canta.

Lo sguardo al cielo non è facile se soffri di cervicale;
Pietro ha sofferto non poche esitazioni lungo il cammino
eppure mia madre non ha mai smesso di seguirlo.

Un fado portoghese racconta solitudine
davanti allo specchio le dita intrecciano note
e la fisarmonica riempie la stradina inattesa.
Ho guardato la luna pochi passi prima;
tra le foglie di basilico si nasconde il mare.
Che attinenza abbiano i santi con il vecchio paese
lo sanno soltanto quelle note e la stessa luna, sempre lei.

L’anziano musicista si guarda allo specchio
per farsi compagnia.
La casa ha l’uscio socchiuso su una calla bianca:
è appena fiorita l’immagine della sera
ma a lui importa soltanto il suo ricordo.
Esco dalla casa difronte per incontrare la sua donna;
sono in molti a pensare che lei non ci sia più
eppure la musica l’abbiamo ascoltata tutti.

«Lasciami i santi a cui raccontare bugie»
non ha tutti i torti la fisarmonica.
Mentre il fado raggiunge il mare
stridono le pietre
nella manovra che ci riporterà a casa.

 

*

 

3.

Il vecchio studio è un dipinto famoso:
l’archivio metallico rintocca a ogni ricerca
e il tarlo spezza le gambe. Il tavolo non regge più
la poltrona è orlata di buchi, la lampada intermittente.
Edward costruisce fondali e lame di luce nell’attesa.
Colori svenduti in questi giorni distopici.

«Non m’incontro più nemmeno allo specchio.
Sfuggo nel punto d’ombra dietro la solarità
e in pochi conoscono l’assenza che mi abita.
Il riflesso appanna i bicchieri buoni.
Appartengo ad altri luoghi, altre modalità,
all’estenuante ricerca, alla parola non ascoltata.»

«Continua a guardare nella direzione del vento,
forse è da lì che torneranno gli occhi lucidi
e i venditori di occhiali non potranno opporsi.»
C’è tempo per ritrovarsi. Adesso è un altro tempo;
lascia che incomba un silenzio di risurrezione.

 

*

 

4.

Nel deserto aree di servizio lasciate alla polvere
fanno rifornimenti inutili di umanità fuori servizio.
Scivolano sui tetti le ambiguità della sera: non mi fido
di troppi sguardi, del rifugio del peccatore, della sedia
lasciata a guardia dell’ingresso principale alla controra.
Il vento di ponente intasa le tasche di sabbia.
Preme la voglia di arrendersi sempre più spesso,
di anestetizzare il gesto, di zittire il proseguimento
di questa impresa fallimentare, del disequilibrio tra
uscite ed entrate, del debito con l’insicurezza.
Luglio non ha colpe del silenzio che disanima il torace.

Una pioggia ìmpari di sete e controsensi annacqua quest’ora;
il canadair superstite sorvola disattenzioni premeditate,
mentre al largo combatte il mare. Dimenticati gli esiti
si raccattano parole per imbrogliare l’attimo.
Tornerò ad abitare agli esordi della pietra, graffiando
pareti future d’uomini e animali che si negano a vicenda.
Vagisce il distacco dall’appartenermi: metà agosto
ha infiammato tutto quello che rimane.

 

*

 

5.

Eliminata ogni scenografia, il nero del fondale rivela
la presenza dell’intruso incapace di celare l’inganno.
Dice di voler polverizzare un ego di troppo, ma di fatto
l’unica presenza sulla scena illuminata dal basso
ingigantisce mostruosamente l’ombra di se stesso.
Ha dimenticato spirito e cuore dietro le quinte,
il ricordo di una guerra da cui è fuggito lo tormenta,
vacilla e tira alla sua riva stolti ingranaggi d’ossa
male oliati di solitudini. Poi una punta e una scia
ronzante d’aria compressa fa impazzire flipper e palline.
Cosa accade dietro il sipario Edward non può saperlo.

Scende la sera. L’ultimo ha chiuso la porta.
Figure nere tatuano la quinta del sordo;
negli spazi lasciati liberi si può sostare.
Preoccupa l’ultimo spettacolo. Se sia finita
quell’unica guerra quotidiana non saprei;
nella somma di tutte le altre in questa,
c’è solo da dirsi ancora vivi.

2 pensieri riguardo “Solitudini”

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