Il protocollo pœtico

Questa è la procedura, più o meno
(vedi tu qual è il più e quale il meno)

Ti fai stampare un libro (pubblicare è assolutamente fuori luogo, lo sai benissimo, anche se continui a ripetere in giro e a scrivere nel tuo curricolo, ormai chilometrico, strabordante di titoli-premi-presentazioni-recensioni, che tu sei uno che ha pubblicato).

Paghi (anzi hai già pagato, almeno la metà dell’importo: un investimento auspicato dalle numerose sollecitazioni-aspettative dell’ambiente e benedetto dall’entusiasmo di coniuge, figli e parenti assortiti quando hai mostrato loro la ricevuta del versamento).

All’arrivo del pacco provvedi subito a saldare in un’unica soluzione, come da contratto, quanto è del rimanente: sei una persona precisa, civile e onesta, tu, ma anche previdente, sai bene che alla prossima editata avrai uno sconto supplementare del dieci per cento sull’ammontare totale e dieci copie in omaggio, tutte per te.

Apri, guardi le copie ma solo per contarle (cento: non ne manca nemmeno una! e tutte fascettate e cellofanate!); e poi anche le altre (cento!) che hai comprato a prezzo di favore: eh sì, bisogna proprio ammetterlo, a un autore del tuo calibro non si può negare niente, è un onore per tutti gli stampeggiatori professionisti averti nel loro catalogo, cioè nel loro albo clienti.

Inizi a sfogliarle, ti interessa verificare subito che le prefazioni e le postfazioni siano impaginate a dovere. Sono doppie entrambe, stavolta; e in effetti questa tua ultima “fatica” le meritava proprio: gli amici, del resto, sono diventati davvero tanti, in perfetta consonanza di parole e di opere col crescere esponenziale della tua fama; e poi diciamolo, tanto rimane tra noi, pagando un’aggiunta alla tangente convenuta, ti sei potuto permettere sul contratto (eddàì, sei veramente forte! sai bene che solo ai pœti ormai affermati e riconosciuti viene proposto un contratto come quello che hai firmato tu!) l’opzione – riservata unicamente ai grandi, e tu lo sei da tempo – di un “supplemento critico”.

Non le leggi nemmeno: sai bene che ci sono scritte le stesse esilaranti e mirabolanti cazzate che scrivi anche tu quando gli amici si trasformano, da studiosi attenti dei tuoi eccezionali parti pœtici, in autori in proprio, creatori di altrettante e altrettali meraviglie.

E adesso, subito al lavoro: devi firmare tutte le copie e aggiungere la formula di rito, il messaggio farlocco ai destinatari, l’immensa platea dei tuoi lettori: “Con grande affetto e stima. Ti penso sempre e spero tu stia bene. Sarebbe veramente gradita una tua preziosissima recensione, della quale ti ringrazio anticipatamente”.

Vai avanti, ci sei quasi: riponi con cura ogni libro nelle duecento buste affrancate che hai già provveduto a comprare da giorni (bisogna sempre portarsi avanti col lavoro, e tu sei uno che davvero non si risparmia!).

Apri il file dove conservi gelosamente gli indirizzi di tutti i tuoi contatti e riportali sui pacchetti (mi raccomando: all’interno del riquadro “destinatario”!): è una inutile rottura di balle, lo sai anche tu, ma il protocollo va rispettato senza tralasciare nulla; e poi, come si dice?, per la gloria questo ed altro.

Visto che sei ancora al computer, procedi senza perdere tempo con gli ultimi step: converti in formato pdf il documento che contiene la bozza del tuo capolavoro e fanne qualche centinaio di copie da inviare a tutti i blog della rete, anche e soprattutto a quelli che non hai mai letto – perché tu sei uno che scrive, no?, e allora che bisogno hai di leggere?

Sei stanco? Ma dài, non vorrai mica fermarti proprio ora? Ricordati che stai lavorando per il futuro della poesia e della letteratura. Da bravo, riprendi fiato e poi, a operazioni concluse, ti potrai concedere una meritata pausa.

Sei pronto? Bene: aggiorna subito il profilo e i contenuti di tutte le pagine social registrate a tuo nome. Mi raccomando: la copertina del libro in bella evidenza, fronte e retro, e stralci significativi delle prefazioni e postfazioni, con i nomi degli estensori in grassetto. Vedrai, nel giro di pochi secondi, sarai letteralmente sommerso di like, faccine e cuoricini come mai prima d’ora. A proposito: hai mai pensato di contarli e di farne un report da inserire nel tuo curricolo?

Passiamo ora alla fase più delicata di questo cursus (dis)honorum: premi e concorsi, inviti e letture: un capitolo che non puoi assolutamente trascurare, ne va della lunghezza del curricolo e della consistenza del medagliere. Ti sei reso conto che con gli ultimi due libri (ricordi? avevi acceso un mutuo per farteli stampare) hai portato a casa appena una Menzione Speciale della Giuria ai premi “Sagra del Tuorteno di Casagiove” e “Casorezzo in punta di rima”, e una magra consolatoria Targa Fedeltà (dopo diciotto partecipazioni!) al “Fiera di Casalanguida”? Non ti sei accorto che Amodio Placido, Serenella Fischietti, Eraclio Vigorelli, Beatrice De Laudis e Episcopo Cantalamessa sono ormai a una manciata di titoli da te? Per non parlare di Celeste Marina Costa, Luigino De Meis, Matteo Salvino Sboroni e chi sa quanti altri che ti fanno ciao ciao dal lunotto posteriore già da qualche anno… Devi correre ai ripari, e subito, prima che sia troppo tardi e che, insieme ai tuoi numerosi lettori ed estimatori, anche coniuge, figli e parenti assortiti ti tolgano il rispettoso saluto, confinandoti per sempre tra le sabbie dell’oblio o nella palude dei ricordi molesti.

Cerchiamo di capire cosa si può fare in concreto. Vedo che hai messo a portata di mano sulla scrivania il “Prontuario dei premi e dei concorsi letterari del belpaese”, l’ultima edizione aggiornata, e ne hai già cerchiati parecchi, con almeno quattro, a quanto pare, ben rimarcati in rosso; è facile immaginare che le copie necessarie sono già pronte per la spedizione. Non è così? Ecco dunque il primo errore che devi assolutamente evitare: come ti succede sempre più spesso negli ultimi tempi, continui ad essere molto precipitoso, non rifletti sul da farsi, e pensi di andare comunque sul sicuro indirizzandoti immediatamente verso i feudi personali degli amici. Massimo Pagliacci, Guidobaldo Farseschi, Oronzo Carnevali e Clementina Quaresima, i prefatori-postfatori del tuo ultimo libro, presiedono rispettivamente i premi, che tu hai subito accuratamente segnato, “Casaleone in versi”, “Casalbordino Duemila”, “Le Stelle di Casaleggio” e il “Sant’Onofrio di Casacalenda”. Non ci vuole molto a capire che i quattro pacchi che vedo lì in un angolo, pronti per l’ufficio postale, hanno proprio quella destinazione. Stai dimenticando, però, che al “Casaleone” partecipa il Farseschi, che ha appena pubblicato sul suo blog un saggio critico sull’opera omnia del Pagliacci; che al “Casalbordino” partecipa Carnevali, che ha appena recensito l’ultimo libro del Farseschi; che al “Casaleggio” partecipa la Quaresima, che negli ultimi tempi fa coppia fissa col Carnevali; che al “Casacalenda” partecipa il Pagliacci, al quale la Quaresima ha dedicato un sentito encomio per la sua pluriennale attività a favore delle lettere nel corso della presentazione, con beveraggio e ammiccamenti annessi, del suo ultimo libro. Capisci da solo che quest’anno la primavera ti direbbe male, visto che le tue ultime recensioni pagliaccesche, farsesche, carnevalesche e quaresimali risalgono a un paio d’anni fa: partecipando a questi concorsi, al massimo ritireresti un premio alla carriera (il che significa che ti hanno già scaricato). Quindi, aspetta la vendemmia, come suol dirsi, è l’autunno la tua stagione più propizia: il Pagliacci, il Farseschi, il Carnevali e la Quaresima presiedono anche, nell’ordine, il “Tufo d’Oro” di Casabona, il “Monti Tifatini in Rima” di Casapulla, la “Risottata in Versi” di Casalino e il “Piaghe di San Rocco” di Casella. Premi che non hanno il prestigio e il riscontro eurifero dei precedenti, questo è vero, ma fanno comunque la loro porca figura e tu, secondo me, hai buone possibilità, partecipandovi, di fare l’en plein con un paio di primi posti e un paio di piazzamenti appena a ridosso. E’ così che si allunga, il curricolo, con riconoscimenti in serie elargiti da giurie tanto specchiate e probe quanto competenti.

Vedo che annuisci, ti sei reso conto che la procedura che ti propongo è l’unica strategia possibile nelle condizioni in cui ti trovi. Resta il fatto, e ne converrai anche tu, che da questa situazione bisogna uscire, altrimenti rischi di sprecare l’onorata carriera che hai costruito in tutti questi anni. Ti ci vedi a invecchiare passando il tempo a lucidare coppe e medaglie del buon tempo che fu? Vuoi morire col rimorso di non aver fatto abbastanza per rimpinguare la bacheca che fa bella mostra di sé in salotto? Non sia mai! Seguimi allora, perché ho la ricetta che fa proprio al caso tuo.

Negli ultimi tempi, facendo uno sforzo terrificante e consumando un’intera confezione di Plasil compresse, ho letto tutti i ventitré libri che hai prodotto finora: un’esperienza drammatica, urticante, che comunque non rifarei e che non auguro a nessuno. L’unica consolazione è che mi hai dato, involontariamente, la possibilità di scoprire una mia allergia latente al metoclopramide.

Veniamo a noi: hai scritto per anni una quantità esorbitante di cazzate irredimibili, sempre le stesse frasette idiote e mielose di libro in libro, un universo asfittico saturo di frasi fatte, di sentimenti a buon mercato, di immaginette muffe, prive di vita: l’infanzia felice in campagna, i fiori e gli uccelli tutt’intorno, il dolore per la morte dell’adorato canarino, il paesello natìo, mammà e papà che si amano e ti amano tanto, la dipartita del nonno prediletto, l’adolescenza, la prima cotta, e poi gli studi, gli amici, la vita da pendolare, le ore di attesa alla stazione, il monolocale, le seghe notturne, il frigorifero sempre vuoto, le cene consumate fredde solo come un cane, e questo mondo di merda che non ci fa essere felici come meriteremmo, e via via di questo passo, con un po’ di robette di circostanza politicamente corrette, ma solo raramente e a piccole dosi, l’amore per il prossimo, la riscoperta di dio, la dolce memoria della prima comunione e della cresima e quella a tratti assillante e pungente di una vocazione religiosa andata a ramengo chi sa come e perché. Tu mi dirai che Pagliacci, Quaresima & Co. non scrivono niente di diverso, ed è pure vero, ma quelli sono molto più furbi di te, sanno aggiornarsi, sanno annusare l’aria che tira e andare nella direzione giusta: proprio quella che devi imboccare anche tu.

In breve: devi rifarti il look, trovare forme e contenuti nuovi, all’altezza dei tempi e, soprattutto, devi necessariamente dare un’impronta internazionale al tuo profilo e al tuo verseggiamento pallido, assorto e ormai quasi definitivamente smorto. Iniziamo da qui. Devi recuperare, anche pagando, un po’ di persone, del giro e fuori dal giro, che conoscono e masticano le lingue straniere, almeno una ventina: affidi un testo o due ad ognuno di loro e te li fai tradurre. Se bazzichi per qualche giorno l’università, tra gli studenti di lingue fuoricorso ne trovi tanti che per dieci-venti euro ti versionano anche in uzbeko. Raccolti i frutti di cotanta gratuita seminagione, inizia a pubblicarli su blog e social vari (è il tuo ambiente quello, dopo tutto) con preghiera (la formula la conosci, è la stessa delle dediche ad personam) di condivisione e diffusione. Intanto, man mano che le tue stronzate appaiono anche in altri idiomi, tu aggiorni il tuo curricolo: “le sue opere sono tradotte in ventiquattro lingue”; “è in corso una traduzione in ungherese del suo ultimo libro” (per cinquecento eurini hai sicuramente trovato un povero cristo che, pur di mangiare, si è accollato le versioni magiare dell’intera ciofeca). E amen, anche questa è fatta. Ma non basta…

(continua, purtroppo…)

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21 pensieri riguardo “Il protocollo pœtico”

  1. A me è irrimediabilmente tramontata ogni velleità. Dopo 12 anni 12 di peripezie avvilenti nel mondo degli editori, sono riuscito a pubblicare la mia opera prima, prima e ultima. E parlo del lontano 1999 o giù di lì. Scrivere non serve a nulla, preferisco portare il cane a spasso e aiutare chi me lo chiede…

  2. Incredibile…oh….che mondo :(

    Come lettrice, più o meno accanita, io acquisto spesso libri scritti da persone sconosciute e che non hanno vinto premi.
    Posso dire che nell’80% dei casi sono rimasta sopresa e entusiasta da ciò che ho letto, da nuove scritture, racconti fuori dal solito cliché…
    Molti libri li ho acquistati da persone che seguo, e lo faccio ancora se dovesse capitare che il libro mi chiama: a prescindere da chi lo scrive. Certo, incontro anche delusioni ma non demordo.

    Comunque se questa è la tortura che uno scrittore che cerca di vendere il proprio libro deve subire…ha ragione Sergio: meglio portare il cane a spasso.

    Che vergogna però…così si perde tutti e tanto, tantissimo

  3. Ringrazio tramedipensieri, con tutto il cuore.

    Del mio modesto lavoro, sono state vendute quattrocento copie. Ha lasciato la stessa traccia che lasciano le acque del Tevere, quando passano sotto Ponte Garibaldi. Le altre quattrocento, le ho acquistate io. Per evitare che finissero al macero. La piccola e talentuosa casa editrice ha chiuso i battenti.

    Chi ne desiderasse un esemplare, può inviare il proprio indirizzo al 3457858916. Credo all’economia del dono.
    Anche stasera porterò la mia cana, Sally, per le strade del quartiere.

    Per esistere, devi appartenere ed io non appartengo che a me stesso. Nessun rimpianto, nel nome dell’innocenza…

  4. La mia amica Chiara mi scrive: “È tutto vero, purtroppo! Per pubblicare devi pagare e se vuoi farti conoscere, devi essere visibile e pagare ancora… anche con i racconti di Roberto è successo così, ma ci abbiamo dato un taglio, tanto non serve a nulla!”.

  5. Fra tutte le azioni qui suggerite mi manca solamente di comporre qualche imperdibile poesia sulle seghe notturne.
    Provvedo, in modo da contribuire al progresso della letteratura per la parte di mia pertinenza.

    Francesco t

  6. Tanto va la fede alla vita (alla vita reale, s’intende, con ciò che essa ha di più precario), che alla fine questa fede si perde.

    Incipit del Manifesto del Surrealismo

  7. Sono forse l’unico a conoscere il “Premio Casalbordino” che dovrebbe essere dedicato alla famosa “Madonna dei Miracoli” (poetici). Se qualcuno ha partecipato per un primo premio a base di brodetto alla vastese, ventricina e montepulciano sarà comunque perdonato. E se era coppa… Sicuramente ci si riferiva a quella di maiale.

    È davvero triste che molti uomini e donne, anche con una certa rispettabilità nella vita, diventino, indossando l’abito del “sé dicente” poeta, così ridicoli.

      1. Alcuni si, altri no. Come nel caso degli autori. D’altronde in natura esistono i predatori per limitare il proliferarsi degli erbivori. Se tanti “sé dicenti” poeti proliferano chiaro che gli editori predatori cominciano a moltiplicarsi anche loro. È una funzione naturale.

  8. Il mondo è pieno di sedicenti scrittori e di scrittori autentici. Spesso avviene che, a causa di regole mercantili e mafiose, quelli autentici siano ridotti al silenzio e quelli posticci abbiano una visibilità.
    Ringrazio l’autore dell’intervento che mi sono permesso di commentare perché ha detto il vero. Il vero è coraggio.

  9. Beh, se sei figa puoi sempre puntare sull’effetto sorpresa, magari tagliandoti via quell’inutile escrescenza che definisci”cinciallegra”, poeta malefico, ma ti rendi conto di quanti alberi sono stati abbattuti per colpa tua?

  10. Quanta verità. Muoversi, in questo mondo, alla ricerca di vera poesia e di persone umili e vere, è diventata un’mpresa quasi impossibile. Certo, questa specie di poeti sottovalutano i lettori, quelli che non fanno testo, perché non fanno parte della combriccola dei gaudenti gli stessi che si masturbano a vicenda sui vari blog; un dare piacere per riceverne. Loro è la fatica di piazzare quelle che chiamano raccolte e alla fine si leggono tra di loro.

  11. Bellissimo. Come uscirne? 1. Non investire troppi denari nei nostri (inutili) volumetti. 2. Niente Prefazioni o Postfazioni. 3. Ricevere i volumi e dimenticare di spedirli a chiunque. 4. Non sponsorizzare i nostri volumi (inutili) sui blog. 5. Mai iscriversi a concorsi letterari. 6. Mai chiedere recensioni o critiche letterarie.

    Da vivi, con l’arte, non saremo mai nessuno; da morti, con l’arte, saremo solo morti.

    Io ho fatto così e – senza alcun rimpianto- sono stato dimenticato da tutti. Inizio a credere che scrivere non serva a niente. Sarà l’ernia iatale: se leggo poesie (mie o altrui) mi vengono i conati.

    Brutta cosa, davvero. La fregatura è che indietro, allo stato immune da ogni forma di cultura, non si riesce a tornare.

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