Jean-Noël Schifano: Le coq de Renato Caccioppoli

Jean-Noël Schifano pubblica con Gallimard nel 2018 un “récit” (racconto) di fulminante e struggente bellezza, di fine e complessa scrittura, di convinto impegno etico e politico: si tratta di un volume di 102 pagine al cui centro (anche in senso quasi letterale, fisico, da pagina 56 a pagina 71) c’è il famoso episodio dalla vita del matematico napoletano in cui Renato Caccioppoli si fece vedere nel centro di Napoli con un gallo al guinzaglio quale forma di protesta e di dileggio nei confronti della legge fascista che vietava agli uomini di mostrarsi con un animale di piccola taglia al guinzaglio, cosa che, secondo i dettami del partito, ne comprometteva la virilità.

In realtà il libro possiede una complessità compositiva e concettuale che ne fanno, a mio parere, un’opera di raro valore e, inoltre, necessaria in un clima letterario e politico sconfortante qual è quello attuale.
Ne riporto la dedica (non possedendo i diritti di traduzione, ne cito i passi soltanto in francese, ma questo consente anche di ammirare direttamente nel testo originale, almeno per rapidi frammenti, la bellezza linguistica del libro): À Luciana Pacifici – à Luciana Pacifici (Naples, 28 mai 1943 – Milan, wagon plombé pour Auschwitz, février 1944), déportée par Gaetano Azzariti (Naples, 23 mars 1881 – Rome, 5 janvier 1961), président du Tribunal de la race, conseiller juridique de Benito Mussolini et puis, dans la foulée, bras droit juridique de Palmiro Togliatti. Extrême-onctionné d’huiles saintes, il meurt président de la Cour constitutionelle.
Come si vede la scelta di Schifano è chiara e inequivocabile, il lettore si chiede che cosa avrà a che fare Renato Caccioppoli con la bimba ebrea deportata e morta nel vagone piombato.
Ma, alla pagina successiva, ecco una citazione da André Gide: En désaccord avec son temps – c’est là ce qui donne à l’artiste sa raison d’être. Et c’est pourquoi je n’admets guère qu’il n’ait d’autre valeur représentative que de reflet. Il contrecarre; il initie. Et c’est aussi pourquoi il n’est souvent compris d’abord que par quelques-uns (Journal, 6 juillet 1937): ora è chiaro: il racconto si svolgerà sviluppando il Leitmotiv del rapporto tra intellettuali e potere politico, quello dei crimini nazi-fascisti, quello della libertà di pensiero e dell’antifascismo.
Avviandosi infatti da Parigi il lunedì 24 luglio 2017 alle ore 7.30, il racconto mette in relazione il caldo estivo di quella giornata parigina con il caldo ancora più intenso e feroce di quelle stesse giornate estive e delle seguenti a Napoli, per ricordare l’eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 dopo Cristo e riallacciarsi, grazie a un mero calcolo aritmetico (2017 – 79 = 1938) all’anno 1938: in realtà è, questa, una delle caratteristiche più efficaci dell’intero racconto, vale a dire la tessitura sapiente e raffinata, talvolta inattesa e sempre convincente, di relazioni e richiami, di rimandi e riverberi tra storia e mito, suggestioni letterarie e memoria, geografia ed erudizione, parti del testo e altre parti del medesimo testo.
L’io narrante si sta recando verso l’aeroporto: meta, ancora una volta, Napoli. Lungo il percorso incrocia “une ou deux ombres, des formes ténues de jeunes hommes, squelettes, jeans, errants perdus, survivants à peine” (pag. 14), poi una sorta di accampamento in cui i migranti africani vivono in condizioni disumane, quindi discende nella metropolitana “pour reprendre ma route arachnéenne et achéenne vers Naples, l’Averne, le Vésuve, le Pausilippe, saint Janvier, Janus, et le miracle du sang, Mithra et le baptême du sang, Pulcinella, dernier descendant de Léda et du Cygne, le Rameau d’or, Herculanum, Pompéi, la tarentelle nue de mes ménades adorées, tambourins, triccheballacche, castagnettes et tambour à friction à la peau de porc mugissant de plaisir sous le bâton frotté qui la perce, mes folles ménades aux chevelures de jais caressées par les rais de la lune rose, (…), l’Œuf de Virgile, (…), Déméter, ses gallinacés, sa fille Coré devenue la Perséphone piégée par les grains d’une grenade, autant de grains rouges que de jours de l’année dans ce fruit âpre et dèlicieux des Enfers, (…), la Chatte de cendres, ‘A jatta Cenerentola, la vraie, la cruelle, la non-lessivée pour une souriante morale enfantine, la belle vengeresse, la tueuse de marâtre, qui a vu se tourmenter de plaisir Ulysse aux mille ruses, l’assoiffé de connaissance, lié à son mât sous le chant déchirant et melliflu de l’oiseau-sirène aux pattes et aux ailes de faucon, aux seins, aux yeux et aux lèvres de Sophia Loren, Parthénope, qui a vu le bonheur napolitain émousser le désir d’Énée de fonder Rome, et le génial ivrogne Renato Caccioppoli, petit-fils de Bakounine, décrocher les étoiles au-dessus du Vésuve” (pagg. 18 – 20). Si tratta di una sorta d’innamorata rapsodia e di ouverture musicale dedicata a Napoli, stratificata città, ma che, nello stesso tempo, introduce due importanti motivi conduttori: quello dell’uovo e quello della melagrana, l’uno legato anche alla leggenda “dell’uovo di Virgilio” (Virgilio mago avrebbe nascosto nel Castello detto appunto dell’Ovo un uovo che garantisce la vita e il benessere della città finché non dovesse per un qualche motivo rompersi) e a Pulcinella, il bianco “pulcino” (figura letteralmente mitologica e non banalmente folcloristica), l’altro al doppio simbolo di morte e di rinascita del frutto sacro a Proserpina.
L’io narrante atterra a Napoli e prende parte come relatore nell’immenso refettorio del Chiostro di Santa Chiara a una celebrazione (seguita da una cena di gala) degli “œufs de bufflonnes“, l’oro bianco di Napoli (la mozzarella di bufala, cioè – le “uova di bufala”) e leggiamo pagine in cui la mente associa luoghi, ricordi, immagini, da Rudolf Nurejev alla leggenda di Ulisse, delle Sirene e della Sirena Partenope: “Oui je sais qu’en écrivant je dévie, dérive, déraille” (pag. 23 – portiamo con noi questa vera e propria dichiarazione di poetica, non dimentichiamola mai durante la lettura) ed è, anche, la temperie “barocca” di Napoli, l’accumulo e la stratificazione storici, mitologici, culturali, il labirintico andare della fantasia e del pensiero, la disponibilità a perdersi nei vicoli come ci si perde nei mille rivoli della creatività e della mente, la connessione intima tra gli studi matematici caccioppoliani e la labirintica natura della città partenopea.
E, in verità, Caccioppoli entra per intero nel racconto con il suo suicidio, avvenuto venerdì 8 maggio 1959 con una Beretta 7.65 che il matematico appoggia alla nuca frapponendo fra sé e l’arma un cuscino, come a voler dare attuazione alla propria teoria del “suicidio modello” che aveva illustrato tre giorni prima nella pizzeria Umberto ai compagni di partito. Schifano ne racconta poi l’ultima lezione all’Università Federico II: Caccioppoli arriva con mezz’ora di ritardo, è come al solito ironico nei confronti dei propri allievi, rigira tra le dita il gesso spezzandolo più volte, fuma una decina di sigarette, compie cento volte cento passi tra la cattedra e la prima fila dell’emiciclo, ripete formule incomprensibili tranne il vocabolo “magique“, “avec de grands gestes des bras perdus dans leur manche, comme les membres désarticulés d’un pantin brisé, la main droite écrasant des craies, un quart d’heure avait passé, il avait disparu dans son imper clair, froissé, aux bords élimés, où il manquait un bouton sur deux, L’Unità, quotidien du Parti communiste, planté depuis toujours dans la poche droite, en titubant, ivre, droit et toujours digne.
Il a vécu en Napolitain. Il est mort en Russe” (pag. 30).
Figlio del grande chirurgo Giuseppe Caccioppoli e della figlia di Mikhail Bakunin, Giulia Sofia, Renato “passe son enfance au milieu des noisettes, la nux avellana en latin” nella piccola città di Avella a nord est di Napoli e a questo punto Schifano scrive un’altra pagina affascinante per musicalità e intrecci, compone una sorta di sinfonia con le “quattro A” dei borghi (Avella, Aversa, Atella e Acerra) che coronano l’ingresso a Napoli, conduce un gioco molto serio con l’etimologia (per esempio: Aversa è “l’avversa” a pag. 31), fino, sempre nella stessa pagina, ad affermare “c’est ici la terre des feux où se brûlent les poubelles de l’Europe et s’empoisonnent des populations entières pour enrichir la camorra d’État, c’est ici le berceau de Pulcinella, des rébellions par l’ironie“.
La scrittura di Schifano sembra esaltarsi quando, con un sistema di montaggio e di analessi, rievoca episodi della vita di Caccioppoli, costruendo quindi non una biografia, ma una rapsodia dell’esistenza (e della morte) dell’ “urticant genio” (pag. 50): “Caccioppoli qui vit dans le palazzo Cellamare, rose et blanche demeure des XVII et XVIII siècles stratifiés, où les architectes Ferdinando Sanfelice et Ferdinando Fuga, entre autre, ont œuvré, castel dominant de sa masse aérienne en équerre tout le quartier San Ferdinando, via Chiaia, un vaste appartement débordant de livres et semé de bouteilles de brandy, du Hennessy livré par caisses. (…) Dans ces lieux où soufflent l’Histoire et le Mythe, où l’imagination incurve la réalité pour la rendre plus vraie encore, ont vécu et créé, comme il le rappelait à ses hôtes avec nonchalance, “ses colocataires”, Giacomo Casanova, Angelica Kauffman, Giambattista Basile, Jacob Philipp Hackert, et Torquato Tasso et le Caravage et Goethe” (pagg. 33 e 34).
Elsa Morante, pur malata, è protagonista di un capitolo del racconto, ironica e tenera, appassionata e forte malgrado il male, ricorda un Caccioppoli affascinante e melancolico, ma più in là ci sarà anche una giovanissima Anna Maria Ortese, spirito molto vivo e pronto ammirato da Caccioppoli (che la scrittrice abbia fatto parte del gruppo di studenti con i quali il matematico s’incontrava volentieri la sera nei vari locali di Napoli e coi quali discuteva di politica è bellissima invenzione di Schifano, così come lo è la barista Tania, in realtà amica dello scrittore francese, ma che nel racconto lavora in un bar “niché sous la muraille du Castel dell’Ovo” – pag. 72 e accoglie, affettuosa e forse innamorata, intelligente e ironica il matematico nelle sue alcoliche ronde serali e notturne).
Ed eccoci che ci avviciniamo all’episodio centrale: la visita a Napoli di Hitler e Mussolini, il 5 maggio 1938, quando tutte le strade sono colme di svastiche, fasci e parole d’ordine dei due regimi.
Lo scrittore francese, proseguendo ad applicare la tecnica del montaggio e dell’analessi, scrive: “Un jour, tout en faisant les cent pas coutumiers devant sa chaire, il introduit son cours sur les irrégularités isopérimétriques en lançant ces mots qui stupéfièrent sont amphi bondé, et muet… ” (pag. 42) – e segue un’appassionata arringa contro il regime la cui esistenza Caccioppoli connette alla conquista garibaldina (Schifano fa sposare al matematico la tesi del Risorgimento come conquista garibaldina e piemontese del Mezzogiorno in accordo con la camorra contro la quale Caccioppoli ha parole di radicale avversione – entusiasmante è l’elenco di luoghi, piazze, strade napoletane che Caccioppoli snocciola con empito di cantastorie niente affatto neutrale nei confronti di quei luoghi e di quei fatti, luoghi tutti dedicati ai vari protagonisti ed episodi del Risorgimento e che condurranno al Plebiscito, avversato fortemente dal matematico in quanto primo passo verso una serie di imposizioni illiberali e antidemocratiche nel Mezzogiorno d’Italia): “-mais avez-vous lu Gramsci?!… Bien sûr que non!…” (pag. 44) chiede ai presenti per poi rievocare la figura del nonno Bakunin e concludere: “Et puis n’oubliez jamais qu’une découverte mathématique, qui dépend fort peu de l’autorité constituée, est en soi subversive, toujours incline à briser les tabous.
À présent, sans Dieu ni Maître, je suis isopérimétriquement à vous!!...” (pag. 46). Ecco: sempre contro l’autorità costituita, sempre contro ogni tentativo di controllo e di “normalizzazione”, di censura e di consenso plebiscitario.
Nelle settimane precedenti il regime aveva emanato il divieto per le persone di sesso maschile di farsi vedere in giro con un cane di piccola taglia al guinzaglio (“Il faut dire que la dictature fasciste, comme, depuis des siècles et des siècles, tous les pouvoirs, politiques, militaires ou religieux, supportaient difficilement l’esprit de liberté que respirent et qu’exhalent le peuple napolitain et sa plèbe. Interdiction de la langue napolitaine. Interdiction du linge à sécher aux fenêtres, balcons, sur tout support extérieur aux habitations. Interdiction de mendier. Interdiction aux hommes de se promener avec un chien de petite race” – pag. 56) ed è così che Caccioppoli chiede al suo allievo prediletto, Carlo Miranda, di procurargli in gran segreto un gallo – cosa che puntualmente accade:
Renato Caccioppoli prend avec délicatesse son animal sous le bras, descend ainsi de son appartement du palazzo Cellamare et, arrivé via Chiaia, il le dépose à terre, avec nonchalante élégance, l’imper ouvert sur une chemise blanche et une cravate Marinella à damier jaune, le pli du pantalon beurre frais impeccable, tout en enroulant le bout de la laisse autour de son poignet” (pag. 58);
Un coq!
‘O genio tient en laisse un coq, et il déambule, léger comme une hirondelle, en regardant le ciel, les vitrines, les gens éberlués mais respectueux tant ‘o genio est connu” (pag. 59).
Splendide anche le pagine dedicate al gallo e alle passeggiate con l’animale per le vie centrali di Napoli, tra l’ammirato divertimento della gente e il pedinamento immediato da parte di due agenti dell’OVRA – sono pagine in cui, di nuovo, Schifano dispiega la sua raffinata arte narrativa che, in questo libro, sembra, sono tentato di scrivere medianicamente, entrare nella mente di Caccioppoli e raccontarla in una maniera trascinante e vivissima. Percepisco evidente l’ammirazione totale nei confronti del matematico napoletano, forse anche la nostalgia per una personalità tanto libertaria di cui ancora oggi ci sarebbe disperato bisogno nell’ambiente accademico e intellettuale d’Europa.
S’innesta alla passeggiata con il gallo al guinzaglio l’episodio (non infrequente) di Caccioppoli che, per le strade della città, improvvisamente si mette a chiedere la carità e che, infine, viene arrestato, poi rimesso in libertà per intercessione, come sempre, dell’amatissima zia Maria (Marussa), professore di chimica all’Università e rispettata dal regime.
E giunge il 5 maggio 1938, tutta Napoli è in agitazione, folla enorme in Piazza del Plebiscito, ovunque simboli e parole d’ordine dei due regimi, Caccioppoli è seduto al caffè Gambrinus con due suonatori di mandolino, ode le grida Duce ! Duce! – “‘O prufessò a soudain bondi de son siège, est sorti du Gambrinus comme un diable de sa boîte, a fendu la foule de son imper, sans égard pour les bibis, voilettes, galurins, fez et se trouve au premier rang au moment précis du passage de la limousine à l’homme noir et à l’homme brun qui tous les deux en même temps ont tendu le bras dans sa direction. C’est alors qu’une voix s’est élevée de la foule, entre deux houles spasmodiques de

DUCE! DUCE! DUCE! DUCE! DUCE! DUCE!

« STA VERRENN’ SI FOR’ CHIOVE!… » (pag. 84)

poi Caccioppoli ritorna al Gambrinus, accolto dalle risa dei due mandolinisti “Prufessò mais tu es vraiment fou!… Leur crier qu’ils sont en train de voir si dehors il pleut!… SI FOR’ CHIOVE!…” pag. 85) ai quali chiede di accompagnarlo mentre canta La Marsigliese: “Et dans le dos de Mussolini et de Hitler qui s’éloignent à lents tours de roues, dans le brouhaha qui s’apaise, tout le monde qui gravite par centaines d’individus autour du Gambrinus entend l’impossible à entendre: La Marseillaise chantée à tue-tête et merveilleusement accompagnée par des roulis, vibratos, claquement d’aigus, battements de mains sur les caisses ventrues et sonores, La Marseillaise chantée ce jour 5 mai 1938, ce jour de gloire, de force, ce jour gaillard pour l’union de fer, de poudre et de sang entre l’Allemagne nazie et l’Italie fasciste en cettes années où les lois raciales sont signées par le Roi Empereur et appliquées par le président du Tribunal racial qui les a concoctées, Gaetano Azzariti” (pagg. 85 e 86). Ed ecco La Marsigliese caccioppoliana secondo Schifano: “Allons enfants de la Patrie / Le jour de gloire et arrivé / Contre nous des deux tyranneaux / la pizza sanglante est brûlée… / Aux armes, citoyens /Allons, allons / noyons les croix blanches et gammées…” (pag. 86). Anche stavolta l’episodio si conclude con l’arresto del matematico, soccorso di nuovo dalla zia, ma Caccioppoli dovrà scontare un periodo di internamento in una clinica psichiatrica, che è il meno rispetto a quello che sarebbe potuto accadergli. In conclusione dell’episodio egli dice a sua zia:
Tu sais, Marussa, la découverte mathématique, qui n’a rien à voir avec l’autorité, est subversive et toujours baise les tabous…” (pag. 92) – in realtà l’episodio della Marsigliese era accaduto la sera del 4 maggio in un locale di Napoli in cui Caccioppoli l’aveva cantata insieme con Sara Mancuso, ma l’impianto e le esigenze del racconto rendono potente e convincente l’invenzione narrativa di Schifano.
Ritroviamo poi Renato Caccioppoli dopo la guerra, sposato con Sara Mancuso, perseguitato dagli incubi, in particolare quello dei bombardamenti (“C’était encore une Naples blessée à mort, une Naples qui avait été sauvagement bombardée par les Américains. La ville la plus bombardée d’Italie. Bombardements de masse. Pluie de bombes” – pag. 93) e da uno, in particolare, che l’eruzione del Vesuvio del marzo 1944 sia stata provocata dalle bombe sganciate nel cratere dai piloti o per una sorta di gara tra di loro o per ordini superiori: in ogni caso il Caccioppoli di Schifano resta il renitente a qualunque autorità, il ribelle, l’uomo che assorbe fin nelle intime fibre del suo sé le violenze della storia e le soffre a un profondissimo livello esistenziale, fino all’autodistruzione, verrebbe da dire. Schifano scrive di aver ricevuto queste informazioni durante uno dei colloqui con Sara Mancuso dei primi anni Settanta: nel suo appartamento del Vomero la donna gli racconta di quando Caccioppoli, contravvenendo alle indicazioni del PCI, faceva lezione in napoletano: “De toutes les universités et écoles de Naples, il fut le seul à transmettre le savoir avec la langue du peuple et de la plèbe… ‘O genio, oui Giannatale, veramente ‘o genio…” (pag. 96).
Le reste est presque silence… C’est Carlo Miranda, le samedi 9 mai, qui a fait l’éloge de Renato Caccioppoli sur sa tombe semblant flotter dans le cimetière de Poggioreale, au-dessus de la ville et de la mer, là-haut, face au Vésuve” (pag. 98): Carlo Miranda dice, tra l’altro: ” ‘O prufessò a choisi de nous quitter après ces derniers jours où entre avril et début mai il faisait cours, toujours ailé de son imperméable blanc cassé, froissé, maculé, mêlant les langues, italien, napolitain, français, anglais, allemand, russe, expressions grecques, mots latins, pour nous murmurer ses formules nouvelles. Il stratifiait les langues et les savoirs comme se stratifient sans trêve les civilisations, à Naples, pour que vive la trimillénaire, l’universelle civilisation napolitaine. (…) Il nous a quitté, soudain, il a décidé en cet acte si peu napolitain, si définitif, si vengeur, si hautain, si désespéré, si désespéré de nous quitter. Libre.
Longue vie à vous, cher prufessò!…” (pag. 101)
Quando intorno al 20 giugno Sara e Marussa si rivedono a palazzo Cellamare (dal giradischi risuonano, strazianti, le note e le parole della canzone Era de maggio), la figlia di Bakunin porge a Sara un biglietto, “les derniers mots en bleu avant la balle dans la nuque… Tiens, Sara, tu peux le garder…

Camarades, comment va mon coq?
……………………………………………….RCaccioppoli” (pagg. 102 e 103).

La definizione stessa (d’autore) di “récit” dev’essere considerata soltanto un punto di partenza, perché si tratta di un testo che, nella sua non grande estensione, si dilata enormemente nel tempo e nello spazio proprio grazie all’invenzione linguistica e all’ibridazione dei generi (racconto, poesia, saggio); il valore dell’opera risiede anche in questo suo immediato e naturale superamento dei limiti di scrittura più o meno tradizionali, senza trascurare il fatto che Schifano scrive con passione totalizzante, creando un registro linguistico che non è un semplice innesto di vocaboli ed espressioni napoletane o italiane nel francese, ma, direi, realizzando una lingua ad hoc per questo libro, anzi, LA lingua necessaria (quella e non un’altra) per Il gallo di Renato Caccioppoli, armoniosa nei suoi registri, vivace, mi vien fatto di scrivere lavica e ribollente, elegantissima senza censurare vocaboli scurrili: da un certo punto di vista ‘o genio incarna anche il genio linguistico napoletano che, partendo da e tornando a una lingua che sembra non aver mai perduto il legame diretto e sorgivo con le cose e con i fatti, accoglie altre lingue, compresa quella, insieme poetica e precisa, inventiva e rigorosa della matematica e l’altra che è sufficiente a sé stessa, cioè la musica – le tirate sprezzanti e adirate da parte di Caccioppoli contro l’idiozia di una legge fascista che vieta l’uso del napoletano, la sua scelta di far lezione in napoletano (la lingua può e sa essere eversiva), il suo passare repentino tra varie lingue e differenti registri linguistici sono i momenti in cui il racconto stesso (il récit) dischiude la sua più profonda anima che è, appunto, il linguaggio con tutta la sua dirompente forza che veicola pensiero. Nella straordinaria visione sovratemporale di Caccioppoli, la napoletanità è concetto fondante del racconto, vera e propria categoria etica e intellettuale, priva di ogni vieto folclorismo e banale luogo comune.
L’arduo tema del rapporto tra la cosiddetta ragione illuministica (di matrice francese e nordeuropea) e la presunta o pretesa irrazionalità mediterranea è un’altra anima del libro – ed è ancora nella figura di Caccioppoli che s’incarna non un conflitto (più o meno insanabile) tra i due versanti, ma in maniera luminosa (seppure a tratti angosciosa e dolorosa) un loro superamento: il Caccioppoli di Schifano, vera e propria energia scatenata e inarginabile, splendidamente caratterizzato tramite il linguaggio e il dialogo più spesso che traverso la narrazione esterna come ho già sottolineato, è il matematico e contemporaneamente il pianista e nello stesso tempo il comunista (esplicitamente antistalinista) e anche l’uomo dolorante e pure il figlio di Napoli e del Meridione, il mendicante e nel medesimo tempo elegantissimo dandy, il nipote di Bakunin e il cittadino dell’Europa libera e antifascista. L’antifascismo di Caccioppoli possiede, poi, un risvolto anche apertamente esistenziale: “preparare il proprio suicidio” è la coerente applicazione dell’irrinunciabile istanza libertaria che non si rinchiude nel privato, ma che si esplica talvolta traverso la volontà di provocare (andare a spasso con il gallo, chiedere la carità); accade così che la Cappella Sansevero, negli anni in cui visse il matematico del tutto ignorata e luogo per lui privilegiato di riflessione e di (laico) raccoglimento, che il Cristo velato si facciano figurae sia della ricerca intellettuale che del tormento esistenziale di Caccioppoli; che gli strali sprezzanti che scaglia contro “le nabot savoyard Petit-Sabre V. E. III dressé sur ses bottes dans la limousine” (pag. 84) si associno a quelli contro i due dittatori e contro chiunque abbia quest’inclinazione vile all’obbedienza cieca (Vox populi, vox cretini commenta Caccioppoli mentre viene arrestato); che le canzoni della classicità musicale napoletana punteggino i momenti di abbandono sentimentale e umano; che la zia Marussa, incondizionatamente amorevole e ammirata nei confronti del nipote, appartenga a una costellazione di figure femminili intelligenti e forti, libere e colte; che i luoghi di Napoli (le Pausilippe et la mer d’Italie di nervaliana memoria, per esempio) vibrino della loro forza evocativa; che i nomi della cultura italiana profilino un’epoca difficile e dolorosa, eppure luminosa proprio grazie all’opera scientifica, artistica, musicale, letteraria dispiegata da quei medesimi nomi. Il racconto può essere infatti letto anche dal punto di vista di una contrapposizione inconciliabile (e così dev’essere) tra libero pensiero e ideologia fascista, tra la banale stupidità dell’oppressione e l’intelligenza dell’ironia e della ribellione. La tragedia violenta e antiumana della storia affonda i suoi artigli in una vicenda anche personale (senza dimenticare che Caccioppoli è stato pure una figura pubblica) che ispira uno scrittore europeo, ma che ci costringe a pensare i nostri giorni, a ripensarli attraverso un Caccioppoli mai arreso, umanissimo genio, mente ancora vivissima dentro una città contraddittoria e sofferente, ancora capace di grandi slanci e di energie vive, necessarie.
Jean-Noël Schifano scrive un racconto totalmente inchiavardato nella realtà di questi nostri anni, innamorato di Napoli e della cultura italiana: e di questo lo ringrazio dal mio più profondo.

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5 pensieri riguardo “Jean-Noël Schifano: Le coq de Renato Caccioppoli”

    1. Grazie dell’intervento: è da lungo tempo che m’interesso alla personalità di Renato Caccioppoli, sì, concordo, davvero straordinaria e da tenere particolarmente presente in questi anni in cui misuriamo quanto poco o nulla abbia fatto il nostro Paese per confrontarsi in maniera seria con il suo passato fascista, conoscerlo e costruire un presente convintamente antifascista.

  1. Da allievo (facoltà di architettura napoli) di ex assistenti universitari di renato caccioppoli non posso non ricordare la tragica vicenda esistenziale di un vero umanista aderente ad una sorta di “comunismo critico” che non faceva sconti a nessuno e a niente: basti ricordare la sua avversione profonda alla ideologia fascista (osò intonare la marsigliese durante la parata neonazista della visita mussolini-hitler a napoli!) e alla ideologia staliniana imperante nel PCI dell’epoca insieme a Francesca Spada e altri esponenti critici dello stesso PCI anni ’50; un mostro di intelligenza a tutto tondo, versatile, profondo, umanissimo. Spero solo che il testo di schifano venga tradotto in italiano per dare a tutti la possibilità di leggere. Per ultimo segnalo il testo di roberto gramiccia: vita di un matematico napoletano, EIR, dedicato a r. caccioppoli.

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