L’espiazione

Oggi il nord del Mali è letteralmente devastato dal banditismo dei nomadi Tuareg e dalla ferocia disumana dell’integralismo islamista. Ogni giorno si susseguono stragi di civili inermi, rapimenti, esecuzioni, sgozzamenti, esplosioni di mine tra i convogli che attraversano le poche piste asfaltate nel deserto, in particolare nei pressi dell’oasi di Boni, dove una volta alla settimana si tiene un importante mercato che richiama uomini e donne da tutti i villaggi della regione.
Gli articoli di Yves Bergeret, che in quelle terre e tra le genti dogon ha vissuto per parecchi anni, servono anche e soprattutto a tenere desta l’attenzione sull’ennesimo genocidio annunciato. Sotto gli occhi accecati di xenofobia e razzismo di un Occidente che è la causa prima di quegli orrori.
(fm)

Yves Bergeret

La scalata espiatoria di Tabi
(agosto 2000)

Tratto da:
Quatre Résurgences
(L’escalade expiatoire de Tabi, août 2000)
in Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

[…] L’estate seguente, mentre cercavo tra continue tribolazioni qualche traccia dei “posatori di segni” sulle rare montagne del Sahara nel nord del Mali, sono arrivato al villaggio molto isolato di Tabi, che sorge tra blocchi rocciosi ai piedi di una montagna tabulare. Non ne conoscevo né l’etnia né la storia. E’ un villaggio dogon Toro nomu, appartenente allo stesso gruppo etnico di Koyo, la cui montagna si erge trenta chilometri più a ovest tra le sabbie. Salutati gli Anziani, ho detto della mia ammirazione per i “posatori di segni”, e ho chiesto cautamente se ci fossero segni dipinti nel villaggio. Avevo visto delle porte interamente “decorate” con scacchiere nere e bianche. Dopo essersi a lungo consultati, alla fine gli Anziani mi indicano quattro uomini, armati di vecchi fucili, da seguire. Quello che ho fatto. Abbiamo camminato per parecchio tempo in direzione di una profonda gola nella falesia. Una potente cascata rendeva le rocce pericolosamente scivolose. Ci siamo arrampicati. Sull’altopiano, una lunga magnifica cisterna naturale di acqua limpida della stagione delle piogge. I quattro uomini mi portano ancora più lontano, nei pressi delle rovine di un villaggio. “Siediti qui.” Sparano dei colpi di fucile in aria. La sera ritorniamo al villaggio. Il giorno dopo proseguo il mio cammino tra le sabbie e arrivo di sera a Boni; l’indomani, sempre a piedi, risalgo a Koyo.

Cinque anni dopo ho capito il perché della scalata che mi avevano fatto compiere. Negli anni ’20 l’esercito coloniale francese aveva assoggettato tutto il Mali. Restava solo Tabi, che allora sorgeva in altura, sull’altopiano tabulare. Poteva resistere all’infinito, grazie alla sua acqua abbondante e ai suoi piccoli terrazzamenti coltivati disseminati sull’altopiano. L’esercito francese fece trasportare un cannone su una cima vicina per bombardare il villaggio; alcuni abitanti furono uccisi, ma il villaggio resisteva ancora. Alla fine un traditore ha rivelato la via di accesso nella falesia, proprio dove precipita la cascata. Il villaggio venne conquistato e l’intera popolazione fu deportata a Hombori, tra i Songhaï, cinquanta chilometri a est. Poi nel 1948 vennero autorizzati a far ritorno alla loro montagna sacra, ma nella parte inferiore, dove furono scavati pozzi molto profondi e dove si trova il villaggio attuale. Circa cinquant’anni dopo gli Anziani del villaggio mi avevano costretto a una scalata espiatoria, sotto scorta armata come un prigioniero, fino alle rovine del villaggio bombardato. Nell’estate del 2005, la stagione delle piogge tardava drammaticamente ad arrivare e due Anziani di Tabi vennero come emissari a cercarmi a Koyo, dove ero stato iniziato come “nassi”, cioè uomo con il potere di far cadere la pioggia; volevano che facessi piovere su Tabi.

Intorno al 2008, un etnofonologo dell’Università Americana del Michigan che stava mappando le lingue del nord del Mali per il suo ateneo, e con la presenza informata della CIA, arrivò in un borgo periferico di Tabi, ai piedi della stessa montagna, e chiese di poter fare delle ricerche sulla lingua e di registrarla; gli Anziani gli assegnarono due giovani scolarizzati, che pagò. Ne ricavò un glossario di termini mescolati con la lingua peul, senza nemmeno rendersene conto; le parole chiave, rituali e concettuali, del pensiero dogon Toro nomu gli erano state negate. Quando si avvicinò a Koyo, l’unico villaggio rimasto sulla sommità del suo altopiano tabulare, ancora lontano chiese nell’oasi di Boni, il giorno del mercato, di poter incontrare persone di quel villaggio per continuare la sua serie di registrazioni. Si imbatté in Hamidou e altri miei amici di Koyo che gli risposero che non sapevano nulla dell’esistenza di un villaggio con quel nome.

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