Quinta vez

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Maria Pia Quintavalla
Quinta vez
Azzate (VA), Stampa 2009, 2018

China esiste nel tempo, o più probabilmente, possiede tutto il tempo del mondo. China madre, figura molteplice, forma biografica in continua evoluzione, secondo la propulsiva mente di Maria Pia Quintavalla, poetessa dall’atteggiamento robusto verso la vita privata e collettiva. Con lei si ha sempre l’impressione che la “comunità degli animi” (sì, proprio quella rivelata anni addietro da Cesare Viviani in un suo massimo libro) acquisti qualche grado in più per restare viva (e non vegeta) al mondo. China torna dopo otto anni dall’originaria comparsa (China, 2010), da una realtà sopra il cielo al nostro mondo interventista e crudo. Ha i colori che la determinano da sempre, solari e appartenenti all’aria, divulgati su strade e terreni riguardosi e commossi. La madre lingua di Quinta vez ha legami conficcati nelle arcaiche esistenze che abbattono tutti i filtri moderni, post-atomici ma ancora belligeranti. Quintavalla tiene le guerre personali per sé, non dà lezioni di alcun genere, ma strattona i massi che trasporta sul dorso: li appiattisce sul terreno, disegna graffiti sulle loro superfici più estese, affonda lo scalpellino sulla pietra levigata ricalcando di rosso i segni che più di ogni altra cosa evidenziano la parola Madre. L’istruzione, inseguita dalla poetessa, riguarda la sostanza dei giorni e delle parole, per sé e per gli eventuali discendenti: qualcosa di strettamente legato alla sopravvivenza. Ben dritta sulle proprie gambe, il da farsi consiste nell’aumentare un futuro restando saldi ai sentimenti offerti dalla somma delle figure femminili in sosta nel libro: ombre passanti che forse non sanno nemmeno più quale sia l’orizzonte originale. I tempi cambiano, sotto il tiro di una autrice rivolta a consegnare ulteriori possibilità al significato, alle conquiste fin qui raggiunte – in una parola, alla cura del tempo ritrovato. Quinta vez ha la consistenza del romanzo utile a ripulire le stanze della casa, a cominciare dalla “camera da letto” schivata come fosse camera funebre, non luogo di parto. Ma pur sempre di romanzo si tratta, dove i versi corteggiano la parte dura, rocciosa, della prosa. Di travertino si tratta, per sfumature di colore e per la base calcarea resistente, porosa, in grado di reggere la volta che svetta su viali, circonvallazioni, viottoli, piazzette, cortili, e tutte le componenti di una città a metà strada fra metropoli e villaggio. Milano è presente negli anfratti del discorso, mentre Parma e la terra di Castiglia appaiono ai rispettivi e opposti punti cardinali. China ha facoltà di risorgere proprio per questo, naturale e luminosa da ogni elemento anomalo, dolore, ombra, oscurità presenti dietro gli occhi di Quintavalla. Che sono la linea del suo pensiero poetico, limite o varco improvviso, sguardo rivolto allo sfondo fin troppo luminoso e pericoloso. Dopo essere stata al largo, e aver visto il naufragio, il libro ci parla di una resurrezione smisurata, dove spariscono i limiti, risucchiati da mulinelli d’aria improvvisamente violenti al punto da far crollare steccati, e liberare i semi portati con sé. Alla fine è il teatro a fondare l’anima dei personaggi, soprattutto di coloro che hanno il sopravvento. Le sorelle, nell’ultimo capitolo, prendono la scena, parlando e dicendosele di santa ragione. La poetessa non le divide, ascolta, scrive, forse riprenderà il filo dei poemi che l’inseguono da un pezzo. E dunque, ai libri ulteriori.

 

Testi

 

Eravamo sole, e quest’immagine mi ha dato la carica
nervosa, senza le parole ancora, che per giorni mi
avrebbe lasciata in tormento.

Allora ho sentito che non ci sarebbe stata un’altra
possibilità, se non ti avessi presa così, di forza, e con la
mia attenzione costretta a sedere qui, a portata di
orecchio.
C’eri tu e interamente, come figura che lo spazio
occupato da te indicava, e ti ho fatto cenno di posare
dove volevi.

*

Molti sogni non lottavano più, senza di noi tu liberata,
già i tuoi passi leggeri cadevano come tocchi diritti e
battiti per noi due, sole.
Impercettibili respiravamo fra il bianco e il verde,
sottili spinte e appese, dapprima nello spirito leggere,
ma non disgiunte nel volo ancestrale. Tu eri là, e me
cercavi.

*

Era mia madre quella beatitudine di piccolo rosa e
piccolo giallo che forava il bianco dell’aria,
consentendoci di non essere più sole né fasciate, ma
circonfuse, quasi battezzate insieme?
E cosa mi avresti detto, ti avrei seguita, se tu davvero
mi avessi fatto cenno.

Com’era stata l’esistenza di quelle come noi respinte,
sulla linea di partenza, senza sapere né saltare dentro al
cerchio della rondine, né divenire della vita amanti.

*

Così provammo. A parlarci e toccarci col pensiero e
desiderio tutto, a lasciare sprigionare gli incontri che
sarebbero fluiti.
Per prima apparizione, la tegola del mondo ci apparve
dura e sinistra piombare contro noi, ci riparammo.
Erano voci ancora, e moltitudini furenti di pensieri in
forma animata, che riempivano la stanza.
Tu guardavi senza avere l’aria di vedere nulla, giacevi
ti libravi eri pura musica di spazio, nulla più poteva
toccarci come prima, sparimmo alla loro vista, mute.

 

I) DUE SONO UNA

È forse questo il tremito, in occhi sconosciuti
i miei, già conosciuti –
è forse vero il verso che dice il tocco,
i salti della voce. Lei è cresciuta
non parla la tua voce.
Presa per mano ti guardava tornare, e poi andare,
mi seguitava il corpo, ne assecondavo
il suo respiro, due sono una
ora è uno e uno. Ora
i suoi occhi luccicano con una margherita
appesa al lobo ma di luce propria
senza infingimenti e lei là, un gran andare
per una corsa sua segreta,
tra fili d’erba e treni, caramente
d’oro il suo sorriso.

*

Lei non ascolta, se cammina non ti vede più
sei tu alle spalle, la conosci
dal silenzio dei passi, lei non corre
più accanto alla tua vita ma davanti,
la sospinge e spinge via.
Lei non sa nulla
ma se la guardi appena, dietro al viso c’è
ancora quel sorriso e gesto pieno
della mano ha il volo di un gabbiano
nato intorno al seno, ne aumenta le parole
nate dal futuro.

Nel giorno che precede, la vedrai
varcare sola, e sola sarai tu che là
pazienti sulle orme delle mani cerchi
il tuo sangue quando volata via
con te, ma dolcemente, piano
in una sua salita

ne disegna l’arco intero di una vita
piccola più della tua, sognata.

*

Era figlia già quando nessuno conosceva,
era lombrico molle piccolo
nella tua mano, e silenziosa.
Ora che scappa e ride con le amiche
piano poi copia parole da poeta,
da una canzone, come un’orsa agile leggera;
dicono non ti somigli, e invece
piano, lei scrive in versi la sua notte,
si trucca gli occhi, ride. Si seduce.
L’immagine che guarda fissa è la sua vita,
non lo sai se è aperta
o chiusa al tuo orizzonte ma
decisa, scende dalla sua strada
in una sua radura…

Ogni mattina,
chiude piano le porte.

*

Lei è più libera più umana, non conosce
guerre, né latitudini del nero
il novecento appena lo ha leccato ma dopo,
quanto venne valicato
nel suo tam tam sinuoso, si è raccolta.

Dorme o ticchetta i suoi messaggi, pensa
nella luce, e intanto in semicerchio
si accavalla ai corpi delle amiche
in cerchi di fumo e di parole
vola via leggera, si traduce.

 

I) IO SCRIVO CHINA PER PULIRE

Tra il muro di follia, il suo alto
e la disperazione – io scrivo
acquattata in silenzio trascrivo:
sono scappata forte,

devi tu alla figlia
al suo distacco revocato e fragile
non medicato, il sacrificio
di quelle molte voci urla, e smorfie
le ingiunzioni di stanza in stanza;
come buttata nel liquame,
che qualcuno mi getta compulsivo,
e sempre al buio tento
le cose non vedere, e schivo i volti
che mi conoscevano.

Mi parlano dal mito e dal silenzio
una mistica bestemmia
in orizzonti funebri che entrano dal nord.

 

II) C’È PENA SOTTO LA VOLTA DI MILANO

Di notte,
la notte aperta fra lenzuola io parlo
a voce alta comprimo,
anzi comprendo sentendomi negare
per ogni via il calvario
di madre crocifissa,
io cerco non vedere l’icona, oppure
vorrei farla vedere e fatta, ma conchiusa
lei va lontano blatera, sposta
ogni suo gesto dove non esisto.
Così entra la mia persona così
troverà spazio e semenza
per il suo futuro
che oscuro se lo punge e bruca,

come il suo dolore.

 

III) È SCESO IL BIANCO

È sceso il bianco giù in pianura
e un uomo che mi prende a sera,
la sola parlata che conosco:

il giorno evoca il corpo che l’ha generata,
scende verso la porta, poi a t t a c c a,
a tutti mi descrive come morta,
e dice cose su me sulla mia vita
come quelle antiche quasi
fossi un oggetto inanimato
va verso piante nude a dire oro e schifo,
ombra e luce,
tenta dentro di sé tenere strangolata
la carne dolce che l’ha generata;
intanto piovono le luci
a intermittenza da un alone blu, sui vetri
al davanzale.

 

CHINA, OGGI.

Prologo

Donde estava? Como recomparve, de qui e a qui
se queria?
De su alma hermosa e ardimentosa todas las adventuras
de su vida querida cantavano.

Recomparve, no resurrexit. De su alma querida e tormentosa
solamente larmas amorosas replicavano gli oselli, i niños
fortifianti e belli, incantatori replicavano agli uccelli
variegati dell’essere,
un destino di finale musica e beltà soave dopo caracollante
essere di caballero stanco; Recomparve,
giovane hermosa oh bella colomba, fresca amorosa della vita,
vita nuova creata per sé sola, a sé misma estrana,
ai più sconosciuta,
volontaria straniera della pace.

*

Una villa segreta della pace ai suoi occhi fioriva
in paesi di cicogne nella notte attente
a calcolate nubi, né le voci
minuscole, segrete le avrebbe più sentite
ripetere quel canto
che lei, nascosto al cuore, faceva già risplendere
rifare sue, canzoni

mondi andalusi e canti di Castiglia
andati al fondo di un cammino

prima che vita sedentaria, di corte e scuole,
li avesse già fissati al cielo, volti
di vita e cabale segrete;
e non di China soltanto era la storia
di canti nomadi,
un poco numero e un po’ visione.
Canti d’amore tenero (mendace)
ma alfine dette, altrimenti dette
sue parole, sefaràd segreta,
intente a dire quella fortuna mobile,
inconsueta
di fare e vivere senza movente alcuno
che quel respiro-forma.

*

4. Che intanto China sospirasse di virtù tradite

di Spagna integra, di ventose corti
era per sempre impresso sulla fronte,
nelle leggere mani alle caviglie ai polsi
di donna forte, ormai sincera.
Non era Spagna, o gioventù tradita
quella canzone chiara e moderna nell’antico
che lei girando intorno al cuore
in forte intesa rifaceva dove i miracoli,
i giornali diari di corte e di viandanza
in brusco editto di città divina
avrebbero diviso le canzoni da canti sefarditi
e nenie arabe felici,
nella mistica di carne sé riparava.

Fuori di là, Partite! era destino chiaro:
cercate sorte ed assonanza altrove
alla ventura degli avvenuti nuovi giunti,
onde diverse diventate, un nuovo esodo
saranno le canzoni.

*

Città-pensiero era la voce
madre, che piena di vita ora volava
di città in pianura sul ronzinante
di virtù raggiante, fiorita e bella, niña
da beltà scacciata per invidia dei venti
e dei mastini al largo.

Che amanti aveva più voluto China, là seduta:
giovani fieri, nobilmente lenti
e magnanimi all’uso della pia ragione;
non picari desti all’incanto
sempre devoti alla cattolica nazione,
piuttosto preda di canzoni oscure,
di zingaresche mani,
niños fedeli nel servire il ronzinante
in veloce destrezza a lei intenta
a che il destino si compisse, forte per lei
sensibile bambina.
Belle le gambe e belli gli occhi oscuri,
forti le braccia nel danzare danze di vita,
e danze della morte i n t e r a.

*

6. La macchina di guerra già suonava

Belle le estati, o pie stagioni
in cui China seduta ricordava
di oscure gesta, sensazione di cavalieri
darsi alla macchia, alla loro gloria o fuga,
come stazioni della sua stagione:
forte, seduta, giovane che intanto
presta, di virtù dipinta poteva dirsi
consolata e cara, di più vite accorpata, né
disincarnata
la canzone tanto intenta a dire.

La macchina da guerra già suonava
antiche glorie di tenzoni,
e di battaglie che perdute, sfumavano
la linea di orizzonte di una persa notte
dove infanti battaglioni potevano seguire
una lei donna, già agguerrita,
ancella di virtù maestra e di carnale aspetto.
Libera ad insegnare che beltà ha nome
di regale follia, di andamento virtuoso
in più spumoso.

*

Morì. Tradì, scoppiò, dissolse sé, disparve

non fu mai dato di sapere, ma servì a capire
che China era prodigio di canzone
meravigliosa creatura in luogo chiaro,
corso di virtù serena – gioia nel corpo cibo
della mente – angelo al tocco dei bambini
salvi nel fiume corso della sua esistenza,
frumento pane di virtù mai sorte

sentimento del mondo, sua dizione.

 

da SORELLE

Nel giardino silenzioso di S. Ulrich, dopo le sei di sera,
una volta spentesi le lampade della Biblioteca
comunale, i viali interni del giardino che resta aperto
al pubblico si illuminano, a loro volta, di lampioni
altissimi.
Fra la grotta della madonna e la cappella di santa
Ildegarda, si trova un tavolo di pietra, poche panche,
dove le persone che si danno appuntamento possono
conversare; quella sera, sono due donne ancora giovani
e parenti.
Di fronte a loro, su una vecchia panchina riverniciata
di verde, sotto ai tigli, dorme un ragazzo romeno con la
bottiglia di birra vuota nascosta nel sacchetto di carta.

La prima, arrivata in anticipo, ha il tempo di fare un
breve giro intorno, e rileggersi il nome dei grandi alberi
che costeggiano il giardino; poi, come presa da stanchezza
o impazienza, si affretta a sedersi per occupare subito il
posto. Dopo molti minuti, entra l’altra, dopo avere
appoggiato la bicicletta dietro la fontana. Sembra
guardarsi intorno furtiva, ma sono sole.

 

SCENA I

G. Sei arrivata in orario, o in anticipo?
P. No, ero appena arrivata, se vuoi cominciamo.
G. Non vorrei preliminari, voglio parlare
liberamente, subito; e non voglio stancarmi, lasciami
parlare.
P. Fai pure, non ti interromperò: (abbassa la voce, che
si flette
) da dove vuoi.
G. (si rincuora, prende fiato, poi attacca)
Non ho mai creduto una sola volta al potere della
tua parola su di me. (si volta di scatto, controlla
l’impressione che ha fatto questa frase, annuisce ad
occhi chiusi
)
P. E io speravo in sogno di acquistare potere ai tuoi
occhi, e i tuoi occhi vederli soffrire, per il potere
delle mie parole. Questo mi aiutava a non temerti.
Hanno bruciato i tempi subito, per fare fuori la paura,
hanno aperto dal centro, dal fianco, dove più brucia.
Da adesso, le pause si assottigliano, le voci corrono più
in fretta, ognuna crede che parlerà come da sola, in
trance, ad occhi chiusi, ma più liberamente.

G. Ho sempre sospettato inganno, paura e bisogno
di sopraffazione nelle tue parole, nei tuoi dinieghi
all’amore che inscenavo nei giochi, anche i più
proibiti, quando eravamo piccole, ricordi?
E provavo nausea e vergogna dopo i nostri convegni,
poiché anch’io volevo sopraffarti.
P. Sentivo che sfuggivi alla mia presa, che tentavi di
liberarti in volo, per evitarmi. Sono sempre stata più
piccola di te, e alcune volte avevo paura di afferrarti
alla gola e afferrarti, ma ti temevo e ti amavo, tu
tenace in mio dominio… (perde un po’ la voce per la
bocca arsa e sottovoce prosegue
) Tu domina e signora
nella casa, come mia madre. Volevo primeggiare nel
tuo cuore, amare le tue mete.
G. Forse da piccola potevo dominarti, ma dopo… e
dopo, e dopo!? (la voce fende in fretta, che non succeda
che l’altra la vinca con la storia della verità…
)
Non mi è mai piaciuta l’insistenza algida del tuo
giudizio, il suono preciso delle tue parole. Forse ti
confondevo con mia madre: stessa volontà di dominio
sul mondo, ma con la parola. Ci manipolava.
Le scelte di vita che hai fatto da ragazza? La frenesia
che tradiva il tuo essere integerrima e pura, al di
sopra delle parti… non vedevo altro di te, così ti
presentavi, e ci tenevi ad apparire.
P. Apparire, ma per voi…vedevo con disappunto i
tuoi disegni crescere in bellezza, digitare sopra il
mondo, farne figure, le agili braccia svolazzanti, abiti
colore rosso in chiffon per tenere sfumature, o nei
tailleur che disegnavi.
Era la carta del mondo che non avevo: dell’effimero
e della bellezza, i colli lunghi alla Modigliani. A te i
colori, le immagini, fuori dal mentale e dalla sola
parola… Ti invidiavo.

(…)

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