Breve saggio su Milano (un notturno)

Il centro di Milano va svuotandosi delle persone, chiudono gli ultimi locali di ristoro, quasi più nessuno nelle strade e nelle piazze, piccoli mezzi del servizio di nettezza urbana, i lampeggianti accesi, ronzano a ridosso di un marciapiedi o in un angolo.
Il centro di Milano senza vocio e quasi senza rumori, senza andirivieni e senza l’eccesso delle luci che esplode dai negozi in strada, cerco il centro di Milano restituito al silenzio e alla solitudine apparente dei suoi edifici.


Milano restituita a sé stessa, almeno per le poche ore notturne, nella scrittura che tenta di vedere la città svuotata ed essenziale, perché assisto al paradosso secondo il quale è inoppugnabile che la città viva delle e nelle persone che la costruiscono, la abitano, vi lavorano, vi si spostano, incessantemente la trasformano, vi vengono a passeggiare, a commerciare, ma che, nello stesso tempo, l’affollano inconsapevoli e dominate da una coazione a ripetere che è distanza siderale tra la coscienza personale e lo stare della città, stratificato. O, per lo meno, è questa la sensazione che si riceve dalla folla, nella quale sembra smarrirsi ogni identità e storia individuale.
Milano di notte è, allora, un esercizio mentale per recuperare sé a sé stessi.
La Piazza del Duomo svuotata ha un arabesco di luce al neon che fluttua visibile traverso i finestroni alti e ad arco dell’Arengario: l’arte di Lucio Fontana culla la notte.
Non c’è più nessuno in giro, si direbbe – e questo mi restituisce alla città, a un’intimità impossibile nei pomeriggi affollatissimi quando tutto e tutti sembrano esistere solo per il commercio delle merci e Milano si sfigura in forma d’immenso mercato – secondo Charles Simic dopo la mezzanotte è dato di vedere le madonne di Hieronymus Bosch nelle carrozze in transito della metropolitana: un sassofonista insonne suona Rabo de Nube alla fermata Cordusio e il chiarore, che sembra farsi più brillante e acceso come se laggiù, nelle stazioni sotterranee, la notte avesse bisogno di più luce (pur artificiale) per essere attraversata nella sua insonnia, aumenta la trasparenza dei vetri e la visibilità degli oggetti. “Sweet Georgia”, / I hear someone whispering, / “Without this music, / life would be a mistake” ha scritto Simic per il suo amico Charles Lloyd.
Dopo la mezzanotte si va per andare, si trapassa dallo stare in casa alla luce della lampada sulla scrivania all’andare traverso i livelli substradali, come fa la scrittura che, superati i tornelli d’accesso, s’inabissa a livello delle banchine di salita e di discesa: Duomo – San Babila – etc.
Non so se c’è una scansione del tempo della scrittura (prevalentemente razionale durante la mattinata, onirica traverso la notte, carica d’aspettative al mattino, melancolica alla sera…), Milano le offre quest’andare urbano e notturno, ritmato di rotaie e, in superficie, di pochissimi bus o taxi in transito, l’andare a piedi fa indovinare il sonno della città.
Si percorre il confine labilissimo fra la città completamente estranea (finestre e porte serrate, androni bui, strade vuote) e la città che pur si avverte prossima (immaginare vite, storie, respiri in quegli appartamenti).
E allora la scrittura unifica, durante il suo farsi, le percezioni, le letture e la memoria (non è data scrittura senza letture e senza memoria che la precedano): si manifesta così, forse sorprendente e suggestivo, il fatto di pensare che, concomitanti, separati tra di loro da un blocco invisibile di roccia o di materiali inerti, possano esserci un corridoio del metrò e una cripta paleocristiana, un accumulo di detriti provenienti dalle distruzioni della guerra e i condotti d’areazione. Lo sguardo della scrittura è capace di attraversare i corpi più opachi, di liberarsi in un saliscendi continuo e vertiginoso dai tetti di Milano fino al livello stradale e poi sotto di esso – e viceversa.
Immaginifica, la scrittura dona l’illusione di abolire le costrizioni spazio-temporali e, nei suoi notturni, restituisce a Milano la sua stratificata forma.

In una pagina di Le lecteur (Gallimard, Parigi, prima edizione 1976), il “Lettore” (molto probabilmente Maurice Blanchot) cita all’io narrante (che si può identificare con l’autore del libro, Pascal Quignard) un passo in greco da Diogene Laerzio nel quale si racconta che Zenone, interrogato l’oracolo su che cosa dovesse fare della propria vita, si sentì rispondere di dover “diventare del colore dei morti”, al che il filosofo comprese che il dio lo invitava a leggere gli autori antichi. E tutto questo avviene “près d’une bouche du métro“, poco prima cioè che i due scendano nella metropolitana – o così mi piace pensare, perché è una discesa ctonia quella, banale, del dover prendere un treno della metropolitana per spostarsi ed è una discesa ipogea la lettura degli autori morti: la lettura dei classici è un incontro con i morti. E un vestirsi di abiti curiali, aggiungo ricordandomi di Machiavelli.
Leggere partecipa, a ben pensarci, della cerimonia dell’evocazione dei morti (ma senza possedere alcunché di funereo, anzi! – sì invece moltissimo di solenne e di festivo) e del discendere negl’inferi (cioè nel passato e nella scrittura stratificata) delle nostre civiltà. Vicino all’imbocco del metrò, nella frenesia delle ore di punta o nei momenti di quiete, vicino alle scale che menano sotto terra ridire in una lingua estinta le parole di un Antico significa portarsi con sé le parole degli Antichi traverso le viscere della città che la mente cerca di abitare: abitare < habitare < habere? abitare è, dunque, possedere? ma io non voglio possedere, bensì sfiorare e accarezzare con la mente i luoghi e le stratificazioni di questa città, non sentirli estranei, lasciarmi attraversare da essi e leggerli senza l’illusione violenta del possesso, ma con l’immanenza della memoria: abitare la città portando con me antiche parole.
Consacrare la propria vita al pensiero e alla parola significa destinarsi a un mondo di morti e di fantasmi – o di non ancora nati” (Federico Ferrari, Oscillazioni – Frammenti di un’autobiografia, SE, Milano, 2016, pag. 11): mi sembra l’eco dell’oracolo che risuona qui e, proprio durante i minuti più rumorosi, talvolta soffocanti di calca, dello spostarsi in metropolitana, quando l’individuo ha la misura del suo appartenere a una massa, quando il suo corpo è schiacciato in mezzo ad altri corpi ed è trasportato a grande velocità dentro le viscere della metropoli, è allora che incongrua e fuori luogo sembra la parola degli Antichi. È inabitabile la metropolitana se s’impossessa così dei corpi asservendoli ai propri ritmi (dipendenti, a loro volta, da un ferreo ciclo economico-produttivo-consumistico) e svuotando le menti, se essa è Caronte che trasporta morti viventi per quei minuti di sospensione del pensiero. Il “fuori luogo” della voce degli Antichi si rovescia, allora, dal suo significato diffuso di “inopportuno, inappropriato, intempestivo” nel concetto letterale di “al di fuori del luogo in cui si è o per il quale si transita, a lui estraneo, con lui non congruente”, quindi in un “luogo del pensiero”, “luogo altro” rispetto a quello meccanico e banausico predisposto alla produzione-consumo – se il “luogo opportuno” è quello stabilito da necessità puramente economicistiche, allora il “fuori-luogo” è la necessaria scelta etica del pensiero che, tramite la scrittura, saggia proprio i limitanti disumananti luoghi per andare fuori di essi e la parola degli Antichi (ma Antichi possono essere anche i migliori tra i nostri Contemporanei, vale a dire quelli capaci di distanziarsi dal loro tempo, di vederne la tenebra, come magistralmente ci insegna Giorgio Agamben) si fa notturna, feconda la scrittura, sfiora e accetta il silenzio della notte, attraversa una città. Milano notturna (che è anche Parigi o New York o Tokio … … …) offre alla scrittura la possibilità e l’obbligo d’illuminare il mondo (il che non significa necessariamente spiegarlo e renderlo perspicuo) cogliendone l’ombra e la tenebra, percorrendone le verticalità e le orizzontalità.
Dalla Torre Velasca il secondo Novecento riverbera, stretto tra guerra e dopoguerra, sino a questi anni e un notturno milanese può concludersi con il fantasma dell’Ingegner Gadda che, tranquillo, attraversa Piazza della Scala dissolvendosi poi alla svolta dell’Orto botanico, a Brera.

 

Le fotografie che corredano il “breve saggio” sono di Luca Campigotto.

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