Per un omaggio a Letizia Battaglia

Molteplici le forme della scrittura – e inattese se ci si ostina a identificarla soltanto con modi d’espressione verbale e alfabetica – nobilissima scrittura è, infatti, la fotografia di Letizia Battaglia perché commuove la mente parlandole con l’evidenza di una scelta libertaria ed etica, conoscitiva e accogliente. Politica.

Letizia Battaglia scrive di noi e per noi.

“Scrivere” va connesso, etimologicamente, con incidere e scavare: queste fotografie incidono e scavano dentro di noi come individui e come membri di una comunità.

Consideriamo le foto dell’uccisione di Piersanti Mattarella: ci sono una pietas e una determinazione a testimoniare che sanno andare oltre il dolore e lo sconforto immediati; c’è una presenza della mente che è scelta etica, il dovere di essere presente, di non distogliere lo sguardo, di non farsi impaurire.

Esaminiamo i ritratti in presa diretta, così vivi e colmi della luce e dello slancio di quegli anni, di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino: è evidente, nei volti e nelle posture, il lavoro metodico e intelligente dei due magistrati, il loro stare nelle strade di Palermo, il loro muoversi dentro di esse.

Meditiamo sulle fotografie che documentano i delitti di mafia: c’è rispetto per quei cadaveri crivellati di colpi, le pozze e le scie di sangue non suscitano una malsana curiosità, ma la presa di coscienza del farsi quotidiano di una tragedia che tocca persone e affetti; il lenzuolo o la coperta che malamente occultano il cadavere sono lo stesso occhio che guarda e che, pietoso, ha rispetto per la morte violenta, chiunque sia stato l’assassinato – la ribellione germoglia nella mente che fotografa e che guarda, il no determinato alla guerra di mafia che violenta Palermo. Le sedie, le stanze dagl’intonaci scrostati, i paraurti e le ruote delle automobili, i cortili poveri, gli abiti delle persone che compaiono, straziate o solo curiose, in queste foto costruiscono spazi di una laica via crucis – e dietro l’obiettivo fotografico c’è sempre la mente che pronuncia il suo giudizio storico e politico: non dimentichiamo, per esempio, il ritratto del magistrato Roberto Scarpinato in aula presso il Tribunale di Palermo durante un’udienza del processo a carico di Giulio Andreotti – e continuo a chiamare “ritratti” quelle che sono fotografie di magistrati nel pieno della loro azione, vivissimi bianchi e neri da una storia che ci appartiene e ci riguarda (ci guarda) direttamente.

Soffermiamoci sulle dita annodate delle mani di Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati di Milano: la sofferenza del pensiero che viene offeso e minacciato, ma che non si dà per vinto è tutta in quei nodi di rabbia e di dolore, di determinazione e di dolcezza. Tutti i ritratti da quella serata scrivono della presenza del poeta e regista alla storia violenta e offensiva di quegli anni, l’eresia di una mente antidogmatica, la concentrazione di uno sguardo che raccoglie tutto il coraggio di cui ha bisogno e tutta la determinazione etica e politica irrinunciabile, pena la perdita della libertà.

Contempliamo gli occhi e i visi, i gesti e i silenzi delle bambine e delle donne ritratte da Letizia Battaglia: la Ricamatrice e la Bimba nelle vicinanze della Chiesa di Casa Professa, la Bambina con il pallone, Rosaria Schifani, la Bambina lavapiatti che non è mai andata a scuola, Franca Rame alla Palazzina Liberty di Milano, Felicia Impastato con il ritratto del figlio Peppino: se scrittura è l’evidenziarsi della vita quotidiana di tutti tra le pietre antiche di una città, la fierezza e lo sguardo diretto che s’impossessa di un giuoco “da maschi”, la profondità di occhi invisibili che guardano dentro sé stessi, la serietà tutta infantile nel compiere un lavoro “da grandi”, lo stare dell’intellettuale tra la gente e il suo appartenere alla gente, le rughe del ricordo e del dolore, allora la scrittura di Letizia Battaglia ci strappa al nostro isolamento e alle nostre egoistiche solitudini, ci obbliga ad assumere una postura politica nella devastata polis a noi contemporanea.

Guardiamo la giovane coppia davanti al Tempio di Segesta: la pienezza della vita, le sue promesse risplendono qui, in questo congiungersi con il passato più remoto.

Raccogliamo davanti al nostro sguardo le foto dei giochi non innocenti dei “killer” in erba, fieri delle loro pistole-giocattolo, inconsapevoli vittime di una cultura della sopraffazione e della violenza, piccoli cittadini di un anti-stato, di un’anti-democrazia, vittime condannate a una non-emancipazione.

Riguardiamo la foto di Enrico Berlinguer mentre tiene un discorso in Piazza Politeama, dove le persone raccolte intorno al Segretario del PCI posseggono la nobile serietà di operai, insegnanti, impiegati che credono possibile un’Italia diversa.

“Scrivere con la luce” (foto-grafare) è andare incontro alla polis costruita e governata, talvolta sfigurata, dagli uomini, abitarla e percorrerla con lo sguardo libero della mente, testimoniarla e volerla modificare in quello che la polis ha d’ingiusto, disumano, violento. Ci si vieta ogni tentazione estetizzante, si scrive con polso fermo dentro la storia, lucido lo sguardo, sempre.

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2 pensieri riguardo “Per un omaggio a Letizia Battaglia”

  1. La fotoscrittura di Letizia Battaglia è scrittura altra, in una dimensione di memoria scolpita e limpidezza etica che altre scritture forse non riescono a rendere. Immagini che sedimentano e dilatano senza bisogno di parole.

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