Presidiare il luogo del silenzio: per Claudio Parmiggiani, per Stefano Raimondi

Claudio Parmiggiani: Altare e Ambone nella Basilica di Santa Maria Assunta di Gallarate, 2018

Stefano Raimondi: Portatori di silenzio, Mimesis / Accademia del Silenzio, Milano-Udine, 2012

Vorrei legare le riflessioni di Stefano Raimondi intorno al silenzio con l’Altare e l’Ambone di Claudio Parmiggiani perché guardando l’altare ho letteralmente visto il silenzio e mi sono sentito “a suo presidio”; l’Altare è portatore di silenzio perché la luce che gli è intrinseca nutre l’attenzione, l’ascolto, l’attesa, la postura, come direbbe Raimondi, del nostro creare traverso la scrittura, del nostro stare col silenzio, del nostro guardare e meditare, del nostro ascoltare il silenzio necessario al pensiero, suo (del pensiero) guscio accogliente e sua cartina di tornasole, suo necessitato luogo e suo contrappunto.


Pensato e realizzato per un edificio sacro, l’Altare è, in realtà, spazio visibile del silenzio indipendentemente dalla propria funzione religiosa, esattamente come i tre saggi di Raimondi (Il silenzio di un foglio girato, La detonazione del silenzio, Pensare il silenzio) toccano il silenzio nelle sue diverse forme e lo fanno quietamente, significativamente risuonare e consuonare.
Le meditazioni di Stefano Raimondi, così come l’Altare di Claudio Parmiggiani, conseguono e mostrano il silenzio, le une attraverso la parola e il segno alfabetico, l’altro attraverso la propria presenza visibile costituita dalle teste e dalle lastre di onice bianco e dall’Ambone di labradorite.
Il silenzio è, infatti, presenza perfettamente percepibile anche quando il rumore sembra prevalere, dal momento che il silenzio è una condizione interiore; ha ragione Stefano Raimondi quando scrive che il silenzio è disponibilità al dialogo e all’ascolto: il libro e l’altare dialogano, nella mia mente, attuandosi come due silenzi interconnessi e portatori di senso. E mi si appalesa il fatto che il silenzio non è un bisogno (o può esserlo in una fase appena iniziale e ancora molto primitiva della speculazione intellettuale), ma una presenza.
Il silenzio rende visibile la tramatura delle cose e delle circostanze, il silenzio ha, nel libro del poeta milanese e nell’Altare, un’immagine e un suono, è un andirivieni acustico e visivo, è principe delle sinestesie: nell’Altare si guarda il silenzio, nel libro si ode il prendere forma d’alfabeto del pensiero portatore di silenzio, nello spazio tra i due si vede il loro consuonare e vibrare, direi, all’unisono.
Nei due e tra i due il rumore, disordine e cicaleccio, pettegolezzo e sfiato osceno di motori, di ineducate voci, di alterchi, tra i due e nei due la volgarità della ciancia, della lite condominiale, del querulo narcisismo sono subito sconfitti e collocati al rango minimo che compete loro. Non li si ignora, si è ben coscienti della loro presenza e minaccia e aggressiva violenza, ma si è in grado di declassarli a presenze da combattere e alle quali sottrarre ragioni e giustificazioni.
Le teste dell’Altare, non ammucchiate, si badi, ma pietosamente posate le une sulle altre, le une accanto alle altre (chiarissima si riceve l’impressione di un ancora presente e agente averle prese una per una con delicatezza tra le due mani per posarle con cura e rispetto) sono il silenzio delle loro labbra e dei loro occhi, del contatto delle une con le altre, del tempo storico cui ognuna di esse rimanda, dei vuoti aperti tra di esse – e le due lastre che le racchiudono, dando vita a questo bianco venato di altre tonalità di bianco (significativa questa proprietà del bianco che non è mai uniforme né uguale a sé stesso, ma sa avere infinite tonalità, innervarsi in innumeri variazioni: esattamente come il silenzio), le due lastre, scrivevo, conchiudono e nel contempo aprono una luce interna all’opera; e l’Ambone, poco discosto, pur scuro, discopre inattesi luccichii di metallico azzurro, celeste, grigio a seconda dell’angolazione da cui lo si guarda: la parola, talvolta oscura, sa illuminarsi e riverberare – suo alleato sostanziale il silenzio.
Il silenzio lo si trova solo se lo si interroga e non se lo si cerca soltanto. Il silenzio ha una dimestichezza particolare con le cose da trovare: le perdute. Il silenzio lo si trova, perché trovare è sapere già cosa si va a incontrare, perché saputo, perché voluto da prima. Infatti al silenzio non importa di essere cercato ma trovato, perché cercare è sempre dirigersi verso qualcosa che ancora non si conosce, che ancora non ci appartiene, mentre è dal silenzio che noi sorgiamo, è da un grembo filtrante che noi vediamo la luce e che una volta perduti, bisognerà trovare / ritrovare. Da lì i rumori sono come fossero già dentro di noi: materni, nostri. Sentire il silenzio come prossimo a venire; è questo l’orizzonte di chi vuole incontrarlo, di chi vuole condividerne lo spazio e la possibilità.
Al silenzio interessano le interrogazioni” (Portatori di silenzio, op. cit., pagg. 10 e 11) – è stato questo lo spirito con il quale mi sono recato a Gallarate, vi ho cercato l’Altare e l’Ambone di Claudio Parmiggiani, sono andato loro incontro, li ho guardati interrogandoli nel mentre essi fendevano il silenzio della mia mente (vi avevo fatto silenzio per renderla accogliente e permeabile, arrendevole e gentile, tabula rasa privata di ogni supponenza intellettuale e di ogni pre-giudizio); e infatti il bianco è diventato luce, l’opus realizzato dall’arte del Maestro di Luzzara ha iniziato a irradiare senso: “La poesia (…) diventa pellegrina del silenzio; il bianco è il suo sentiero verso Compostela: un cammino. (…) Sarà questa una poesia speciale, unica, capace di fare “luogo” al silenzio e in grado di abitare per silenzio il mondo ammutolito e afasico dei rumori, dalla celaniana “chiacchiera comune” che violenta, stupra e offende chiunque, mediante i suoi carichi di disattenzione, indifferenza coatta e berciante.
In questa prospettiva il silenzio è anche una forma concreta dell‘attenzione. (…)
È dunque questo un silenzio di presenza, concreto e tangibile, invocato e detto proprio come una preghiera, una convocazione, un’adesione; un silenzio chiamata, capace di trasportare il proprio donatore in una solitudine di grazia che, progressivamente, si allontana dall’essere un isolamento. Un silenzio dunque conclamato, capace di essere di tutti, perché accettato, voluto e condiviso, che, poeticamente, sappia dire e sappia rendere sonora la sua “lingua maternale”, carica d’affetto e di effetti.
A questo silenzio vorrei dare il nome proprio di: silenzio di lettura. Una lettura di matrice agostiniana col tempo e non nel tempo, che faccia di ognuno di noi, una parola cardine della sua storia e della sua comprensione. Una Lettura che al silenzio concede lo statuto della sua speciale lingua interiore, della sua linea d’ombra che porta, concede e, soprattutto, cambia.
Un atteggiamento questo dello spirito e della grazia che si attualizza nella poesia, come lettura del nostro “passaggio nel mondo”, del nostro passare” (pagg. 13 e 14). Raimondi scrive poesia, nulla impedisce d’impiegare il vocabolo a partire dalla sua etimologia, da quella ποίησις derivante dal ποιέω che è fare, creare: leggere l’Altare di Gallarate è, allora, percepire dentro di sé la voce del silenzio che è ponte fra le menti, fra i tempi, fra le tradizioni. Le teste, mute, si diranno, così, martiri (non solo della fede cristiana, ma di qualunque violenza perpetrata lungo la storia umana), e testimoni (ancora μάρτυρες, appunto) delle proprie vite stesse, ricettacoli di pensiero e di cultura, presenze che mostrano la bellezza e la nobiltà del corpo umano, comunità visibile, immagine del susseguirsi delle generazioni.
Il liguaggio del silenzio si potrebbe rendere evidente attraverso ciò che qui definirei un atteggiamento: una propensione dell’animo e non dell’anima, che imbastisce il suo rapporto con il mondo degli affetti, delle cose e delle persone.
Al silenzio si arriva per atteggiamento e propensione, dunque!
Si giunge concedendogli spazio e dignità: afferrandolo quasi per commozione!
(…)
Ma che cos’è un atteggiamento?
È la postura di un pensiero, è la deambulazione di un’insistenza incastonata nel proprio stile di vita, è un’intenzione che si direziona “verso” un volere” (pagg. 16 e 17); la coppia dell’Altare e dell’Ambone sembrano realizzare quest’atteggiamento perché l’Altare, luogo del sacrificio (cioè dell’offerta) e l’Ambone (luogo della parola) rendono visibile questa deambulazione verso il mondo, ma il gesto sacrificale e la parola devono trovare ospitalità nel silenzio luogo / postura / tempo dell’accogliere – e nel silenzio meditante e accogliente penso a Edmond Jabès che ha scritto interi libri seguendo il filo del concetto di ospitalità ed esilio (non a caso lo stesso Raimondi dedica spazio nel suo libro, oltre che a Jabès, a due figure che hanno esperito l’esilio e ne hanno scritto: Paul Celan e María Zambrano); il deserto potrebbe essere luogo e immagine di questo silenzio fecondo: cercare il deserto per fare pulizia dentro di sé, rasciugare tutto fino all’essenziale, spogliarsi d’ogni ridondanza, digiunare di ogni orpello, eccesso, artificiosità. Nel Presbiterio di Gallarate le lastre di onice bianco (comprese quelle che formano una sorta di piattaforma dietro l’Altare e che diventano visibili solo se ci si reca là dietro) sono silenzio e deserto proprio in ragione della loro estrema essenzialità, della loro bianca trasparenza, dell’essere luce, ma di pietra.

Scrive Stefano Raimondi: “Si è silenziosi per scelta e mai per imposizione.
Un silenzio imposto è un silenzio coatto, è coercizione, è carcerazione: dolore.
È dunque in questa condizione volitiva che il silenzio “detona”, facendosi eco, spazio e tempo” (pag. 19) – dato per assodato che l’universo dell’ossimoro pertiene al silenzio (“Al silenzio appartiene la contraddittorietà“, pag. 19), mi piace qui sottolineare quanto perfettamente queste parole descrivano l’Opera di Claudio Parmiggiani, pur esistendo distanza d’anni tra il libro e l’Altare: l’Altare è proprio un’eco dal passato e dal presente, sicuramente anche dal futuro, è tempo perché ne testimonia l’essenza di dimensione del pensiero ed è spazio in quanto dà visibilità al silenzio nel luogo preciso in cui è, ma è anche in grado di “farsi portare con sé” (sotto forma di presenza dell’esperienza esperita e di sua memoria) da qualunque persona si allontani dal luogo geografico in cui l’Opera è collocata.
Molto appropriatamente Raimondi riflette, tra l’altro, sul “camminare silente” (pag. 23) e, infatti, chioso a proposito dell’Opera gallaratese, il silenzio può (deve) accogliere anche i momenti in cui si va incontro a un’opera o a un libro, a un luogo o una persona (in questo caso specifico è l’Altare di Parmiggiani) e pure i momenti seguenti l’incontro – poiché il silenzio è anche la controtendenza e il consapevole opporsi alla superficialità mercantile e consumistica del turismo di massa, esso è l’esatto opposto al brucare inconsapevole e meccanico cui si dedicano le greggi appestanti dei turisti.
Stefano Raimondi parla di “radure del silenzio” e di “passi del silenzio“, che corrispondono tutti proprio ai “chiari nei boschi” secondo María Zambrano e che spalancano luce in rapporto costante e dialettico con l’ombra: ebbene, l’Altare irradia luce proveniente dall’ombra della storia e della violenza, dona parola proveniente dal silenzio imposto da quella medesima violenza, l’Ambone è lì accanto, in attesa, e l’officiante vi aprirà il libro per leggere all’assemblea dei fedeli: silente il libro, colmo di parola in potenza, lì certamente contenuta, ma ancora muta, fino a quando la voce ne leggerà le sillabe che, componendosi in parole, in catene di parole, andranno a risuonare nello spazio della navata e anche in quegli istanti ogni parola si alternerà ad attimi brevissimi di silenzio corrispondenti al bianco tra le parole presente sulla pagina, nella pagina necessariamente ritornante. Con coerenza estrema leggo nel libro di Raimondi: “Mettersi in ascolto è già presidiare il luogo del silenzio; è già presenziare davanti al suo inizio con la propria postura, la propria condizione, la propria storia, stabilendo con esso una sorta di patto d’attenzione” (pag. 30) – per questo scrivevo all’inizio che davanti all’Altare e all’Ambone mi sono sentito “a presidio” del silenzio, dal momento che ogni atto di contemplazione, di meditazione, di pensiero, di scrittura richiedono una postura attiva e ricettiva, non da mero spettatore (o, peggio, da “fruitore”: volgarissima, spregevole parola), ma da persona che decide di prendersi cura del silenzio e del pensiero e di farsene ambasciatrice. Logico, allora, che “Il silenzio accade per persuasione, avviene per coinvolgimento sensoriale ed emotivo, succede per volontà e determinazione. Scrivere nel silenzio non è come scrivere col silenzio. (…) Scrivere col silenzio è sapersi disporre all’ascolto e all’attenzione dell’inafferabile, dell’indeterminato, come dell’impossibile e dell’improbabile che invece possono accadere, stravolgendo le più ardue previsioni. (…) Nella poesia il silenzio si fa traccia di un ascolto che si fa parola” (pag. 34): al posto di “scrivere” si legga “scolpire” oppure “dipingere” oppure “disegnare”: nulla cambia di quanto il poeta milanese qui scrive; e lo stesso vale per Claudio Parmiggiani: che siano l’Altare e l’Ambone gallaratesi, l’Isola del Silenzio o il Faro d’Islanda, sempre il gesto umano e artistico sta dentro l’ascolto, dentro l’attenzione, dentro il prendersi cura – perché “Il silenzio non è mai un tacere, al contrario, se inteso nella sua accezione naturale , esso è sempre e comunque un parlare.
Maieuticamente il silenzio fa emergere la banalità, il non necessario delle parole sperse nel chiacchiericcio della lingua, quella gettata fuori di noi per mistificare la nostra reale posizione, il nostro autentico posto nel mondo” (pag. 36): mi piace pensare all’Altare di Parmiggiani come a una levatrice del pensiero e, nel contempo, del silenzio che solo può inverare il pensiero perché esso deve nascere e crescere nella chiarezza rispettosa e ordinata del non-rumore, del non-cicaleccio.
Non si dimentichi allora che “anche il suono è pregno di silenzio, come il silenzio è colmo di suono” (pag. 38): nell’ambito visivo si potrà dire, parallelamente, che anche l’ombra è pregna di luce, come la luce è colma d’ombra ed effettivamente il biancore dell’altare è in dialogo dialettico con l’ombra stessa incubata tra le teste, con l’ombra contenuta nelle migliaia di storie cui quelle teste fanno pensare, con il variare stesso della luce solare o notturna.
Siamo dunque innanzi a un Altare e a un Ambone che parlano traverso il loro silenzio e lo fanno per pura, diretta evidenza (essi stanno lì e si offrono al dialogo e all’interrogazione), ma parimenti perché “Il silenzio è anche un puro elemento della parola stessa, diventando – in una prospettiva dialettica negativa – una determinazione della sua stessa esistenza. È dal “non” che conferisce “l’esserci“; è dall’assenza che egli testimonia la sua presenza” (pagg. 38 e 39).
E, infine, essenziale: “Si deve coltivare il silenzio come si coltiva un orto. La cura con la quale ci si dedica viene contraccambiata con la nascita e la crescita delle proprie sementi, delle proprie radici interrate per bene. Il silenzio va imparato come si impara la scrittura, a piccoli passi, a piccole grafie, tra una cancellatura e l’altra, tra uno stropicciamento del foglio e l’altro. La scrittura si fa chiara dopo che la scrittura si fa chiara in noi, passando da immagine a senso, da segno a lettera. Così il silenzio!“(pag. 45). È silenziosa, riservatissima, l’esistenza quotidiana del Maestro Parmiggiani, umile (humilis, silenziosa e nobilmente terrestre) la sua dedizione (o laica fede) all’arte – la realizzazione dell’Altare e dell’Ambone gallaratesi sono approdo di un lungo studio e di un intenso dialogo con il luogo e con un gruppo di persone che con il Maestro hanno voluto collaborare, perché è evidente che il silenzio non è isolamento né afasia né mutismo, ma un valore etico, intellettuale, storico che appartiene contemporaneamente a un individuo e a una comunità, così che l’Opera, adesso disvelata, ha iniziato un cammino verso chi voglia incontrarla: in tal senso trascrivo un altro passaggio dal libro di Stefano Raimondi che, riferendosi al concetto di esilio, afferma: “Anche il pensiero vive a volte d’esilio, come di silenzio. María Zambrano dal suo silenzio e dal suo “esiliamento”, ad esempio, ha saputo come trasformarsi in pensiero poetico: in un cuore pensante. Essa ha saputo mutare il proprio luogo d’espatrio in spazio d’accettazione, in antro protetto da un pensiero sempre posto in silenzio dall’ascolto della carità e della pazienza. Un pensiero colmo di coraggio nel quale il delirio della lontananza e della mancanza ha saputo come incarnare il proprio destino. Un destino fatto di aurore e di chiari del bosco, dove il silenzio diventa parola-arnia che raduna: coltiva. Sono così le parole plurali del vero: vengono dal silenzio” (pag. 43) – perché credo che la condizione di esilio appartenga a chiunque non condivida certe tendenze del proprio tempo e ne scorga l’inganno e la malvagità. Ricordo poi che “La scrittura è la voce incomparabile del silenzio. La sua sonorità è l’eco di tutti i silenzi; un silenzio di cui niente interrompe la loquacità. Un discorso in cui la vista si è sostituita al suono, e l’astrazione si è sostituita alla rappresentazione visiva” – Andrea Emo, La voce incomparabile del silenzio, Carlo Gallucci Editore, Roma, 2013, pag. 21).

…mia speranza è che questo scritto non sia vana ciarla, indegno rumore, ma che sappia rendere un servizio al silenzio, che ne sappia lasciare affiorare le ragioni e la necessaria, irrinunciabile presenza – e desidero che ciò accada proprio nella Dimora del Tempo sospeso dove, con ostinazione e determinazione, si continua a cercare di edificare isole di senso e di fecondante silenzio (grazie al soccorso della parola) nel bel mezzo delle ciarle rumorose e volgari che insozzano la “rete”.
Prego poi chi desideri lasciare un “mi piace” o un qualsiasi commento di leggere FINO IN FONDO quest’articolo – trovo singolare che più di una volta un “mi piace” compaia (mi si creda) APPENA POCHI SECONDI DOPO che io abbia pubblicato un intervento, diciamo così, abbastanza “lungo”… Non lo considero affatto un “mi piace” dato sulla fiducia…

6 pensieri riguardo “Presidiare il luogo del silenzio: per Claudio Parmiggiani, per Stefano Raimondi”

  1. Letto fino in fondo (neanche io capisco quei “mi piace” sulla fiducia nella migliore delle ipotesi, altrimenti sono merce di scambio 🙂 ). Letto fino in fondo perché ascoltavo il magico silenzio che lei ricreava con le sue parole. Grazie

    1. Gentile Marina, le sono grato per il suo commento che dimostra che lei ha capito lo spirito del mio intervento e della mia nota (polemica) finale.
      Sono io a ringraziare lei, anche per le numerose volte in cui ha commentato articoli non solo miei.

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