Rom, sinti, camminanti

Testi di poeti Rom e Sinti italiani

Alla periferia del mondo

 

Libero come la musica zigana

Sono nato sotto una tenda
in una notte d’estate
in un accampamento zingaro
ai margini della citta.
I grilli mi cantavano la ninna nanna
la luna mi fasciava di raggi d’oro
e le donne vestivano gonne fiorite.
Sono crescutio su un carro
dalle ruote scricchiolanti.
Eravamo ragazzi
senza ieri e senza domani
mendicavamo il pane nella pioggia e al sole
correvamo incontro ai nostri sogni
alle nostre fantasie nel bosco.

Ora sono diventato grande
la mia tenda e distrutta
il mio carro si e fermato.
Ma cammino ancora per essere libero
come il vento che scuote il bosco
come l’acqua che scorre verso il mare
come la musica di un violino zigano.

 

*

 

Súne fan térne džipén Sinténgre

Dinkráo zénale ves
táli fan súni
smáka kafeiákri tassárla
kráčamen fan u rad
kuándo vúrdia džána veg
an u lámbsko drom.
Bindžeráo u ves
bindžeráo u drom
bindžeráo u fráiapen.
U ruk unt u bar
sikrésman vágane permísse
vágane bráuxa.
E vínta rakrés mánge
vágane gíja
fan bássapen sinténgro.
Kamáo u ves
kamáo u drom
kamáo u fráiapen.

U súni fan u térne džipén
svintíslo ha furt.
Kálča unt máuro
unt kher ápi húfka.
Bus jek drom
dživés man papáli.
Hóski lé mándar u ves
hóski lé mándar u drom
hóski lé mándar u fráiapen?

 

Sogno d’infanzia zingara

Ricordo verdi boschi
vallate di sogni
profumo di caffe al mattino
scricchiolio di ruote
alla partenza dei carri
verso il lungo cammino.
Conosco il bosco
conosco la strada
conosco la libertà.
Gli alberi e i sassi
mi insegnavano storie antiche,
saggezza degli avi.
E il vento sussurrava
melodie lontane
di musiche zingare.
Amo il bosco
amo la strada
amo la libertà.

Il sogno dell’infanzia
è svanito per sempre.
Cemento e muro
e case ammucchiate.
E l’unica strada
mi porta indietro.
Perché mi togli il bosco
perché mi togli la strada
perché mi togli la libertà?

(Olimpio “Mauso” Cari)

 

***

 

Il mare

Nacqui nel Nord, in pianura,
un giorno di nebbia
e da allora pianura
di nebbia e nebbia sono state catene.
Rare le evasioni
sempre breve l’estate
e troppo spesso
in fondo alla strada un muro.
Perciò amo il mare
questo infinito giocattolo vivo
nel quale ritrovo i giorni piu belli
della mia infanzia e insieme
l’infanzia del mondo
e insieme le lunghe navi fenici e gli eroi
che ritornavano nel sole di ogni mattina
d’estate galoppando su bianchi cavalli
là dove l’onda si ritira e la rena
per un attimo alita strisce di luce.
Così nel mare ritrovo la mia vita piu vera
e che importa se dopo
su al Nord, nella terra d’esilio ove nacqui,
mi attendono ancora
le mie catene.

(Luciano “Hexo” Cari)

 

***

 

Deportazione

Cielo rosso di sangue,
di tutto il sangue dei Sinti
che a testa china e senza patria,
stracciati affamati scalzi,
venivano deportati,
perché amanti della pace e della libertà,
nei famigerati campi di sterminio.
Guerra che pesi
come vergogna eterna
sul cuore dei morti e dei vivi,
che tu sia maledetta.

(Vittorio “Spatzo” Mayer Pasquale)

 

***

 

La mia alba

Nell’alba di quell’undici novembre
del millenovecento e fu trentuno,
di chiara luce brillava il firmamento:
ultimo raggio di fulgida luna.
Tra mare e cielo tinte di carminio,
risorge il sole di novella aurora.
Biancheggia l’onda fra nubi turchine,
all’orizzonte, mar che il sole indora.
Nell’aureo manto astro di sole
illumina il tuo raggio in puro cielo,
or che l’orsa volge all’altro polo
tutte le stelle della stratosfera.
Tu, che misteriosa illumini la via,
bacia gli amanti fidi nella sera.
Tra i campi verdi ed i giardini in fiore
lascia che io canti la mia poesia
nell’alba che rinnova
e dà calore.

(Michele “Joska” Fontana)

 

***

 

A te adorabile nipote

Idelma nel mio cor tu sei dipinta
E mai saprò scordar quel dolce nome
Il tuo bel viso e la fronte cinta
Di profumate e inanellate chiome.
Sei bella come quella primavera
Che alla natura dà si belle cose
Angiol di bonta mite e sincera
Il tuo profumo sembra quel di rose.

Sei come farfallina svolazzante
Che vaga qua e là sotto il bel sole
E con le brune chiome al vento sparte
Di margherite in cerca e di viole.

Corri per i prati e per le valli
Al canto dell’augel che ti accompagna
E dalle cime e ghiacciate spalle
Cala il ruscel che la pianura bagna.

(Silvio Tanoni)

 

***

 

Gilurí

Čijómmete upré
ndre i rat ta li čilinjá
a kirjommete.
Tu sinjan i gilí kju šukár
prisó vakirés tru jiló.
Su kirés ki ni gilí?
Dep ku tem.
Dža anglé! Gilurí,
de u lav ku jiló di li vavér
sar kirián ki mants;
pe li lav kju nguldé,
ta sa ki kulá ta rovén.
Dža! De ki li čavé
li lav di li dat
ta či ndre tem
u dživibbé romanés!

 

Piccola poesia

Ti ho inventata,
tra la notte e l’alba
ti ho creata.
Sei la poesia piu bella
perché parli dal profondo del cuore.
Cosa farsene di una poesia?
La si dona al mondo.
Va’ oltre! Piccola poesia,
inebria il cuore di altri
come hai fatto col mio;
sussurra le parole piu dolci,
sorridi a coloro che soffrono.
Vai! Reca ai figli
le parole dei padri
e scolpisci nel tempo
l’esistenza zingara!

(Santino Spinelli)

 

***

 

I Braval

I bravál a čingardél zuraré
a si šil
u kam a muló
na dikepp nikt avrí.
Čoruró sar ni džuv a sinjóm
na nem ništ ta dav tumend.
André kavá them
me sinjom u ruk
ta i Braval a gjavél
andré mand.

 

Il vento

Il Vento grida forte
e freddo
il sole è morto
non si vede nessuno in giro.
Sono povero come un pidocchio
non ho niente da dare agli altri.
In questo modo
io sono un albero
e il vento canta
dentro di me.

 

***

 

Mur dat

Mur dat
Šung tar u grašt.
Šdinó, šukkó, bokkaló.
André li kja tiré
u sabbé, šukuár.
Tu kammián
kavá čavó tiró.
Dikkáv andré
i murtí tirí
u Rom, u džinó
u papú, li mulé mengr.

 

Mio padre

Profumo di cavallo.
Alto, magro, affamato.
Dentro i tuoi occhi
il sorriso, bello.
Tu hai voluto
questo tuo figlio.
Vedo dentro
la crosta della tua pelle
un Rom, un uomo
il nonno, i nostri morti.

(Bruno Morelli)

Nota

Questi testi sono tratti dall’antologia di poeti Rom e Sinti italiani curata da Sergio Franzese.

1 commento su “Rom, sinti, camminanti”

  1. Si tratta dell’individuazione, tipicamente nazi-fascista, di un gruppo da odiare, combattere, eventualmente sterminare.
    Ma, più in generale, si conferma il fatto di quanto sia scomoda, inquietante, odiosa la presenza di una cultura che con il suo solo esistere mette in dubbio le nostre certezze di stanziali, di fautori dell’ “ordine”, di inclini all’obbedienza.

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