Saline

1.

Il senso del viaggio è andare a cercare un luogo o una persona o un qualcosa (spesso ancora indefinito). Corretto è anche affermare che quel luogo, quella persona, quel qualcosa ti hanno cercato e chiamato. Il viaggio è, dunque, un incontro.

Il rettangolo fortificato di Aigues Mortes è silenzio posato sul margine delle saline e anche il vento, il rosa delle acque, la luce mediterranea sono alfabeti del silenzio.

 

Plus aucun souffle.

Comme quand le vent du matin
a eu raison
de la dernière bougie.

Il y a en nous un si profond silence
qu’une comète
en route vers la nuit des filles de nos filles, nous l’entendrions.
(Philippe Jaccottet, Leçons, 1969)

 

Cessato ogni soffiare.

Come quando il vento del mattino
ha vinto
l’ultima candela.

C’è in noi così profondo silenzio
che una cometa –
sulla rotta verso la notte delle figlie delle nostre figlie –
noi la udremmo.

 

Scrittura e silenzio coincideranno, dunque: nel senso che il silenzio, unico garante della serietà della scrittura, parlerà traverso di essa e la scrittura – qui, su questa pagina – lascerà affiorare il silenzio degli spazi bianchi, degli a capo, e questo accadrà anche dal cerchio delle “o”, dalla pancia delle “a”, dal vaso aperto in alto delle “u”, dal vaso capovolto e aperto in basso delle “n”, dal doppio vaso saldato e capovolto delle “m”, dagli occhielli oppostamente orientati delle “b” e delle “d”, dal punto che si stacca dal corpo della lettera delle “i”, dal vuoto di due “l” parallele (“ll”) …
Ed essendo scrittura pure il ritmo delle torri e delle mura, degli argini degli stagni, delle onde erbose su quegli argini, dell’andare delle nubi e del variare della luce (ora del giorno, stagione dell’anno) anche quella scrittura sarà voce incomparabile del silenzio.

Naturale, allora, vedere un essere umano camminare lungo le mura e i suoi passi infiammarsi, come dice René Char: (…) le feu surgissait sur ses pas, faisant de cet homme une lumière de toujours et une torche interrogative (Éloge d’une Soupçonnée, 1988) – il fuoco s’accendeva sui suoi passi rendendo quest’uomo una luce di sempre e una torcia interrogante.

… e da qualche anno il silenzio odora del fragore della motocicletta di John Berger che, scendendo da Nord, da Quincy, viene a sollevare spruzzi di salmastro lungo l’argine delle saline: lo vedo, sta seduto con la schiena appoggiata contro il muro esterno di Aigues Mortes, mentre disegna nel taccuino e le pagine si trasformano in un nuovo portolano del Mediterraneo. Aleppo: città martire. Sarajevo: città martire. Tripoli: città martire.

Vaste le vicinanze di van Gogh, a ben pensarci: la Provenza finisce e ricomincia qui, da questa scrittura di acque e di storie umane; l’automutilazione non è, invero, atto d’insania, ma sacrificio offerto a irraggiungibili stelle, mobilissime e roteanti di silenzio.
L’artista davanti al campo di grano sovrastato dai corvi vede la violenza della storia e ne chiede ragione.

E la leggenda vuole che il poeta abitasse a Carpentras in una casa con un olivo sul tetto: ammirevole invenzione che pretende che lo studio di un poeta, la sua cucina, la sua camera da letto si facciano tutt’uno con le radici dell’albero nobilissimo, che la casa si continui in un tronco lavorato dal vento e attortosi traverso il tempo, che s’apra in una chioma permeabile alla luce e fruttificante quelle drupe che daranno poi l’olio per condire il pane, addolcire la pelle, amalgamare i colori.
E il Petrarca, narra la leggenda, avrebbe liberato la Valchiusa dal mostro che, infestando le acque del Sorga, periodicamente rapiva le fanciulle della regione: nottetempo, impugnata la spada, sarebbe andato incontro al mostro recidendogli il capo – l’opposto del poeta imbelle, deriso dal valente guerriero, ben altro dal poeta debole di corpo e di spirito, pallido chierico asserragliato tremebondo fra inutili carte.
Di Avignone, preziosissimi, rivedo i pallidi segni d’affresco di Simone Martini: Italia e Provenza: una sorellanza.

 

2.

Il pellegrinaggio dei Gitani alle Saintes Maries de la Mer è una processione anche di apparizioni, di accensioni dell’immaginazione. Dalla cripta portano fino al mare l’immagine della loro Santa “Nera”, di Santa Sara, la serva egizia che salvò le Marie conducendole miracolosamente in salvo attraverso il Mediterraneo fino agli acquitrini della Camargue. Ed è proprio la Santa Sara, nera e quasi confinata nella cripta rispetto alle due Sante venerate nella chiesa superiore, che i Gitani si sono scelta come patrona, riconoscendosi, orgogliosi, nella Santa più umile e certo più nobile proprio in ragione degli ostracismi, delle angherie, del disprezzo che ha dovuto subire.

Le rughe profonde, veri tagli nel viso, ne dicono il sole, il salino, il cammino – nelle vesti s’addensano tempi di musici, maniscalchi, indovine, calderari, ricamatrici. I piedi sono fratelli delle ruote dei carri, mai separati dalle radici ctonie.
Guardateli mentre vi stringete nelle vostre giacche per proteggervi da questi rinnovati venti che invocano la deportazione e portano sentore di carne umana arsa.

Il pozzo dentro il tempio (la chiesa ha un accesso basso e stretto, come s’addice alle fortezze) restituisce acqua dolce. Chi crede bagna le dita d’acqua benedetta e si fa il segno della croce; chi si lascia chiamare da questo luogo per dolce arrendevolezza al mondo dell’uomo s’impiastriccia le dita con l’inchiostro di un Breviario mediterraneo che guida e illumina, ch’è preghiera di pace.

Andirivieni di nomi, da luogo a luogo, di scritture: Staël est parti, sans un pas dans la neige en se sachant sur le sol de la mer, puis dans la bourre du chemin (Éloge d’une Soupçonnée) – Staël se n’è andato, non un passo nella neve sapendosi sul suolo del mare, poi nel groviglio del viaggio.

L’art est fait d’oppression, de tragédie, criblées discontinûment par l’irruption d’une joie qui inonde son site, puis repart (Éloge d’une Soupçonnée) – l’arte consta di oppressione, di tragedia, perforate in modo discontinuo dall’irrompere di una gioia che ne inonda il luogo, poi riprende il viaggio.

Mi tornano alla mente due strofe di Mariella Mehr e me le ridico, me le traduco, una “luce di lupo”, libera e selvaggia, ma capace di fraternità, si apre un varco:

Oft singt mir der Wolf im Blut
dann wird mir warm
in einer fremden Sprache.

Licht, sag ich dann, Wolfslicht,
sag ich, und dass mir keiner komme,
das Haar zu schneiden.

Spesso mi canta il lupo nel sangue
e allora mi scaldo
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che nessuno venga
a tagliarmi i capelli.

 

 

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1 commento su “Saline”

  1. Merci pour cette magnifique visite, pour cet hommage profondément humain aux lieux difficiles et changeants de la Camargue. Certes les horizons, les sables, les oiseaux migrateurs existent avec talent pour les cartes postales des touristes. Mais le grand delta du Rhône, qui descend enragé depuis le coeur des Alpes, est l’espace de toutes les hésitations et de tous les espoirs, comme le montre magnifiquement cet article. Encore merci !

    Yves Bergeret

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