Nell’esilio / Su “Panchine” di Beppe Sebaste

Ghirriano, walseriano, bianciardiano, sebaldiano, nomade, libertario, insorto e intransigentemente ribelle, solare, talvolta teneramente malinconico, autoironico, bergaminiano, divagante, sempre sorprendente, celatiano, in una sola parola-aggettivo: sebasteano – esiste? no, ma la invento io con la licenza che mi concedo da lettore appassionato e partecipe: Panchine (come uscire dal mondo senza uscirne) di Beppe Sebaste (Laterza Editori, Bari, prima edizione 2008, sesta edizione 2018), come del resto tutti i libri dello scrittore, è un ventaglio vastissimo di riferimenti e di diramazioni tenuti saldamente insieme da una scrittura limpida che gioisce del fatto stesso, puro e semplice, di esistere e di potersi dare a leggere a quel lettore che cerchi libri-ponti-oltre-i-confini.


Sia chiaro: se qui scrivo di Panchine penso, nello stesso tempo, a un altro libro eccezionale che è obbligatorio leggere (e ascoltare) – Il libro dei maestri / Porte senza porta rewind (Luca Sossella Editore, Roma, 2010), ma anche a Oggetti smarriti e altre apparizioni (Laterza, Bari, 2009).
Incentro la mia riflessione (questa non è una recensione – io NON scrivo recensioni) su Panchine per una sua emblematicità, a mio parere, nel percorrere un universo sia stilistico che ideale e nel proporre un modo di guardare il mondo traverso la scrittura che è un prendersene cura con dolce sollecitudine e colta attenzione perché “la cultura – la letteratura soprattutto – in fondo non è altro che questo: fermarsi, lasciare scorrere il mondo, guardarlo, guardare anche un po’ se stessi” (ed. cit. pag. 5).
La scrittura di Beppe Sebaste è, in Panchine, un atto vitale che celebra e festeggia la vita in quei momenti che possono essere viaggi, incontri, letture, riflessioni e, soprattutto, il sedersi per guardare il mondo nella sua articolata, seducente, entusiasmante complessità.
Panchine è, alla lettera, un catalogo delle panchine (e dei luoghi che le ospitano) sulle quali lo scrittore si è seduto nel corso degli anni, panchine di fogge e colori diversi, ma sempre capaci di mettere in moto il pensiero e di dar luogo all’affermazione di una libertà intellettuale totalmente priva di pregiudizi, oltre che essere espressione di un atto gratuito grazie al quale chi è seduto su di una panchina a contemplare gli altri e la realtà che lo circonda si sottrae all’orribile meccanismo produttivo-consumistico; è un modernissimo Wanderer-flâneur-Taugenichts che da un lato si muove per cercare la panchina e sedersi su di essa e, dall’altro lato, una volta sedutosi lascia vagare il pensiero e l’invenzione; all’inizio di quest’intervento avrei dovuto citare anche Handke e Goytisolo, Claudio Parmiggiani e Beckett, Rizzante e Bichsel (autore quest’ultimo molto amato da Sebaste), John Berger e Franco Arminio, Max Frisch e Calvino e, ovviamente, l’amico carissimo (mai dimenticato da Sebaste) Giorgio Messori, artisti tutti che hanno dato vita a opere capaci di superare la distinzione dei generi e di restituire la scrittura anche alla sua natura più libera e giocosa/gioiosa: il sublime piacere di andare, di esplorare, di incontrare, di assaporare la libertà e di restituirla in un libro o in un’opera d’arte – e non per divertimento fine a sé stesso, bensì per scelta e serietà etica. Ecco quello che, con convinzione, considero l’atto politico di Sebaste: l’opporre la propria libertà di “fainéant” (ma quanto nobile e colmo di senso creatore è questo termine!) alle costrizioni di un capitalismo antiumano e distruttivo: un taccuino e una penna in tasca e, soprattutto, i propri occhi, le proprie orecchie per guardare e ascoltare – e la politica, anche stricto sensu, è ben presente nel libro, specialmente quando lo scrittore racconta dei tentativi da parte di diverse giunte comunali di eliminare le panchine o di renderle inagibili per i senzatetto, i migranti, i Rom, i “poveri” in generale, per chiunque venga percepito come una minaccia al cosiddetto “ordine” e “decoro”. Ché sedere su di una panchina è “uscire dal mondo” se per mondo s’intende una realtà fatta di servitù nei confronti del sistema produttivo-consumistico, ma “senza uscirne”, dal momento che si conquista un punto d’osservazione privilegiato perché libero e pienamente consapevole, offerto, in sovrappiù, all’esercizio della fantasia e della cultura, della riflessione e della memoria.
La gioiosa libertà della scrittura, infatti, non dimentica né rimuove la presenza, spesso violenta e aggressiva, della storia dei nostri anni e proprio fermandosi su di una panchina, talvolta guardando direttamente, talaltra di scorcio, anche in prossimità della fermata del tram o del bus, nel cuore del Parco Ducale di Parma o alla periferia di una città industriale, in un anfratto roccioso a Torre dell’Orso o nel Cimitero acattolico di Roma, la scrittura inizia il suo appassionante itinerario.
La panchina è, infatti, il nucleo del luogo a cui approda e da cui muove la scrittura, in quanto il rapporto privilegiato s’istituisce tra luogo e scrittura, tra spazio (geografico, storico, sociale) e pensiero-scrittura. È in tal modo che Panchine diventa anche un bellissimo labirinto di luoghi, di libri, di film e che, abbandonandosi alla seduzione dei riferimenti, da Panchine si può approdare a quei luoghi, a quei libri, a quei film per perdercisi dentro, per avere l’ennesima conferma del fatto che non basterebbero cento vite per percorrere i labirinti del mondo: la panchina, contrariamente a quello che si potrebbe pregiudizialmente credere, non significa staticità e sedentarietà, ma nomadismo e incessante andare – la contemplazione, la lettura, la riflessione che, tutte e tre, si trasformano poi in scrittura, costituiscono parti essenziali e irrinunciabili del viaggio e dell’esplorazione, la panchina, ci insegna Beppe Sebaste, non è fermarsi, ma continuare ad andare imponendo a tale andare un cambio di ritmo, un passo forse più rallentato e cadenzato, una fervida e vigile sosta che, comunque, appartiene all’andare del pensiero (e della scrittura), insofferenti come sono di sbarre, di cancelli, di muri. Di fascismi.

Se la panchina rischia l’estinzione è perché è considerata pericolosa. È considerata pericolosa per la sua casualità e gratuità, che urta contro le norme della circolazione e quelle del controllo sociale” (ed. cit. pag. 36).

La letteratura è piena di panchine perché parla della gente – e la gente, sopra ogni cosa, aspetta e aspettando gira a zonzo e si siede dove capita. Poi parla di panchine perché quelli che scrivono, oltre ad aspettare e a guardare anche più degli altri, hanno spesso una vita di frontiera, senza appartenenza. La vita di scrittori e artisti è spesso oziosa per lo sguardo comune, cioè straordinariamente assorbita dal loro lavoro invisibile” (pag. 56).

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1 commento su “Nell’esilio / Su “Panchine” di Beppe Sebaste”

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