Breve saggio sulle macchine di Jean Tinguely

Una macchina di Jean Tinguely è un TESTO del quale vengono evidenziati i meccanismi (le parti interconnesse tra di loro) e i movimenti (le interrelazioni che animano il testo), ogni sua parte è accenno a testi fuori dal testo, ma con esso in relazione (per esempio una catena rimanda alla bicicletta dalla quale proviene, una ruota al suo trattore e via enumerando), così che l’idea tradizionale di TESSITURA si trasla in quella di MONTAGGIO, le parti meccaniche smontate dalle loro posizioni e funzioni originarie assumono nuovi significati e nuovi ruoli, anche ironici e giocosi, ma che, esattamente come il testo letterario, vanno a formare una macchina inutilizzabile per produrre o per muoversi o per spostare merci: si tratta di una “macchina” da un lato fine a sé stessa (ironicamente e programmaticamente inutile), dall’altro capace di provocare riflessioni e che invita a manipolarla, a entrarci dentro, a esplorarne spazi e anfratti solitamente celati alla vista e al tatto.

La natura e lo stato dei singoli pezzi (spesso scarti industriali o derivati da demolizioni oppure da smontaggi e che hanno, quindi, anche un carattere citazionistico) invitano alla contemplazione e, si badi, si contemplano parti di un paesaggio meccanico e artificiale, superfici molate o zigrinate, parti arrugginite o di vernice opacizzata dal tempo e dall’usura – poi si guarda l’insieme che s’impone con l’evidenza dei giunti meccanici e delle cinghie di trasmissione, si osserva il movimento che, nello stesso tempo visibile e invisibile, può esser detto il respiro della macchina.

È molto interessante osservare che Jean Tinguely, che fin da bambino si rifugiava nei boschi per trovare silenzio e per costruire meccanismi di legno che si muovevano sotto l’azione dell’acqua dei torrenti e che lasciava sul posto immaginando divertito le reazioni di chi si fosse imbattuto in quegli oggetti, sviluppi una grande attenzione per il paesaggio meccanizzato e industriale del nostro tempo e lo interpreti in forme differenti, compresa quella di montare su alcune macchine le coloratissime sculture dell’amata compagna Niki de Saint Phalle, oppure costruendo macchine “per musica”, “per disegnare” e via enumerando.

Immagino Tinguely accumulare i suoi pezzi, poi trasceglierli uno a uno; spesso disegnava le sue macchine prima dell’assemblaggio, così che non esiste casualità nel risultato e ogni particolare deve partecipare del movimento generale. La filiazione è, certo, dal Grande Vetro di Marcel Duchamp (si veda lo splendido libro di Octavio Paz Apparenza nuda edito in Italia da Arcana) con una radicalizzazione dell’idea che il movimento non vada più soltanto rappresentato, ma debba essere, per dir così, materiale tra i materiali impiegati, anzi, il principale di essi, elemento costitutivo e fine.

Le macchine di Tinguely, alcune divertenti e allegre, altre anche inquietanti, incrociano, nella mente di chi le osserva, la catena di montaggio del film Tempi moderni, la tecnica narrativa del montaggio di un romanzo come Berlin Alexanderplatz, gli assemblaggi di Pino Pascali, i proiettori con tutti i loro meccanismi e il loro funzionamento a vista di Rosa Barba, le sculture cinetiche di Alexander Calder, i totem di Tony Cragg assemblati anch’essi con pezzi meccanici di scarto, forse anche certe performance musicali di Karl Heinz Stockhausen: i pezzi che le compongono ci sono molto familiari, provengono da auto, trapani, nastri trasportatori, biciclette, eccetera e non ci si faccia ingannare dall’apparenza giocosa del risultato, perché ogni macchina di Tinguely ci rammenta la forte presenza della meccanica nella nostra esistenza e, con il suo effetto di spaesamento dovuto all’assemblaggio inedito e incongruo rispetto alla consuetudine utilitaristica, quella stessa macchina ci interroga, chiedendoci se ci rendiamo conto dell’asservimento di cui siamo vittime, mostrandoci come l’artista, partendo da un impulso apparentemente infantile di giocare con gli ingranaggi, assuma invece una postura libertaria e critica verso il mondo dei meccanismi che pure lo affascina. Recuperare quegli scarti e rimontarli significa restituirli alla possibilità di un rapporto non ostile e non straniante con l’essere umano, sottrarre essi e l’uomo alla dittatura della macchina capitalistica e, più in generale, del sistema capitalistico stesso.

Nulla di strano, poi, se si pensa a molte di queste macchine come a una celebrazione del meccanismo dell’orologio (nell’intera Europa si rinvengono i grandi orologi astronomici o con scene bibliche animate grazie ai meccanismi nascosti: Tinguely fa vedere non solo le parti semoventi, ma anche i motori e gli organi di trasmissione del movimento), mentre altre ancora posseggono un chiaro riferimento erotico e, nella loro essenza di testo da leggere e da cogliere nel suo incessante movimento, svelano proprio l’energia erotica (leggasi: vitale e creatrice) contenuta nel testo che cerca una relazione con il lettore/osservatore, lo coinvolge, lo provoca, ne scuote l’eventuale approccio passivo.

Mi sovviene a questo punto il ritratto che Robert Doisneau fece di Jacques Tati perplesso innanzi al vélo smontato in ogni suo pezzo: una macchina di Jean Tinguely presuppone l’atomizzazione di molte macchine precedenti i cui pezzi, rimontati, generano tutti insieme una macchina nuova e inedita (tale è il testo che deriva dallo smontaggio e dal rimontaggio di altri testi, nel senso che ogni nuovo testo esiste anche, se non precipuamente, per le moltissime connessioni, interconnessioni, relazioni, riusi, somiglianze, dissimiglianze con centinaia di testi a lui precedenti). Ora, si può presupporre che Tati voglia rimontare la bicicletta disponendo ogni pezzo “comme il faut” – Tinguely ci conduce a pensare a operazioni di smontaggio (o anche di demolizione, di smembramento) che, al contrario, vogliono reinventare assemblaggi e moti, posizioni dentro lo spazio e suoni o rumori (le macchine dello scultore svizzero producono anche suoni, non lo si trascuri).

Tinguely compie, inoltre, un atto di attenzione e di cura nei confronti di pezzi scartati e gettati via, diventati invisibili o, al più, ingombranti e fastidiosi: li raccoglie, li osserva, li ripulisce, dona loro nuova collocazione e nuova vita, li organizza con la rigorosa libertà dell’artista in una comunità di parti capaci di generare qualcosa di nuovo e di inedito. E una macchina può essere costituita anche da parti che sono piume, elementi di porcellana, stoffe, strumenti musicali, fogli di carta, dando vita a creature il cui corpo vive di materiali differenti, ma vive perché si muove e, muovendosi, interloquisce con chi guarda e ascolta, con chi gli gira intorno, con chi se ne lascia incuriosire e chiamare.

Anche il testo chiama e si fa guardare (leggere), anche il testo muove incontro alla mente, si mostra montaggio di numerosissime parti del mondo, textura che non esclude l’enigma (che cosa voglio significare?) né il mistero (a che cosa rimando, accenno, a quale groppo di buio faccio riferimento con la mia pur luminosa presenza?)

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