Distacco del vitreo

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Roberto Cescon
Distacco del vitreo
Mestre (VE), Amos Edizioni, 2018

La poesia di Roberto Cescon, in questa raccolta, esiste come forma rappresentativa di una natura circostante: piantagione in piena luce, sotto qualcosa che da lassù turba, una luna dentro il suo percorso. Il significato è anzitutto condizione primaria, niente può scavalcarlo né essere sottratto alla volontà predominante dell’autore: chi può negare la concretezza di questi corpi, viventi ancora prima di parlare? La biologia che gira dentro le poesie assicura e difende un mondo, e non viene mai meno alla propria essenza. Biologia capace di visioni, si aggira fra materie minerali con qualche timore, adombra gli abissi circostanti e consegna a sé stessa un interesse esclusivo: la verifica della realtà. O meglio, dell’unica realtà percepita dai nostri sensi principali. Uno di questi appartiene all’occhio.
La lingua varca gli ostacoli per ritrovarsi di fronte alle pianure che sfolgoravano alla vista del nomade Van Gogh. È l’evento, anche quando resta in un mistero, a consentire il soffio dei vocaboli fino a sincronizzarsi con il respiro tra un passo e l’altro. Gli episodi sono tutto quanto interessa a Cescon, per come sospingono la morale negli interstizi della vita. Dove le delicate parti dello strumento oculare faticano ad agire, e il rischio è sempre dietro l’angolo. I barlumi, fitti e concentrati, invadono le giornate, e diventa spigoloso seguirne i cicli, sebbene la lingua conosca arsure e piccoli varchi salvifici.
La casa e l’estate preservano dalle infrazioni, Cescon ne conosce prospettive trovandosi al cospetto del mondo che contiene strade, paesi, e canti fin troppo avvincenti. Non sono le sirene a interessarlo, l’attenzione è rivolta al “nemico” pronto a togliere i colori e a nutrire la ruggine. La parte centrale della raccolta è dedicata all’altra storia di un nemico, sempre discosto dai normali passi, e che assume le sembianze di pericolo. Le poesie in questo frangente difendono – responsabili di passi necessari e accorti – e consentono di rasentare i muri senza scontrarsi. Cescon non ha mai dubbi sulla rappresentabilità del male, né teme di sfiorarne la ruvida sostanza avendo sotto di sé il passo ritrovato. Il futuro è nello sguardo, contiene tutti i punti di domanda e le questioni risolventi quando non funziona. Da un punto all’altro di Distacco del vitreo non facciamo che tenerci svegli di fronte alle minacce, ed è questo il bene che Cescon è deciso a tenere stretto nel proprio destino poetico e umano. Un’intimità devoluta a chi continua ad aggirarsi nei nostri bassifondi.

 

Testi

 

Vulnerabili andiamo verso niente
esposti alla ferita della perdita.

Piantagioni di fantasmi
in lotta con la fame.

Ritratti al sicuro,
non siamo preoccupati dei sassi,
ma la luna ci insegue nei bicchieri.

Niente più ci turba.

Tutto è già accaduto nella lingua
lo sguardo in apnea, in gola una roccia.

 

*

 

Il corpo arriva prima della testa
quando è tempo di cambiare.

Ora sogno che muoio mentre dormo,
in gola pulsa una pietra
il soffio strozzato del tuo nome.

Ho scritto al buio perché temo
di vedere quale parte si stacca di me.

 

*

 

Entra solo se credi
che non puoi condividere nulla:
raccontarci non doma l’abisso,
devi accarezzare la bestia
per capire che il perduto non torna
se non cucito come un’ombra
che assedia le occidue ferite.

 

*

 

So. E non oso
che restare a riva
a mangiarmi la testa sullo scoglio.

Non so
dove ovunque andare
per sminare dubbi dagli incroci.

Un passo un respiro, un passo un respiro,
perché sei già caduto quando cadi.

 

*

 

Invaso dai barlumi,
è tutto un parlare alle pareti,
perduta disciplina
del muscolo di scrivere
stanando mai la bestia.

Annegare dove tutto ha un posto:
ironia di chi è fuori
e dentro
non sa stare, essere a pezzi
per gli altri, tutto e nulla per sé.

 

*

 

Il mio nemico è pronto sempre e mai,
passeggia coi fantasmi per rifarsi
una nuova pelle, una volta perdonato.

A togliere un colore alla volta
nella ruggine si è visto
l’uomo sbagliato nel posto sbagliato
ma sa che mai non è perduto
il tempo immoto prima dei bivi.

 

*

 

Il mio nemico è gioia in solitudine
non di stare a riva
ma risalendo i ronchi nutrirsi
nervoso di vita
nel solo tempo che si slarga
anche se è un inferno
trovare le parole, farsi voce.

 

*

 

Come un poeta il mio nemico
esagera per dire il vero
ma spinge una ruota che non gira
con la spina dei doveri nel tallone.

La bestia si nasconde dentro casa,
è preda che s’insegue,
eppure dirsi con le unghie
di nessuno è responsabile,
tutto è davanti
per giungere a se stesso.

 

*

 

Sei accaduto, Pietro.
Prima del tifone vivevo in un acquario,
ora sono là dove non sono
perché l’inquietudine è il peccato
originale, ma per coprirci non c’è
abitudine o migliore altrove.

Pietro, arbitro del mio sguardo,
disegnare il tuo futuro è piantare
punti di domanda sotto terra.
Sei libero quando non hai scelta
perché la fine è già finita
solo quando muti gli occhi.

 

*

 

Cose da dire a Pietro

Poche strade sono dritte, spesso solo dentro noi.
Guarda sempre l’orizzonte, ad ogni curva cambierà.
Metti nello zaino solo quello che ti serve.
Lungo la salita pensa al libro vetta.
Trova il tuo passo, importante è arrivare.
Dopo la salita, godi la discesa senza fretta.
Per conoscerti devi perdere, però non troppo.
Aggiusta i pezzi con coraggio, è la vita che ti è data.
Non temere di cadere, qualcuno ti raccoglierà.
Dopo il temporale l’aria si pulisce.
Ridi, che la vita è una.

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1 commento su “Distacco del vitreo”

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