Breve saggio sull’arte di Edoardo Tresoldi

Fare materializzare immagini mentali usando reti metalliche: le figure umane, le costruzioni architettoniche che si danno a vedere posseggono l’aerea trasparenza di una visione, l’impalpabile presenza di un pensiero.

Un’immagine della mente che si profili nel paesaggio incanta lo sguardo, stabilisce un ininterrotto flusso di sentimenti e di pensieri tra il “fuori” e il “dentro” della mente.

Un tratto comune a molta arte dei nostri giorni: volersi sottrarre alla “museificazione” – anche Edoardo Tresoldi costruisce strutture temporanee: ne resteranno fotografie e la memoria di chi le avrà viste.

Si tratta del privilegio, ma anche dell’aspetto effimero della memoria: il ricordo è personale, esso si trasforma e talvolta tradisce – la fotografia ne è un debole surrogato, anche una traccia per chi non può avere memoria diretta e personale di un luogo che non ha mai visto.

Ma il luogo è luce, ombra, odori, topografie, persone che vi si sono incontrate, circostanze. E le sculture temporanee di Tresoldi, una volta scomparse, tornano a essere immagini puramente mentali: continuano a esistere solo nella mente, dove vi si unisce la certezza che “esse erano qui” similmente a edifici del passato dei quali si conosce l’esistenza, talvolta persino la topografia, ma che non sono giunti fino a noi.

Le strutture permanenti, permeabilissime all’aria e alla luce, di calviniana leggerezza, dicono di una laetitia aedificatoria desiderosa di riscattare l’homo faber contro la cupiditas di chi costruisce per puro profitto distruggendo il paesaggio.
Alcune di esse desiderano recuperare allo sguardo edifici andati perduti – ed ecco, di nuovo, il tema della memoria, una memoria che immagina l’edificio nel luogo dove esso sorgeva.

Un testo poetico che s’accampa sul bianco della pagina, che imbastisce trasparenti figurae di parole, che, per accenno e per contrasto e per affinità, lascia emergere il silenzio: così la trasparenza della rete metallica accenna e mostra la materia assente, il suo ricordo o la sua idea.

Ché, come a Siponto, Edoardo Tresoldi fa riapparire l’antica Basilica, riconsacra il sito secondo la propria idea di sacralità del paesaggio, perché la bellezza, congiunzione di luogo naturale, luogo scelto ed edificato dall’uomo, luogo storico, si dà a vedere proprio come grafema disegnato in dialogo con il cielo e la luce continuamente cangianti.

Apri una finestra sul pendío
per non trascurare gli aceri
d’autunno, dissipati gloriosi,
ma affídati anzitutto
al talento dello sguardo.
Le cose vedute
non sono passivamente:
si rivolgono, inquietano
domande, non è facile
disfarsene. Unitamente –
è questo il dovere
dello sguardo,
l’amorosa sua virtù.
Nanni Cagnone, Ingenuitas (La Finestra Editrice, Lavis, 2017, pag. 108)

In effetti lo sguardo conosce almeno tre momenti durante i quali esso si esplica: lo sguardo che anti-vede l’opera, che cerca e, nel contempo, riceve la visione di quello che sarà, lo sguardo che vede il farsi dell’opera, e lo sguardo che ne vede la realizzazione – i primi due stadi appartengono all’artista, il terzo all’artista e a chiunque guardi l’opera realizzata. La “finestra” di cui scrive il Poeta è veicolo dello sguardo, il “talento dello sguardo”, poi, è la medesima amorosa cura che Tresoldi rivolge verso il paesaggio con il quale dialogare traverso le sue architecturae, un paesaggio sempre naturale e storico, sociale e culturale.

Ammirevoli (ma cito solo alcune realizzazioni) Etherea a Coachella del 2018, Archetipo ad Abu Dabi del 2017, Incipit a Marina di Camerota del 2015, Lift per il Secret Garden Party di Abbots Ripton presso Huntingdon del 2015, L’Uomo dei Venti a Pizzo Calabro del 2013: Tresoldi possiede il dono di pensare opere che, nella loro trasparenza, nel loro elevarsi dentro lo spazio, vasto, di un luogo, sanno rivelare l’invisibile e squadernare il talento della mente umana per la bellezza, che nell’essere attraversate dalla luce e dal vento sanno rendere visibile e udibile il silenzio.

Mes prétendus collègues
incapaci di splendore,
l’impensato non è per voi,
vi appaga una maniera.
Poesia è cosa azzardata,
generosità e timore.
Nanni Cagnone, (ibidem, pag. 90)

L’azzardo è il coraggio di pensare forme anche gigantesche realizzate con reti metalliche che danno a esse le sembianze di eteree apparizioni, di ologrammi senza peso, la generosità è quella del dono di queste forme, il timore è il sacro rispetto per i luoghi che Tresoldi ha ripetutamente dichiarato, ma anche il suo ispirarsi all’arte dell’antichità classica e rinascimentale, in una filiazione che lega la nostra modernità al nostro passato – c’è davvero splendore in queste opere, splendore nel loro dialogo con la luce e con lo spazio, con la storia del luogo in cui sorgono, con lo sguardo che le contempla; a leggere alcune dichiarazioni dell’artista o ad ascoltarlo durante incontri pubblici confortano il suo rispetto estremo per i luoghi nei quali egli interviene, la serietà e la pacatezza delle riflessioni che sono alla base di ogni opera, la passione commovente nei confronti del proprio operato.

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