Carretto

Immagini:
Museo del Carretto Siciliano
Aci Sant’Antonio, Catania
(da qui)

Yves Bergeret

Carretto

 

Tintinnano a decine vicino ai sassi le immagini di ferro
a decine le immagini di legno.

Vibra dal fondo dei dirupi di erbe secche
il soffio tra le pietre.
Che ci infonde la vita della terra, degli antenati, dei semi,
dei sortilegi, degli aromi, delle gioie.

Sono solo i merli a cantare, a marzo,
o sono anche le minute figure ruvide e rosse
che a un palmo dal terreno
sobbalzano sulla strada sterrata?

 

Tintinnano vicino ai sassi le immagini dei santi
le teste di cavalli e di grifoni,
gli elmi guerreschi, tutti piccoli, dai vividi colori.
Un metro al di sopra dei sassi tintinnano le immagini.

Traballano vicino agli ulivi grigi
il disaccordo e l’accordo e il disaccordo
di centoquarantasei pezzi di legno dipinti
in viaggio insieme, al passo del cavallo
che trascina le stanghe del carretto.

Se non basta in un giorno di pioggia il fango che schizza,
è la dura tragedia quotidiana del vivere che inzacchera
e si appiccica e incolla le sue immagini all’asse, alle sponde,
alle estremità di ogni legno, di ogni ferro che compone
la parte stabile o snodata del corpo del carro,
che prosegue la sua strada verso il mercato,
verso i campi. Grazie fabbro, grazie ebanista,
grazie pittore che riuscite a farci tremare ancora più
dell’isola vulcanica, della terra sismica,
della collera del signore, del castigo
degli dèi ciechi e della morte assurda, grazie a voi
che moltiplicate a un metro dal temibile suolo
la splendida frenesia dell’immagine
che con ironia, parodiando, con fierezza
salva.

 

Con ognuno dei raggi delle due ruote
girano i busti dei servi beffardi del destino,
le loro teste acconciatissime, le fronti ben pettinate,
giostra, carte da gioco, torneo di paccottiglia
nel suo rutilante ticchettio sopra i sassi.

 

Sul pianale tra le due ruote
le cataste di legna, i recipienti,
le fascine, i sarmenti di vite,
i sacchi di grano, i barili;
e gli dèi se ne vanno per la collina
e per l’altra collina digrignando i denti.

Tra le fiancate dipinte sul pianale
a gambe distese, la schiena appoggiata al suo amante,
la giovane donna si sistema la veste.

Tra le sponde, l’innamorata addormentata…
Tra i sogni del suo sonno
rimbalzano le immagini
i cui colori afferrano per il collare
i cavalli imbizzarriti, le grida
della tragicommedia.

 

«Il mio caleidoscopio di ferro e di legno
avanza a strappi sulla pista dura,
dice il carrettiere.

La mia fortuna
avanza con difficoltà sulla rabbia dei vicini,
con giochi e scherzi sulla gioia dei parenti.

I miei grani, i miei semi fuoriescono
da tutti i buchi del carretto.
La bianca strada sterrata, il campo attiguo,
il prato giallo allungano il collo.

 

Sul mio carretto ci si rade gratis, io cesello i colli.
Ammazzo o abbraccio.
Eh, il mio carretto, ecco che ora lo fermo
e do una ripulita al cavallo.

Tutto il paesaggio, i cipressi di Maurizio,
il fieno di Concetta, il boschetto di Riccardo
si allontanano di corsa,
si nascondono nel silenzio
aspettando che riprenda il racconto
del viaggio, del lavoro.

 

Forza, carretto a due ruote, a due braccia,
tu non hai vita, non hai senso se non andando,
se non portando per le strade sterrate e pietrose
quanto basta a far vivere il tuo padrone e la sua famiglia.
Forza, carretto a due ruote, a due braccia,
le tue ruote di legno cerchiate di ferro
vibrano così tanto da creare una sinfonia
a tratti muta, una parata di immagini, di forme e di colori.
Tu sei il mio diavoletto adorato
che raschia a tal punto la mia povera terra secca
da farle risputare a profusione il discanto festoso
degli spiriti del suolo che tu liberi. E questi buffoni,
questi diabolici buffoni lasciano come piccola ricompensa
del grande rito la folla di immagini sgargianti sulle predelle,
intendo dire sulle fiancate, sui raggi delle ruote,
sulle stanghe. E nei miei occhi. E io canticchio
insieme a sassi e santi e figurine folli
la mia vita che si trascina a stento così giovane così pazza
tra la ghiaia, una fiera di borghi e aridi campi».

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