Marcel Duchamp gioca a scacchi

La decisione è, apparentemente, radicale: a partire dal 1923 abbandonare le arti figurative per dedicarsi agli scacchi – in realtà Duchamp continua a praticare il pensiero, ma, diciamo così, allo stato puro, svincolato da qualunque fine espressivo o rappresentativo (“retinico” secondo una sua nota formulazione) – con indeflettibile coerenza egli continua la propria ricerca intellettuale.

Il suo è un gesto anche contro i dilettanti dell’arte: si allontana dalle ciarle, ma Duchamp non scompare dalla scena culturale e artistica mondiale, vi si mostra, invece, seduto davanti all’amata scacchiera, in più di una fotografia, in più di un documentario, sempre elegante e aristocratico, con compagni di gioco o da solo nel suo studio: il perché si faccia fotografare è forse interpretabile con il suo affidare a un mezzo come la fotografia l’atto di fissare, almeno nelle sue evidenze “retiniche”, un atto di fatto invisibile: il pensare. Se la sua “rinunzia” alla pittura significa, in verità, il passaggio dalla pittura come atto del pensiero al pensiero puro, giocare a scacchi con (o contro) artisti di conclamato valore e farsi fotografare anche da angolazioni inusuali significa continuare a dialogare con l’arte a lui contemporanea , evidenziandone l’aspetto di serissimo gioco del pensiero. Egli esercita, infatti, un’incessante influenza sulle generazioni più giovani che, nella loro ricerca, non possono prescindere dalla sua opera.

Duchamp gioca a scacchi con Dalì: le fotografie scattate da sotto una scacchiera trasparente sembrano alludere sia al Grande vetro che all’impalpabilità del pensiero che, ripeto, pur invisibile fa avvertire la sua presenza sia nello svolgimento di una partita che nella realizzazione di un’opera d’arte. E infatti, in modo magistrale, Octavio Paz dimostra, nei due straordinari saggi raccolti nel libro Apparenza nuda / L’opera di Marcel Duchamp (Abscondita, Milano, 2000, traduzione di Elena Carpi Schirone), che Duchamp conduce una ricerca d’ispirazione platonica, tutta proiettata nel mondo delle idee, quindi del puro pensiero: sarà solo nel 1969, pochi mesi dopo la morte dell’artista, che verrà mostrata al pubblico un’opera molto enigmatica e complessa cui egli aveva lavorato in totale segreto per circa vent’anni – un assemblaggio chiamato Dati: I°. La Cascata. II°. Il Gas da illuminazione. Penso basti questo per comprendere che gli scacchi non furono una bizzarria o qualcosa di simile, ma, appunto, l’esercizio “pubblico” di un pensiero instancabile.

Riflettiamo: il giocatore di scacchi dev’essere capace di prevedere mosse e contromosse (i migliori possono riuscire a spingersi molte mosse avanti) e di tenerle a mente: siamo nel campo della massima astrazione, tutto si genera e permane nel pensiero senza, spesso, l’ausilio di annotazioni o simili – Duchamp gioca a livelli molto alti: questo significa che acquisisce e possiede una capacità di concentrazione non comune e che il suo pensiero sa ridurre al minimo i condizionamenti provenienti dall’esterno.

Marcel Duchamp continua, da scacchista, ad applicare l’idea di un’arte sottratta a sudditanze e a finalità pratiche: una partita a scacchi giocata con impegno e dedizione totali è capace di librarsi nel campo della speculazione pura: di essa non resta traccia che nelle eventuali annotazioni delle mosse succedutesi le quali sono, in ogni caso, notazioni alfabetico-numeriche (come le equazioni matematiche, per esempio) che la mente deve ricostruire sulla scacchiera (reale o immaginata non importa) per apprezzarne la strategia, riconoscerne anche a posteriori la costruzione logica che, nei casi magistrali, possiede una bellezza matematico-geometrica; naturalmente non prendo qui in considerazione le partite e i tornei spettacolarizzati intorno ai quali ruotano colossali interessi economici, ma penso a una partita di scacchi in sé, che abbia sé stessa come punto di partenza e di arrivo: i due giocatori dedicano tutte le proprie energie mentali alla scacchiera, a una tessitura di posizioni dei pezzi che si disfa per formarsi nuova, in un’impermanenza necessitata e voluta da due menti umane, in una metamorfosi della partita che obbedisce a regole precise e ineludibili e che, pure, non limitano la libertà dei giocatori nell’attuare una strategia in vista, è vero, di un unico fine (mettere sotto scacco l’avversario), fine che, però, si può raggiungere in modi differenti e sempre condizionati e contrastati dalle contromosse avversarie.

Per Duchamp accade che l’arte scacchistica (l’arte tout-court?) sia la celebrazione dell’atto stesso, impermanente e ab-solutum da ogni finalità pratica, accaduto e non contemplato se non dai due contendenti e, nel caso, da un esiguo pubblico, un atto composto dai diversi atti che, quindi, accennano al farsi, al tessersi del gioco fino alla soluzione finale (patta o scacco) che pone fine alla partita.
È come se Il grande Vetro o Il Nudo che scende le Scale trovassero continua ri-attuazione in una partita di scacchi durante la quale le forze mentali dispiegate nel campo della possibilità pura, platonicamente nel mondo delle idee, si rendono visibili, ma, sempre, grazie a un’operazione instancabile della mente.

Si potrebbe pensare anche alla messa in atto di un antifeticismo dell’opera e a un’opposizione al tentativo dell’opera di fagocitare la vita, o ai ripetuti tentativi da parte del mercato di commercializzare l’opera, a un tentativo di ritorno a uno status dell’arte in cui l’autore non firmava le sue creazioni, ma, anonimo, adoperava i giorni e si adoperava a una creazione continua, quotidiana e disciplinatissima che non aveva come proprio scopo la perpetuazione del nome, ma l’edificazione, nel tempo, dell’opera comune, anonima nel senso di collettiva.

Transitare dall’opera pittorica a quella scacchistica possiede, dunque, una sua coerenza, se è vero che il Grande Vetro è “definitivamente incompiuto” e questo pertiene non a un paradosso o a un gioco concettuale, ma alla verità del farsi dell’arte che, come una partita a scacchi, finisce per poi ricominciare, in un’incompiuta compiutezza che corrisponde al gioco del reale, dell’impermanente. Il Grande Vetro si continuerà nell’Assemblaggio, non dimentichiamolo.

L’imperturbabilità di Duchamp davanti all’avversaria nuda: Eve Babitz confermerà che Duchamp ha giocato per vincere; il corpo nudo della giocatrice sembra non distrarre Duchamp dalla scacchiera, come se l’indubbia attrazione che può essere stata esercitata sui suoi sensi da quella bellezza e nudità svelata fosse vinta o resa pudica da un pensiero capace di concentrazione totale, ricolmo di sé, ma anche, affidandoci ancora una volta al libro straordinario di Octavio Paz, pensando al fatto che tutta l’opera duchampiana sia una riflessione intorno al concetto di nudo e alla dialettica tra apparenza ed essenza, fenomeno e idea.

Verrebbe anche fatto di pensare che il cosiddetto ready-made duchampiano trovi la sua naturale continuazione nel gioco degli scacchi: è l’occhio del pensiero che sceglie e colloca l’oggetto già “pronto” – è l’occhio del pensiero che sceglie il pezzo (già lì, già posizionato) da muovere e antivede le mosse che dovranno portare a dare scacco all’avversario, che, quindi, sceglie la mossa e colloca il pezzo in una costruzione niente affatto casuale dell’opera, così come mai casuale è la collocazione delle figure in pittura.

La scrittura intesse immagini a mezzo di parole, pensieri per verba, itinerari del pensare e l’occhio (o gli occhi?) della mente vede (vedono) il procedere di questi movimenti del pensiero grazie all’impalpabile eppure concreto farsi della scrittura.
Il giocare a scacchi di Duchamp mi appare allora non come il ripetere ad libitum la metafora della “battaglia dei re”, ma l’intessersi sempre nuovo di moti del pensiero rigorosamente obbedienti alle regole di questo serissimo gioco e, proprio traverso una tale strenua disciplina, liberi – portando la mente oltre la scrittura la quale, in ogni caso, si materia di segni e di simboli, si fa leggere secondo grafemi, fonemi e semantemi, là dove la partita di scacchi rimanda soltanto a sé stessa, a una purezza non sterile se il pensiero ha dovuto mettere in campo tutte le sue capacità e ha partecipato, concentratissimo e innamorato, al gioco dello scorrere dell’esistere.

Non a caso Max Ernst gli fabbrica pezzi d’ammirevole eleganza, sobri e splendidi al tocco delle dita, al posarsi dello sguardo; Duchamp stesso disegna e si fa costruire un set di “scacchi da viaggio” che gli consente di giocare anche in treno o in aereo: il pezzo degli scacchi ha anche una forma e parla sia alla vista che al tatto: nella notte tra il 5 e il 6 marzo 1968 a Toronto, nel Ryerson Theatre davanti a un pubblico di un centinaio di persone, Marcel Duchamp e John Cage giocano a scacchi, sul palco. Il titolo della performance è Reunion. Duchamp vince, anche se dà all’avversario il vantaggio di un pezzo giocando con un cavallo in meno. La scacchiera è modificata: le 64 caselle hanno altrettante fotocellule sensibili allo spostamento e ogni fotocellula è collegata a un apparecchio che riproduce brani di Gordon Mumma, David Behrman, David Tudor e Lowell Cross (quest’ultimo è anche il progettista della scacchiera preparata). Le cronache narrano di una partita brevissima, seguita poi da una più lunga tra Cage e Alexina Teeny, la seconda moglie di Duchamp – era stato il compositore a chiedere a Duchamp d’insegnargli il gioco degli scacchi.

L’idea di composizioni musicali frutto delle mosse dei pezzi rimanda a un numero potenzialmente infinito di composizioni stesse – di conseguenza ogni partita risulta essere e una tessitura di linee invisibili (le direzioni dei movimenti dei pezzi) che, l’abbiamo già assodato, solo l’occhio della mente e della memoria vedono, e una tessitura variabilissima di suoni che soddisfa l’idea di una musica aleatoria, ma anche celebra la scoperta cara a Cage che il silenzio totale e assoluto non esiste, così che anche lo scorrere del nostro sangue è suono – senza dimenticare che ogni partita è quella che si è realmente svolta, ma anche quella delle possibili varianti e delle mosse scartate o non attuate per errore o per scelte strategiche.

E sfida senz’altro stimolante per Duchamp è che negli scacchi ogni mossa effettuata non può essere revocata: l’eventuale errore rimane irrevocabile ripercuotendosi sull’intero prosieguo della partita. È il pensiero che si assume fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte, anche delle proprie eventuali sconfitte.

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19 pensieri riguardo “Marcel Duchamp gioca a scacchi”

  1. si si… tutto bene se vogliamo descrivere un Duchamp giocatore e non giocoliere.

    Nel primo caso, quello che descrivi, è ciò che lui ha voluto farci conoscere di se stesso nascondendo il suo vero compito politico/artistico raggiungendo il grado di Istruttore della nazionale di Scacchi Francese… ma…

    Nel secondo caso invece, bisogna sapere dalle mosse che ha generato sulla scacchiera mondiale dell’Arte e no, riconoscere attraverso i “ready made”, la storia dell’umanità che ha manipolato.

    Duchamp nasce miliare e lo farà per tutta la vita diventando uno degli strateghi più affidabili dell’Alleanza.
    Gli scacchi?
    Gli servivano solo come passatempo in attesa dei risultati dei vari ready made andati a buon fine. Quelle mosse duravano anche anni e muovevano il servizio spionistico angolo/francese/americano in Europa. Egli non solo curava i finanziamenti illeciti utilizzando gli scarabocchi delle Avanguardie, ma anche gli spostamenti e gli ordino da impartire ai singoli artisti e ai Dada in quanto inventore e Direttore dei Dada; un vasto movimento di controspionaggio politico militare con base a Zurigo. In altre città Svizzere c’erano altri Centri Direzionali.

    Per sfidare Duchamp nella sua partita d’Arte, ci vuole perspicacia e intelligenza, cosa che, quel poco che ho e che so, lo sto mettendo a disposizione nel mio Blog. Una mossa l’ho già svelata dandogli scacco al Re, (underwood) e, prima di svelare le altre sue mosse, sto mettendo a nudo i personaggi che lui dirigeva nelle Avanguardie. Una volta capito il ruolo di ogni personaggio e gli spostamenti sulla scacchiera storica e mondiale, è possibile svelare tutte le mosse segrete di Duchamp nascoste nei Ready Made, perché lui non era il vero inventore, ma aveva un Direttore francese e un Superiore americano al di sopra di lui, veri artefici che dirigeva le mosse di Duchamp.

    I Ready Made sono sempli “MOSSE” che obbligano la Storia europea a comportarsi come i progettisti vollero sulla scacchiera mondiale nel 1900.

  2. Ringrazio tutti coloro che hanno letto; ringrazio chi ha voluto commentare.
    Tengo molto a sottolineare che questo mio scritto è parte integrante di una riflessione che vado conducendo da lungo tempo sui modi di manifestarsi del pensiero in arte e, per me in particolare, in scrittura; respingo perciò con decisione ogni lettura o teoria complottista che non credo suffragata da alcuna prova documentaria (ma forse sono poco o per niente informato) e che va a inficiare il valore stesso del pensiero e della storia; spesso tali teorie appartengono a derive fasciste e antisemite: a maggior ragione le respingo e le combatto; altre volte tali teorie somigliano a dei deliri nati da un assemblaggio (ma NON duchampiano) di notizie raffazzonate e/o proliferanti grazie allo sciagurato vizio di copiare-incollare in maniera acritica quello che si legge in giro nel “web”.
    Torno a consigliare caldamente la lettura del libro-capolavoro di Octavio Paz.

    1. Octavio Plaz ti ha nutrito e quindi ha ragione parli con il latte della sua mammella. Ma di “mamm-elle” per assaggi più squisiti, le trovi anche su altri testi cartacei nati prima dell’avvento delle immagini “retiniche” duchampiane emesse dai notri videi.. Un consigli che do prima di studiare la “Storia dell’Arte” è quello di studiare e indagare la Storia, solo poi ci si rende conto se si sta parlando di Arte o volgari collezzionismi di oggetti “feticci” attribuibuibili all’arte.
      Per quanto riguarda l’antisemitismo, ti ricordo che tale argomento fu reddato a Basilea all’inizio del novecento e per tua ragione “formattata” ti risulta essere il semitismo una razza quando invece fu un “giuramento” … appunto: Il Giuramento di Basile. Li nacque il Semitismo. Ma non tutte le tribu’ ebraiche aderirono e quindi ci sono tribù come gli Aschenaziti germannici (inventori del Nazismo) e gli ebrei Macabei italiani (inventori e promotori del Fascismo) questa è storia che ti consiglio di ripaassare per capire le pedine sulla scacchiera duchampiana.
      Vogliamo partlare degli Ismaeliti arabo/ebrei che sono ancora in guerra coi fratelli aschenaziti riparati in israele? o sui Saffarditi ebrei marocchini hanno aderito anna convenzione svizzera trovandoli alleati con Franco e poi con gli americani Judei?
      La ministra della cultura fascista italiana sotto il Duce e amica dei Futuristi era la gentile signora “Sarfatti” un cognome molto diffuso in Marocco… et cetera , et cetera.

      Quindi, ti respingo la tesi di “dietrologia” comune a molti e che viene usata per nascondere un pasticcio politco sociale di enorme portata che tu non devi sapere come tutti, continuando a giocare tennis sereno altrimenti rischi di fare la fine di Cesare Pavesi e Primo Levi quando seppero la Verità: si suicidarono.
      Si, si suicidarono in quanto coinvolti in una trama a loro disgustosa, e stiamo parlando di due onesti italo/ebrei dalla coscienza linda come tanti altri rimasti sconociuti per paura di essere linciati dai fratelli feroci di fede: et cetera.. et cetrea…
      Quando si tratta l’argomento Avanguardie del Novecento, bisogna innanzitutto sapere l’origine di ogni singola pedina e il ruolo a cui essa è stata affidata la singola manovra semita (pedoni). Solo poi possiamo sfidare Duchamp a scacchi sulla tastiera duchampiana avente come pezzi i suoi noti “ready made”.

      Con questo non si vuole accusare in toto il sistema religioso ebraico perchè di uomini splendidi, possono vantarsi avere avuto nella loro Arca dell’ Alleanza che chiamavamo ieri Alleanza, poi Alleati e oggi Nato.

      Che c’entra tutto questo con l’Arte?

      Dimmelo tu … se ei avanti negli studi e nelle ricerche d’Arte del Novecento, mi faresti un gradito favore suggerirmi le tue deduzioni o indizi, anche se fumose. Il riscontro è ad opera dell’indagine .

      cordialmente

      FiloRossoArt

  3. Questa è l’Italia, Antonio: un putrido miscuglio di cialtroneria, di arroganza e di delirante, inguaribile ignoranza. Dal quale si leva un lezzo nauseabondo di integralismo, fascismo e razzismo. Il “signor” filorosso (sic!) non è l’eccezione ma la regola.

    1. Grazie, Francesco carissimo, per le tue parole. Ne approfitto per dire che una cosa che mi irrita tantissimo è constatare che non si entra nel merito di quanto è stato scritto, non s’intavola una discussione su contenuti, metodologie, conclusioni del testo pubblicato – e nel dire questo penso anche ad articoli di altri autori, anche in altri siti, che meritano approfondimento, apprezzamento, riflessione, anche una confutazione se lo si ritiene opportuno, ma che, spesso, chi commenta NON HA LETTO o lo ha fatto in maniera superficiale, rimanendo preda dei propri pregiudizi.

  4. “abbandonare le arti figurative per dedicarsi agli scacchi” su questo rigo si è soffermata la mia attenzione; sull’artista che, ad un certo punto, stanco del rumore che lo circonda, decide di dedicarsi ad un arte del silenzio, quale secondo me sono gli scacchi, specchio di una razionalità non ordinaria, ma ancor più, gioco che si conduce uno a uno, tenendo ben presente difronte l’avversario, in un continuo confronto dove tenersi a redini strette per non perdere le staffe. Al di là del soggetto di questo saggio breve, che si può anche non conoscere, quello che dovrebbe far riflettere è la scelta di ritirarsi da un mondo consolidato per meglio osservarlo, magari per guardarlo da un angolino apparentemente distante e man mano vederne le sorti…quanti, oggi, lo farebbero? Sulla dissertazione condotta da Antonio Devicienti è difficile entrare, almeno tra gli spazi di un blog, poiché essa si presta maggiormente ad una chiacchierata a voce, dove sarebbe più semplice anche domandare maggiori chiarimenti sui concetti esposti, però quel punto iniziale è stato un input interessante su cui riflettere e per il quale ringrazio. Poi, se i commenti non vengono, gentile Antonio, mi permetto amichevolmente di dire che il peggio è di chi non partecipa su blog, come questo, dove realmente si potrebbe imparare qualcosa. Un caro saluto.

    1. Gentile Angela Greco, temo lei sia incorsa in due equivoci; il primo quando scrive dell’eventuale necessità di “una chiacchierata a voce” circa il mio articolo perché gli spazi di un blog sarebbero forse angusti o inopportuni (spero di aver interpretato bene il suo pensiero) – ebbene, insieme con Francesco Marotta, ci facciamo un punto d’onore affinché la Dimora non ospiti articoletti mordi-e-fuggi, facili facili e modaioli, ma, totalmente indifferenti agli eventuali “tempi del web”, desideriamo che quello che viene pubblicato possegga qualità molto alte e spesso inusuali nella melassa nauseante del “web” (pensi soltanto, per esempio, ai saggi di Giuseppe Zuccarino, alle letture di Elio Grasso, alle opere raccolte nella Biblioteca di Rebstein, nei Quaderni delle Officine…); trovo il termine da lei usato, “chiacchierata”, inopportuno e superficiale.
      Il secondo equivoco riguarda i “commenti”: non credo di essermi mai lamentato dei “commenti che non vengono” (sarebbe puerile e stupido) – stigmatizzavo, al contrario, quei commenti scritti senza cognizione di causa e in modo superficiale. Personalmente (mi creda) preferisco ZERO commenti e ZERO “mi piace” ai commenti cretini o di circostanza, ai “mi piace” dovuti a rictus da tasto compulsivo.
      Se alcuni passaggi del mio testo sono poco chiari me ne scuso.
      In ogni caso invito a leggere e a studiare il libro-capolavoro di Octavio Paz APPARENZA NUDA di cui ho dato notizia nel mio intervento.

      1. Grazie per le puntualizzazioni. Me ne guarderò bene dal commentare altre volte. Il suo tono é inopportuno per i miei gusti. E, di fatto, nemmeno lei ha letto il centro del mio commento. Gli spazi di un blog, dilatabili quanto si possa, rimangono un luogo di incomprensione, come il suo stesso commento evidenzia.

      2. “non s’intavola una discussione su contenuti, metodologie, conclusioni del testo pubblicato – e nel dire questo penso anche ad articoli di altri autori, anche in altri siti, che meritano approfondimento, apprezzamento, riflessione, anche una confutazione se lo si ritiene opportuno

        Ma se lei attacca chi, comunque, ha detto la sua pur non coincidendo con quanto lei si aspetta, credo che ci sia qualcosa che non vada…comunque io vado a studiare, accetto il suggerimento, grazie.

  5. I “pezzi” di Antonio sono meravigliosi. È come se lui volesse azzerare il rumore di fondo di buona parte della mediocrità della “musica che gira intorno” (direbbe Ivano Fossati) con le sole vie possibili: l’opera e l’operato dei maestri.

  6. Supponiamo una partita di calcio al posto di una partita di scacchi:
    Analizzando i media che li trasmettono possiamo avere a fine partita risultati diversi:

    1) Letterario: Chi legge i risultati dalla Gazzetta dello Sport e i commenti di ogni singolo cronista ha come prova inconfutabile il pezzo di giornale ritagliato. Messo in un dossier, ha modo di analizzare le curve della sua squadra del cuore e anche quelle avversarie. Ciò gli da modo di giocare la schedina con forti probabilità di vincita.

    2) Il radioascoltatore invece segue la partita di calcio radiofonica senza vederla e si fida del “Cronista” il quale deve accendere l’entusiasmo del suo pubblico cieco, inibito alla televisione, esaltandoggli accenti eroici tali da tenere acceso l’entusiasmo radiofonico. Risultato 1-0. Arte della radiofonia è l’enfasi spesso inesistenti, di tiri inesistenti, di falli non confutabili e rigori urlati all’eccesso. Al radio ascoltatore non rimane nient9altrose non alcume immagini che egli si forma in mente. La sua diventa “memoria immaginifica”. Nulla resta di quella partita negli archivi, quindi i radioamatori di metà novecento, sbagliavano spesso la schedina. Il sabato giocavano una nuova “partita” e sognavano paradisi artificiali dove spendere i milioni vinti. (era la sua felicità)

    3) I Telespettatori, sono i più misteriosi consumatori di illusioni (e questo lo sappiamo). Vedono la partita con il volume acceso e quindi il “Quadro Retinico” si attiva, l’udito pure e insieme rendono più gradevole la partita e senza gli inganni del radiocronista. Risultato 1-0. Nulla gli rimane in archivio per confutare le partite fidandosi della “memoria retinica” impressa generandogli frammenti mnemonici filmati.

    4) Il video spettatore, (computer) vede la “partita retinica”, segue la radiocronaca, “salva” la partita e se la rivede come vuole, con la moviola. La sua analisi è più perfetta rispetto i sopracitati, e il sistema calcistico, per non farlo vincere e arricchirsi, usa “attori calciatori” (vedi Maradona), corruzioni economiche il tutto per modificare il risultato gabellando il Videospettatore, il Telespettatore e il Radioascoltatore e il cronista della Gazzetta.

    Ora: chi è Duchamp e per quale motivo esce di scena dell’Arte?
    Lui stesso dirà sapendo che un giorno le sue opere sarebbero finite sotto la lente “retinica”,q quindi di essere scoperto truffatore: “io non sono un artista”. Bene!
    Se non lo sei dico… chi sei?
    Basterebbe questo per capire che gli “attori artisti” del Novecento da lui manovrati non erano artisti, ma soggettoni di basso livello artistico, ma alto livello militare che utilizzarono l’Arte per altri fini. Quali?

    Chi, oggi, è in grado di dare queste risposte se non un artista vero? Quindi, per battere Duchamp agli scacchi bisogna sapere a priori “Che cosa è l’Arte!” e non cosa vogliamo che sia spacciata.

    Antonio, sto parlando seriamente, e devi accogliere le istanze della gentile Angela Greco che ha fiutato qualcosa che sta andando oltre la sua stessa immaginazione uscendo dai recinti che sente di tenerla prigioniera. Si sta chiedendo se per caso esiste un altra via più grande o diversa per riuscire a svelare il mistero dell’Arte che dentro lei si agita e scuote.

    Lei ti chiede: “ci sono altre verità sconosciute nell’immaginario collettivo della rete da chi, imparato a leggere e scrivere diversamente dal contenuto accademico e scolastico, sappia narrare”
    Una volta, quella sua domanda interna, in italiano si chiamava “Rinascimento” e sento che lei è a un passo da quella sua esplosione ma, gli manca una guida bizzarra che le dia una certezza, e che sappi cantare fuori del coro con una voce d’oltretomba Orfica.

    Tu sei stato stupendo a narrare le motivazioni di uno “scacchista” ma ti devo ricordare che gli scacchi sono un gioco crudele di guerra. Chi gioca scacchi soffre al propria morte, Marcel Duchamp era un militare. Quindi mi pongo davanti al RE dandogli scacco sotto forma di pedina.

  7. Ecco, bravo/a, visto che hai dato scacco al re, porta altrove i tuoi comizi farneticanti e, mentre vai da quelle parti, prova a cercarti un buon insegnante di italiano, magari col tempo riesci anche a scrivere una frase di senso compiuto. Adieu.

    1. dai FM , queste sono reazioni isteriche di chi grammaticista si blocca davanti allo scardinamento volgo di un Orfico Argonauta che sfonda le bronzee porte di una cattedrale Sacra dove si nascondono sacerdoti linguistici vestiti con paramenti sacri, mentre un Primo Sacerdote nelle tue vesti cerca di parare contro chi scrive in brutta copia dentro uno strip di vignetta che ne limita i movimenti e tempi, venga invitato ad uscire da una cattedrale non sua. Word Press è di chiunque, Word Press è uno esperimento mentale e, come tutti i Social dove è possibile vedere la follia soggettiva al limite della pazzia, Word Press ha un vantaggio, non è un luogo per “analfabeti funzionali”, il livello è buonino (il mio), direi anche “alto” (il tuo) ma che su questa piattaforma, Antonio si è aperto per un confronto concettuale, senza strappare applausi forse perchè ha incontrato un artista concettuale che quel silenzio che menziona Angela, lo pratica da anni. (Come Duchamp)

      Vedi FM, quando si esce dal proprio castello come fece Budha “per caso”, la miseria che gli si presentò fu il risultato del volere del suo “Palazzo Celeste”. Ecco l’Orfico Buddha risvegliato da un arpa celeste che suonava oltre le mura mentre la magia stessa musicale stordiva l’intero palazzo addormentandolo. Aperta la porta, il Divin Bambino trovò fuori dal castello solo piaghe e miseria, quindi, come lui, quando esci da tuo Bel Sito e incontri un appestato linguistico, non vantare le tue vesti linde, ma spogliati di esse come Lui per meglio capire da incognite, l’approfondimento del genere umano.

      Se ami dell’Arte Moderna gli scarabocchi di Matisse e Picasso, mi sorride la tua meraviglia davanti a un volgare straccio sgrammaticato (quasi dadaista) entrato per sbaglio dalla porta di servizio nel tuo Blog direttamente da Word Press. perché se vuoi sapere che cosa sia l’Arte, non c’è sussidiario in grado di spiegarti la ben che minima cosa, ma solo retoriche di grammatisti che radiofonicamente e letteralmente ti fanno leggere ad alta voce, le partite da altri truccate.

  8. L’ha ribloggato su FiloRossoArte ha commentato:
    Questo Blog è’ stato un incontro casuale e fortunato che si è animato su Marcel Duchamp e gli scacchi, sua grande passione, come se avesse un nesso con l’Arte. Seguirlo, per chi si interessa di Arte delle Avanguardie, è divertentissimo ed istruttivo.

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