Un’interminabile navigazione

Un intervento di
Marco Furia
su

Marco Ercolani
Fuochi complici
Il Leggio Libreria Editrice, Chioggia, 2019

Il notevole lavoro di Marco Ercolani, intitolato “Fuochi complici” è ben delineato nella prefazione:

In Fuochi complici sono entrato in personale sintonia con cento libri, in versi e in prosa, scritti tra il 2001 e il 2019 da cento poeti italiani, nati fra il 1929 e il 1985, dove l’impronta dell’autenticità si accorda alla logica interna del testo”.

Certamente, entrare “in personale” consonanza con così numerosi testi non è da tutti e, in ogni modo, si rischia di andare oltre la stessa comune nozione di antologia.
Se ne accorge il Nostro che, non a caso, scrive:

Più che un’antologia degli autori “significativi” e “necessari” di questo inizio millennio, ho voluto tracciare un atlante non classificabile e non esaustivo, una personale navigazione nell’arcipelago della poesia contemporanea condotta per gusti, analogie, assonanze, occasioni, fiducioso di scoprire, in futuro, altre voci sommerse, clandestine e non canoniche”.

Un atlante è una raccolta di carte geografiche che ha lo stesso nome di un titano: geografia o, meglio, cartografia e impresa titanica mi paiono ben rappresentare l’opera in parola.
La carta geografica non costituisce semplice elenco poiché colloca e, in qualche modo, inizia a descrivere mostrando tratti che, pur essendo sufficienti a soddisfare la semplice esigenza di conoscere un assetto, rimandano ad altro.
Così, i nomi e i testi raccolti in “Fuochi complici” emergono in maniera tale da incuriosire il lettore e indurlo a una ricerca ulteriore.
Qualità tipica dell’antologia, si dirà: senza dubbio, ma qui la quantità diviene vera e propria sconfinata ampiezza.
Con consapevole, condivisibile, atteggiamento teso a non classificare e, perciò, a non esaurire, Marco, nocchiere dall’indiscutibile perizia, visita un “arcipelago”, non singole terre circondate dall’acqua.
E nell’arcipelago le isole, tra loro vicine, paiono quasi parlarsi con complicità.
Il Nostro pone in essere collegamenti, connessioni: leggendo questa nutrita serie di “note di lettura” non si può fare a meno di pensare a un disegno più vasto del pur importante esame critico di ogni autore.
Si ha l’impressione di essere al cospetto di una volontà tesa, più che a definire, a creare: creare che cosa?
Una possibilità, direi: senza mettersi mai da parte, assumendosi appieno le responsabilità che gli competono, Marco dipinge un affresco dal pregnante fascino su una parete illimitata e il suo dire, alla fine, ci chiama in causa.
Quando diciamo (o sentiamo) di essere in presenza della poesia?
Avremmo incluso quell’autore in un’ipotetica raccolta?
Perché certi versi che forse, pur apprezzati, non avrebbero attirato più di tanto la nostra attenzione ora suscitano il nostro vivo interesse?
Davvero, potremmo porci infinite domande accorgendoci così che le risposte non valgono una volta per tutte, variano, sono molteplici e multiformi, potremmo, insomma, fare fino in fondo esperienza dell’intelligente meraviglia promossa dal frequentare questo arcipelago-poesia.
“Fuochi complici”, un libro non definitivo da tenere sempre presente?
Indubbiamente, sì.

 

BRANI DALLA PREFAZIONE DI MARCO ERCOLANI A FUOCHI COMPLICI

 

I poeti non sono soltanto scrittori che scrivono versi, ma artisti che consentono di sognare oltre la caducità. L’ “interlocutore” di ogni poeta è il “lettore futuro”, che ascolta il suo personale messaggio nella bottiglia. Il lettore prescelto legge un testo che è nato per lui, a distanza di secoli. I lettori trovano i loro poeti e i poeti i loro lettori, in un fecondo stare insieme, tra vivi e morti, al di qua e al di là dello specchio, compagni di illusioni diverse e diverse forme di verità.

La scrittura poetica non è una visione da opporre al reale, ma la sostanza del reale stesso. Non è fantascienza ma scienza del reale.

Ogni poeta, leggendo altri poeti, ha la curiosa sensazione di abitare in una comunità dove ogni abitante rappresenta il dolore della caducità terrena nella sua versione, cercando parole che vivranno oltre la sua morte, trascrivendole su fogli di carta, su terreni di sabbia, dentro schermi di computer.

Ogni poeta condivide lo stesso destino: circoscrivere la sua illusione di esistenza dentro uno schema di parole, opponendo alla disillusione del dissolvimento le tracce inequivocabili di quella presenza, il suo lavorare con ostinazione ossessiva a questo tema.

Il progetto reale della poesia è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alle sue forme. La scrittura poetica è lontana di qualsiasi visibilità: nel momento in cui cerca di tradurre l’invisibilità delle forme, non fa che aggiungere nebbia a nebbia, pur rispettando i contorni del paesaggio. È il contrario di uno schermo in cui giocare le possibilità combinatorie dell’immaginazione. È superficie opaca, increspata, isola emersa e sommersa, cratere e lava.

Nessun poeta possiede le parole. Sono loro a possederlo. E lui è voce tra le voci, disseminata in intrecci, polifonie, mescolanze, tracce. Il poeta non può trovare la sua originalità che nelle variazioni di queste tracce, ripetendo la stessa frase come un attore che, ogni sera, intona il suo monologo con vibrazioni sempre diverse, perché l’arte è la litania della stessa intonazione.

Alcune esperienze della poesia contemporanea rappresentano la volontà di inventare, con le parole dell’alfabeto, costruzioni fantasmatiche di perentoria nitidezza, dove l’oggetto poetico è la percezione verbale che l’ha pensato e determinato. Le forme grammaticali non sono più il neutro territorio di una sperimentazione linguistica ma le spie di una prospettiva del mondo che, attraverso la combinazione delle parole in quelle forme, accede a un’originalità rifondante. Il testo poetico esiste e resiste, non tanto perché ricama l’ennesima variazione del nulla, ma in quanto individua, ai margini dell’afasia collettiva, un necessario accordo di parole.

6 pensieri riguardo “Un’interminabile navigazione”

  1. Grazie, Marco, della tua penetrante nota di lettura che, nella sua brevità, sintetizza il nodo della mia ricerca. Avvicinare, fra di loro, i libri di poeti per me inevitabili, in questi anni, di cui mi attraggono le affinità e le diversità di percorso. Grazie a Francesco e Antonio, sempre, per tenere viva la fiamma della Dimora nel tempo sospeso della poesia. Vorrei solo aggiungere che il mio libro non è solo un florilegio, per cui ogni autore presente non ha solo il compito di leggere la sua nota su di lui ma di immaginare perché la sua opera è presente nel libro. Forse la breve introduzione è una chiave di lettura per questo.

  2. “I poeti non sono soltanto scrittori che scrivono versi, ma artisti che consentono di sognare oltre la caducità.” consentitemi di ringraziare l’autore per questo. Finalmente qualcuno rende noto. Sarei lieta di portare a conoscenza del sig. Ercolani la mia esperienza in poesia; cortesemente si potrebbe avere un riferimento di contatto? grazie.

  3. “Il testo poetico esiste e resiste, non tanto perché ricama l’ennesima variazione del nulla, ma in quanto individua, ai margini dell’afasia collettiva, un necessario accordo di parole.” Grazie Marco per questa tua opera e per la tua dedizione alla causa della poesia.

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