Granito (1)


Yves Bergeret

[Questo ciclo di poesie, questo “poema” come si dice molto bene in italiano, l’ho scritto nel corso dell’ultimo mese di aprile a Veynes, Die e Parigi; ne ho realizzato alcune strofe con inchiostro di china e acrilico su quadrittici in doppi esemplari, nei formati che uso abitualmente negli ultimi tempi di carta Rosaspina di Fabriano di 285 grammi, Velin d’Arches di 300 grammi e Hahnemühle di 250 grammi.
La foto è quella, in diverse ore del giorno, di una colonna romana di granito riutilizzata nel muro di una casa medievale in centro a Die. Da due millenni e mezzo Die vive tra le sue vaste ondulazioni calcaree sedimentarie; il granito, quasi sacro, non poteva che provenire dalle grandi Alpi, dalle parti dell’attuale Briançon, trasportato da schiavi su un enorme carro.]

 

Frammento di granito

Tratto da:
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Primo giorno

So benissimo che non è mio figlio
l’uomo dalla pelle nera che ha posato
di fronte al pendio boscoso due colonne di granito
che reggeva sulle sue spalle.

So benissimo di non essere il figlio
della coreana che canta con voce profonda sotto l’arcata,
che canta con voce grave la linfa della passione sfrenata
che corre tra le radici della montagna.

Ma con la cantante e il portatore di colonne
il mio legame è talmente forte
che la montagna trema,
viene ad appoggiarsi sulla volta
e mi fa nascere in un frammento di granito.

 

*

 

Ha avuto la forza di portare una colonna per spalla,
è lui che ha attraversato fino alle Alpi,
tra dolori d’ogni genere, deserti, mari e penisole,
è lui che è attraversato da un patto
di penisole, di deserti e di venti.

Il nome di questo patto è epopea. Di solito.
Epopea non guerresca ma di parola chiara
che spiana la violenza
e libera i semi nei pendii.
Epopea non di ferocia ma di umile
e costante tenacia che non conosce il lamento.

Egli si lascia attraversare dal patto
di penisole, di deserti e di venti.
Il patto sembra qualcosa di immemoriale
o nello stesso tempo di inesistente prima di lui.
Perché è per mezzo del suo corpo sotto sforzo
che comincia a sentire come si distendono
le solitarie penisole, come si muovono
i deserti puerili sui loro letti di pietre,
in che modo si ingrossano i venti come il ventre
delle partorienti. Egli sente distendersi, muoversi,
gonfiarsi; e tutto questo si armonizza nel patto
della parola. Una parola ruvida
in grado di sorreggere colonne.

 

*

 

Una parola ruvida di cui non sono il figlio,
voce profonda che afferra dall’alto l’arcata
e in un unico soffio la distende,
con un solo respiro la distende
da una penisola nera fino al vento
che brilla nei miei occhi.
Io non sono suo figlio.
Dell’uomo scuro io non sono il padre.

Nello spirito del patto che canta se stesso
insieme solleviamo una montagna e poi un’altra,
triade di onde sonore,
di corde vocali, di gesti di mani,
di cui io sono la più piccola cifra,
– potrei dire il più piccolo cespuglio,
secco e ardente,
in mezzo alla sabbia
perché il granito disintegrandosi dissemina
all’infinito la parola.

 

Grain de Granite

Premier jour

Je sais très bien qu’il n’est pas mon fils,
celui à peau noire qui vient de poser
contre la pente boisée deux colonnes de granite
qu’il portait sur ses épaules.

Je sais très bien que je ne suis pas le fils
de la Coréenne qui chante à gorge profonde sous l’arche,
qui chante à gorge grave la sève de l’amour sauvage
allant par les racines de la montagne.

Mais avec la chanteuse et le porteur de colonnes
si fort est mon lien
que la montagne tremble,
vient s’appuyer sur l’arche
et me fait naître dans un grain de granite.

*

Il a eu la force de porter une colonne par épaule,
c’est bien lui qui a traversé jusqu’aux Alpes
en toute douleur déserts, mers et péninsules,
c’est bien lui qui est traversé par un pacte
des péninsules, des déserts et des vents.

Prénom de ce pacte : épopée. Souvent.
Epopée non pas de guerre mais de claire parole
qui terrasse la violence
et lève les graines dans les pentes.
Epopée non pas de hargne mais d’humble
et dure ténacité qui ne connaît pas les plaintes.

Il se laisse traverser par le pacte
des péninsules, des déserts et des vents.
Le pacte semble-t-il est immémorial
ou en même temps n’existerait pas avant lui.
Car c’est par son corps en labeur qu’il se met
à entendre à la fois comment s’étirent
les péninsules solitaires, comment remuent
les déserts puérils sur leurs lits de pierres,
comment enflent les vents comme le ventre des
femmes qui enfantent. Il entend s’étirer, remuer,
enfler ; et cela vient s’harmoniser dans le pacte
de la parole. Rugueuse parole
capable de porter des colonnes.

*

Rugueuse voix dont je ne suis pas le fils,
gorge profonde elle saisit au dessus d’elle l’arche
et d’une seule reprise de souffle la déploie,
d’une seule respiration la déploie
depuis une péninsule noire jusqu’au vent
qui brille dans mes yeux.
D’elle je ne suis pas le fils.
De l’homme sombre je ne suis pas le père.

Dans l’amble du pacte qui se chante
elle, lui et moi soulevons une montagne puis l’autre,
triade d’ondes sonores,
de cordes vocales, de gestes des mains,
dont je suis le plus petit chiffre,
– je pourrais dire le plus petit buisson,
sec et ardent,
dans un creux de sable
car le granite se délitant essaime
à l’infini la parole.

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