Visioni d’Europa: “Mouvements de terrain – Artaud avec Warburg” di Sylvain Tanquerel

mnemosyneMi raggiunge, grazie all’amichevole, sempre troppo generoso adoprarsi di Yves Bergeret, un libriccino stampato in proprio e rilegato in pochissime, preziose ed eleganti copie, dall’autore stesso: Mouvements de terrain – sottotitolo: Artaud avec Warburg – di Sylvain Tanquerel, autore e studioso, mi spiega Yves, di grande valore e uomo estremamente schivo.
Ne scrivo qui perché l’opera, breve e densa, merita d’essere conosciuta e appropriatamente entra a far parte di una biblioteca ideale che cerca di sottoporre a critica l’idea di una cultura eurocentrica e suprematista, mentre l’Europa dovrebbe avere la serietà etica di confrontarsi con il suo lungo passato colonialista e razzista.


Il saggio di Tanquerel possiede un movimento pendolare che fa la spola tra l’esperienza messicana di Antonin Artaud (e la sua esperienza manicomiale a Rodez) e quella nel New Mexico (e la conferenza sul rituale del serpente nella casa di cura di Kreuzlingen) di Aby Warburg: si tratta, si comprende subito, di due figure e di due esperienze per nulla allineate con l’accademismo e l’ufficialità culturale europea, anzi, consapevolmente in opposizione all’autocelebrativa e normalizzante, autoritaria Weltanschauung che, è forse utile ricordarlo, non è affatto scomparsa, ma resiste tenace esprimendosi o con rigurgiti razzisti e neocolonialisti, o velandosi di estetismo e di esotismo. Determinanti sono infatti i soggiorni di Warburg e di Artaud presso comunità indiane che non hanno ancora perduto il loro intimo legame con la terra e i suoi cicli, né con la cultura degli antenati – nello scegliere due esperienze tra di loro distanti nel tempo, ma affini, Tanquerel esprime il concetto di “résurgence” che contraddice l’idea di uno sviluppo lineare e consequenziale della storia dell’arte e della cultura, ma ne rintraccia cicli e inabissamenti, riaffioramenti e problematicità.

Prendendo avvio da un ritaglio di giornale del 14 dicembre 1895 ritrovato tra le carte di Aby Warburg circa un “miracolo” verificatosi nel villaggio indio di Isleta nel Nuovo Messico, Tanquerel introduce il lettore ai “sommovimenti / movimenti del terreno” del titolo del suo saggio: gli indios di Isleta riconoscevano in un soldato d’origine andalusa, Juan José de Padilla, il loro santo patrono e da secoli attendevano la “risorgenza” della sua bara sotterrata ai piedi dell’altare della Chiesa di Isleta – nel dicembre 1895 il terreno presso l’altare si aprì, portando alla luce una bara in cui fu trovato uno scheletro umano – a Tanquerel non interessa tanto trovare spiegazioni al fenomeno in sé, quanto, sottolineando il ripetersi della risorgenza della bara nel tempo fino a quando le autorità ecclesiastiche nel 1960 non ordinarono una colata di cemento su quella porzione di terreno e anche all’esterno della chiesa su quello che era stato il cimitero indio, discutere il concetto appunto della “résurgence” di credenze e riti pagani, intimamente legato a quello warburghiano di Nachleben (“il vivere dopo”, “la vita postuma”) – Warburg elabora il concetto del Nachleben partendo dallo studio della risorgenza dell’antichità greco-latina nel Rinascimento fiorentino, ne ritroverà poi tracce e prove durante il suo soggiorno nel Nuovo Messico, nel senso che il Nachleben investe l’intera storia della cultura umana, a qualunque latitudine, anche perché legata a esso è, scrive Tanquerel, “la hantise des images”, “l’ossessione delle immagini” che tornano emergendo a distanza tra le epoche, le quali immagini, a differenza di quanto elaborato dalla cultura europea degli ultimi secoli, non sono per nulla oggetti di contemplazione estetica, quindi anestetizzati e disinnescati del loro dirompente potenziale, ma presenze vive e sconvolgenti capaci di aprire delle crepe profonde nella cultura e nella storia “normalizzate” e tenute sotto controllo dalle diverse autorità a questo deputate.
Sono questi i “sommovimenti del terreno”, visualizzati anche tramite le fotografie di Katrin Backes in dialogo con il testo: strutture murarie i cui grandi blocchi sono smossi da movimenti del terreno o da radici e rami di grandi alberi, così che le imponenti muraglie si mostrano instabili e disarticolate, esattamente come il pensiero di Artaud e quello di Warburg sommuovono, aprono solchi e crepe nel terreno della cultura europea, proprio come gli studi e le riflessioni dei due intellettuali colgono e portano alla luce le faglie invisibili che, non cessando di muoversi, provocano i sommovimenti tellurici che mettono in crisi l’impalcatura culturale, sociale e politica (spesso autoritaria) eretta col nome di “cultura europea” e, anche, “occidentale”.

Il y a de nombreuses similitudes entre le voyage indien de Warburg et l’aventure mexicaine d’Artaud, comme une levée d’échos par laquelle leurs trajectoires entrent en convergence sensible, comme si quarante ans plus tard, par un mouvement souterrain (hors toutes logiques d’influence ou causalités textuelles), quelque chose de la recherche de Warburg résurgeait et se rejouait dans celle d’Artaud.
À première vue, certes, les démarches et enjeux diffèrent: quoi de commun entre l’historien de l’art en quête d’une “loi psychologique” qui lui permettrait d’articuler Antiquité et Renaissance, et le “poète” d’un rêve révolutionnaire, débarquant au Mexique pour assister au “réveil de l’esprit indien” qui offrirait au monde un “nouveau concept de Révolution”? Peut-être, par-delà la dissemblance des postures, une acuité en partage, la sensibilité fine de ceux qui, par “réflexe autobiographique”, enrégistrent avec une précision sismographique les lignes de failles qui parcourent sourdement la culture européenne, cette “schizophrénie de la civilisation occidentale” dont Warburg comme Artaud établissent le constat (pag, 10).

Sylvain Tanquerel sottolinea come Aby Warburg concepisca la propria vita stessa e il proprio disagio psichico quali luoghi nei quali si riflette la crisi della cultura europea; i sintomi sono “des dégoûts, des répugnances, une mélancolie” (pag. 11) – ricoverato nel 1923 nella clinica Bellevue di Kreuzlingen, Warburg parlerà esplicitamente di “dégoût pour l’histoire de l’art esthétisante” e di altrettanto disgusto nei confronti dei dibattiti che ne nascono, sterilmente e narcisisticamente avviluppati nella “contemplation formelle de l’image” (ibidem); leggiamo direttamente Tanquerel:

C’est, plus qu’une discipline spécifique du savoir, la façon dont l’esprit européen se saisit des formes qui se trouve mise en cause, esprit pour lequel l’œuvre d’art est un objet de délectation esthétique (une question de goût) et non ce qui serait le lieu d’un déploiement – hautement transmissible – de vie (une question de forces) (ibidem).

È per questo che sia Warburg, sia Artaud studiano i due popoli che ancora conservano forti legami con l’era pre-colombiana, è per questo che l’uno nel “rituale del serpente”, l’altro nel “cerimoniale del peyote” riconoscono la coincidenza d’immagine e di vita, la risorgenza, ogni giorno rinnovata, del tempo primordiale, come se la creazione avvenisse, nuova, ogni mattina – ma, sottolinea Tanquerel, in nessuno dei due esiste la tentazione (che sarebbe ingenua e irrealistica) di un “ritorno al primitivo”, sì, invece la critica radicale contro una civiltà meccanizzata e deprivata di memoria, sempre più succube di tempi accelerati e di una razionalità antiumana, una civiltà nella quale l’immagine è deprivata di vita, il caos è rimosso – e, infatti, nota Artaud nello scritto “Les forces occultes du Mexique“: “l’Allemagne et l’Italie sont la proie d’un ordre singulier qui n’est que l’organisation légalisée d’un désordre. Et cet ordre à son tour ménace l’ordre et la paix de ses voisins, c’est à dire, l’ordre et la paix de l’Europe toute entière” (pag. 13) – sempre Artaud fa appello a una “culture dans l’espace“, (…) une culture qui permette “à l’esprit de bouger au milieu des formes comme une vaste réspiration”; et qui le porte, fuyant l’asphyxie, sur les traces de “la vieille civilisation de l’oiseau qui vole dans un intense désir d’espace et de libération” (ibidem). E, importantissimo: leur désir (i. e. di Warburg e di Artaud) ne s’absorbe pas en rêverie sur un paradis perdu des origines mais les emporte, au-delà d’eux-mêmes, dans le mouvement d’une vie qui fait retour (ibidem), quando proprio il movimento, lo spazio illimitato del pensiero, la prospettiva temporale che lega passato e presente, il ritmo della vita come respiro e come circolazione sanguigna potrebbero ridare a un’umanità che l’Occidente sta riducendo nella sua interezza a infelice massa di automi quella felice libertà perduta.

Artaud scrive: “Dans ma façon de voir, rien qui ressemble à la nostalgie poétique et stérile d’un passat mort”. E Tanquerel chiosa: Artaud ne se met pas en quête des ruines de mondes disparus, mais bien de ce qui reste d’un présent, de son actualité: les “formes de la culture précortésienne dans le Mexique moderne”. Il s’agit pour lui de retrouver “dans le Mexique actuel l’âme perdue de ces cultures et leur survivance” (pag. 15).

Similmente Warburg aveva cercato una regione “de paganisme absolu“, trovandola “au pont de jonction de l’Utah, du Colorado, du Nouveau-Mexique et de l’Arizona” (pag. 16), per cui “ce déplacement dans l’espace est géographique (…) autant que temporel” (ibidem); non è ricerca dell’esotico, né di forme e di immagini belle, ma della vita sotterranea che riemerge dando senso alle forme e alle immagini, giuntura ormai perduta in Europa. E Sylvain Tanquerel rintraccia gli echi che risuonano nelle ricerche di Warburg e di Artaud, accomunandole: Sous les apparences esthétiques gît, comme en latence, une réalité occulte, enfouie, supplantée, mais qui ne cesse de hanter la culture (pag. 17), la risorgenza cioè del pensiero primitivo, la verità che riti, danze, immagini non siano atti estetici, ma vita viva, ininterrottamente legata alla vita viva degli antenati anche più remoti di quelle genti e in grado, appunto, di “hanter” (perseguitare com’è proprio dei fantasmi, ossessionare) il pensiero europeo, di metterlo in crisi, di contestarlo e lo studioso francese, con convincente perspicacia e interessante interpretazione, rintraccia nelle vicende diciamo così psichiatriche di Warburg e di Artaud un medesimo moto di “résurgence“, vale a dire che, malgrado le diagnosi psichiatriche negative, entrambi, proprio grazie all’esperienza “indiana”, rinascono a una vita postuma (Nachleben, vie de révenant): “Des craquelures apparurent brusquement dans le sol […] comme si la terre était repoussée par en dessous”. Le récit de la résurgence d’Isleta, s’il se lit comme une allégorie de cette vie de fond dont l’irruption vient troubler l’ordre des représentations, pourrait également figurer cet autre “retour” par lequel Warburg comme Artaud diront le passage – ou franchissement – en quoi consiste l’épreuve de leur “folie”. Ce serait comme si, se mettant à l’écoute de ce fond, leur poussée vers “l’âme indienne” avait creusé des fissures, intensifié en eux des schizes, aggravé les lignes de failles culturelles, comme si, portés par le souffle des survivances, et emportés au-delà d’eux-mêmes par le mouvement de cette poussée, ils étaient devenus à la fois ce qui s’effondre et ce qui surgit de cet effondrement. Déjouant la fatalité initiale des diagnostics psychiatriques, le “travail” de leurs années d’internement les amènera en effet tous deux à se considérer comme des “revenants”, de retour d’entre les morts; motif qui, bien davantage qu’une seule réintégration sociale, renvoie au savoir singulier de ce qui pourrait être leur propre Nachleben, “vie posthume” (ou vie d’après la mort) dont la reprise de leur expérience indienne rend pour chacun directement compte (pag. 19).

Gli “inferni” di Kreuzlingen e Rodez stanno alla vita sia personale che intellettuale di Warburg e di Artaud esattamente come l’esperienza estatica del danzatore nel rito del peyote o in quello del serpente stanno alla vita del villaggio: la “crisi della presenza” (come direbbe Ernesto De Martino) tocca il suo punto più profondo e spaventoso perché quella stessa presenza possa risorgere a nuova esistenza e garantire la continuità del vivente. Si tratta di prendere coscienza di una schizofrenia insita nella cultura occidentale, rimossa, ma riaffiorante e, quindi, insidiosa, combattuta, ma tenacemente persistente, così che sia Artaud che Warburg, riconoscendo in sé stessi la schizofrenia, la superano non con i mezzi psichiatrici e farmacologici offerti dalla medicina moderna, ma proprio riconoscendo nel mondo indio la capacità di conciliare le fratture, un mondo, cioè, che non separa l’immagine dalla vita, l’arte dal rito.

Scrive Giorgio Agamben nel suo Ninfe (Bollati Boringhieri editore, Torino, 2007): Si può dire che la scoperta di Warburg è che, accanto al Nachleben fisiologico (la persistenza delle immagini retiniche), vi è un Nachleben storico delle immagini, legato al persistere della loro carica mnestica, che le costituisce come “dinamogrammi”. Egli è, cioè, il primo ad accorgersi che le immagini trasmesse dalla memoria storica (…) non sono inerti e inanimate, ma posseggono una vita speciale e diminuita, che egli chiama, appunto, vita postuma, sopravvivenza. (…) La sopravvivenza delle immagini non è (…) un dato, ma richiede un’operazione, la cui effettuazione è compito del soggetto storico (…). Attraverso questa operazione, il passato – le immagini trasmesse dalle generazioni che ci hanno preceduto – che sembrava in sé conchiuso e inaccessibile, si rimette, per noi, in movimento, ridiventa possibile (op. cit., pagg. 25 e 26). Poi il filosofo italiano riflette sul Bilderatlas chiamato Mnemosyne e sulla particolare forma di biblioteca concepita da Warburg, esattamente come fa Sylvain Tanquerel, seguendo e interrogando entrambi quell’idea di “scienza senza nome” che lo studioso tedesco ha perseguito per un’intera esistenza: somiglianze, risorgenze, richiami, affinità elettive, cicli, memorie inabissate, segni semicancellati, sprofondamenti del pensiero, immagini, parvenze, apparizioni sono tutti soggetti di collazione ai fini di uno studio non classificatorio (quindi notomizzante e castrante), ma vivificante e vivicantesi al contatto con immagini, tradizioni, libri attraversati tutti con lo sguardo peculiare di Warburg.
E il bello studio di Tanquerel si chiude con parole dedicate ad Artaud (soggetto di riflessione privilegiato dallo studioso francese), un Artaud ovviamente radicale nelle sue prese di posizione antiaccademiche e antiautoritarie, antiborghesi e libertarie, prese di posizione derivantegli anche dalla sua esperienza messicana: e se ogni “movimento del terreno” presuppone un suo epicentro, i “movimenti e sommovimenti” del terreno culturale e sociale europeo trovano il loro epicentro – in grado di provocare la crisi per un ripensamento radicale della stessa civiltà occidentale – nello studio non esotizzante, né tanto meno colonialista di civiltà per le quali mai s’è interrotto il legame tra immagine e vita. Altro pregio dello studio di Tanquerel è infatti quel sottolineare la straordinaria partecipazione emotiva e sentimentale di Artaud e di Warburg ai loro studi, restituendo alla figura dell’intellettuale la capacità rivoluzionaria e contestatrice di fronte all’edificio accademico costruito su fondamenta materiate di autoritarismo, repressione, conservatorismo.

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7 pensieri riguardo “Visioni d’Europa: “Mouvements de terrain – Artaud avec Warburg” di Sylvain Tanquerel”

  1. Mi accingo a leggere, Antonio, questa bellissima segnalazione di Yves di un libro che indaga i rapporti fra Artaud e Warburg, eccellenti: anime strane della mia ricerca di sempre. Grazie.

  2. Riguardo al saggio di Sylvain Tanquerel posso aggiungere qui che avevo ricevuto in forma privata lo scritto tramite Yves Bergeret; l’autore desidera che la sua opera rimanga una pubblicazione di carattere privato – anzi, già nello scriverne qui, sono andato oltre i desideri dell’autore stesso, persona, ribadisco, estremamente riservata che preferisce far circolare i risultati delle sue ricerche all’interno di una ristretta cerchia di amici. Spero soltanto che il mio scritto riesca in qualche modo a dare un’idea dei contenuti e delle tematiche affrontate nel saggio del dottor Tanquerel.

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