Granito (2)


Yves Bergeret

 

Frammento di granito

Tratto da:
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

[Continua da qui]

 

Secondo giorno

Due colonne, due femori,
d’avorio o di granito,
l’uomo nero le ha posate sul fianco
della dura montagna.
Di questi femori immensi che hanno sorretto il cielo
e che egli seppe portare sulle sue spalle
c’è ancora bisogno? Sì.
Sempre
.

Una colonna opaca, una colonna scintillante
sono i due atti del grande sacrificio,
uccisione e preghiera, sacrificio che lo riempì, lo popolò
dell’inesauribile rumore pietroso degli antenati.
I due atti, quello del passo martellante della tomba,
quello del fulcro del mare che gira insieme alle onde.
Le due gambe del mondo
che procedeva quasi senza parlare
tra sangue di morte e fondo oscuro dell’acqua.
Ma lui le ha posate, minerali, carne e ossa,
le ha appoggiate alla montagna.

 

*

 

Gli ha dato il cambio la cantante coreana
che fa risuonare e tintinnare archetti e plettri
tra le colonne, tra due sillabe.
E’ lei che spinge in avanti
l’uomo nero e il mondo, è lei
che li incide e li rimuove nel singhiozzo della sua voce.

Ed eccoli subito liberi.
Eccoli, scaglie di vetro su cui la sua voce di fuoco
soffia, modellandole. Colui che portò le colonne
e le depose, avverte il fuoco che lo gonfia,
sente la voce della donna che gli apre
il sentiero curvo e alterno del tempo a venire,
del tempo da costruire.

Il lungo soffio della cantante
è la fedeltà del granito o della sabbia,
è la fiducia incondizionata del cielo
che, nudo e privo di voli, si congiunge alla montagna;
e così che si genera e prende forma il patto,
e impara soffio e gesto il patto
la cui figlia prediletta è la parola
con la sua epica infanzia.

 

*

 

L’uomo che non è mio figlio
ha deposto le colonne e va libero
seguendo la scia del patto dalle dure spine.
Se si punge alle spine non sanguina
perché la donna di cui non sono il figlio
fa già sorgere per lui sopra la cresta
il sole che posa il suo balsamo sull’epopea
e cicatrizza.
Il canto della donna strofina i quattro angoli
della ferita, le venti rughe del corpo
e l’uomo cammina più leggero,
freccia che intuisce meno triste
il cammino del poema che io scrivo.

 

Grain de Granite

Deuxième jour

Deux colonnes, deux fémurs,
est-ce ivoire ou granite,
l’homme noir les a posées sur le flanc
de la montagne dure.
De ces fémurs immenses qui ont porté le ciel
et qu’il sut porter sur ses épaules
a-t-il besoin encore? Oui.
Toujours.

Une colonne vitreuse, une colonne scintillante
ce sont les deux actes du grand sacrifice,
meurtre et prière, sacrifice qui l’emplit, le peupla
de l’immense rumeur pierreuse des ancêtres.
Les deux actes, celui du pas piétinant de tombe,
celui du moyeu de la mer que les marées tournent.
Les deux jambes du monde
qui peu loquace allait
entre sang de mort et fond noir de l’eau.
Mais lui les a posées, minérales, chair et os,
les a juste appuyées sur la montagne.

*

A pris la relève la chanteuse de Corée
qui fait sonner et tinter les archets et les plectres
entre les colonnes, entre deux syllabes.
C’est elle qui pousse de l’avant
l’homme noir et le monde, c’est elle
qui les fissure, les détache dans le hoquet de sa voix.

Les voilà bientôt libres.
Les voilà, écailles de verre que sa voix de feu
souffle et forme. Celui qui porta les colonnes
et les déposa perçoit le feu qui l’enfle,
entend la voix de la femme qui lui ouvre
le chemin courbe et alterné du temps venant,
du temps à bâtir.

Est-ce que le long souffle de la chanteuse
n’est pas la fidélité de granite ou de sable,
n’est pas la confiance aveugle du ciel
qui, nu et privé d’oiseaux, se couche sur la montagne;
et ainsi mieux se conçoit et se moule le pacte
et apprend souffle et geste le pacte
dont la fille aimée est la parole
dont l’enfance est épique.

*

L’homme qui n’est pas mon fils
a déposé les colonnes et va libre
dans le sillage du pacte aux épines dures.
Aux épines point ne saigne
car déjà la femme dont je ne suis le fils
lui lève par-dessus la crête
le soleil qui pose son baume sur l’épopée
et cicatrise.
Le chant de la femme frotte aux quatre coins
de la plaie, aux vingt plis du corps
et l’homme va moins lourd,
flèche flairant moins triste
le sentier du poème que j’écris.

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