Breve saggio in lode della scrittura apocrifa

Scriverò in lode della scrittura apocrifa perché è in essa che coincidono più perfettamente che mai il lettore e lo scrittore, è in essa che la finzione suprema ch’è la letteratura trova uno dei suoi più alti (o più profondi) inveramenti, è in essa che diviene programmaticamente evidente il movimento connotativo della scrittura, perché è sempre in essa che biografia e opera artistica sembrano vicine, anzi vicinissime e, al contempo, arbitrariamente vicine, perché la scrittura apocrifa è un atto d’amore dichiarato, un’invenzione condotta sul filo della verosimiglianza, un modo di vivere molte vite e di sognare innumerevoli sogni.


Queste affermazioni andrò ora a spiegare facendo presente che esse sono tutte risultanze della lettura del libro di Marco Ercolani Atti di giustizia postuma (Matisklo Editore, 2014) il quale va esercitandosi da anni con la scrittura apocrifa, attività che nasce da almeno tre tronchi: quello della scrittura “in proprio”, quello della sua attività di psichiatra e quello della collaborazione con la moglie e scrittrice Lucetta Frisa. È quest’ultima ad aver proposto l’efficace titolo per l’intera opera e molti nomi d’artisti qui presenti si rintracciano nei libri stessi di Lucetta, segno evidente di un comune ascolto, di una comune lettura, di una comune riflessione; e quante vite vive Marco, e quanti incubi, quante attese colloquiando e cercando di alleviare le sofferenze dei suoi pazienti? E infine c’è la cosiddetta “scrittura in proprio” che trova nell’apocrifo una formidabile spinta fantastica e concettuale, oltre che teorica.
Durante tutta la lettura degli Atti di giustizia postuma mi si sono affacciati alla mente i nomi di Jorge Luis Borges che della letteratura come finzione e dell’apocrifo ha fatto materia di riflessione e di creatività letteraria, ma che, soprattutto, sottolineava di vantarsi più dei libri che aveva letto che di quelli che aveva scritto e di Fernando Pessoa, l’inventore della conosciutissima affermazione secondo la quale il poeta (l’artista) è un fingitore (un inventore di situazioni e psicologie); prima di arrivare alla scrittura e, naturalmente, anche mentre vi giunge, Marco Ercolani ha ascoltato (e ascolta), guardato e letto e riflettuto su una quantità grandissima di materiali sia scrittori che visivi che musicali: ecco perché affermavo che nella scrittura apocrifa mi sembrano coincidere perfettamente il lettore (o l’ascoltatore o lo spettatore) e lo scrittore. L’apocrifo nasce, mi sembra, nel momento in cui non basta quello che si è letto e il lettore vuole colmare una mancanza o un silenzio oppure continuare una fantasticazione, ma per far questo deve egli stesso prendere in mano la penna e fingere, cioè inventare scrivendo.
Fingere, dicevo anche all’inizio di quest’intervento, trova nella scrittura apocrifa uno dei suoi più alti o più profondi inveramenti: in questo caso l’apocrifo non è l’invenzione di un testo per scopi politici o religiosi, ma la dichiarata invenzione di lettere, saggi, taccuini che quasi sempre riflettono sull’arte stessa, spesso rimandando da un’arte all’altra e che, finzioni quali sono, continuano la finzione letteraria senza perdere, ma acuendo la consapevolezza dell’operazione in atto. È quindi un grado sofisticato dell’esperienza letteraria che, in maniera estremamente avvertita e moderna, riflette su sé stessa senza perdere fascino, suggestione, inventività, anzi continuando a toccare anche il sentimento sia di chi scrive che di chi legge, coinvolgendo entrambi dal punto di vista intellettuale e psicologico.
Sappiamo poi che la scrittura letteraria possiede una forza connotativa fortissima, per cui l’apocrifo mantiene tale caratteristica rafforzata dal fatto che esso è al contempo invenzione, ipotesi e anche proposta d’interpretazione critica (credo non possa essere dato apocrifo credibile senza una solida base critico-interpretativa e senza serie conoscenze filologiche, storiche, teoriche: la scrittura apocrifa, così immaginifica e inventiva, possiede l’interessante particolarità di essere non un fantasticare fine a sé stesso, ma, appunto, un immaginare sulla base di dati rigorosi e di conoscenze teorico-critiche ineludibili).
Si accennava anche al fatto che l’apocrifo avvicina biografia e arte ed è questo un tratto peculiare; leggendo gli apocrifi di Marco Ercolani ci si accorgerà di quanto spesso accadimenti di natura biografica vengano collegati con l’opera, ma anche di quanto spesso si fantastichi proprio su determinati accadimenti biografici. Marco tocca così il nervo scoperto del rapporto tra biografia e opera artistica, avvicina fortemente i due aspetti, ma corre il consapevole rischio di accostarli anche arbitrariamente e mi spiego: penso che sia una variabile estremamente sfuggente quella dell’influenza della biografia sul prodotto artistico e viceversa, che nessuno sia in grado di dimostrare in maniera inoppugnabile quanto un dato biografico incida sulla genesi e sulla formazione di un atto artistico, ma credo anche che per chiunque ami un’opera o un artista la fantasticazione su fatti esistenziali specifici e sulla connessione tra questi ultimi e il risultato d’arte s’imponga molto forte e la narrazione apocrifa permette allora di evidenziare tale fatto e di indagare proprio il rapporto tra biografia e opera d’arte.
Evidentemente la scelta degli artisti o/e delle opere intorno ai quali inventare l’apocrifo può essere determinata da più fattori, benché mi paia restino decisivi l’amore o l’ammirazione che si prova verso di essi, un’avvertita forza di suggestione che spinga il lettore o ascoltatore o spettatore a trasformarsi in scrittore, o, come nel caso presente, a riattivare lo scrittore che è sempre dentro il lettore Ercolani e che sembra non attendere altro se non di tornare alla scrittura, questa formidabile lente attraverso la quale osservare l’universo, rappresentarlo e addirittura inventarlo.
Ma affinché l’invenzione apocrifa sia persuasiva l’autore non può e non deve sfuggire né alla verosimiglianza né alla coerenza interna di quanto narrato e l’invenzione deve sempre possedere salde radici in quanto realmente è accaduto ed è stato prodotto.
Fin dal suo apparire mi ha attratto e suggestionato un libro di Antonio Tabucchi (altro specialista di ipotesi e fantasticherie), libro che ascriverei anch’esso al genere della letteratura apocrifa e che è Sogni di sogni (Sellerio, Palermo, 1992 – ma vi si potrebbero aggiungere Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, I volatili del Beato Angelico, il racconto intorno al suicidio del poeta Antero de Quental in Donna di Porto Pim, i Racconti con figure, tutti editi sempre dall’Editrice palermitana), nel quale lo scrittore toscano immagina i sogni più o meno ricorrenti di artisti da lui particolarmente amati. Marco Ercolani, dando vita alle sue scritture apocrife, sembra sognare (ma sono l’intelletto e la fantasia a farlo) situazioni ed opere la cui non-esistenza rinviano ad un’assenza, ad un vuoto, a qualcosa di perduto oppure che sarebbe potuto accadere, ma non è accaduto. Tale sognare è, inoltre, anche un vivere la vita altrui, almeno per il tempo del concepimento e della stesura del testo, dimenticando sé stesso e diventando la persona intorno alla quale si sta scrivendo, rendendo così sempre attuale la domanda su quante vite viva uno scrittore, ma sarebbe opportuno anche dire, un lettore, senza dimenticare che, in ogni caso, si ritorna sempre alla propria vita e alla propria soggettività, seppur cambiati dall’esperienza appena vissuta, che sia l’autore o sia il lettore. E proprio da ammirato lettore del libro di Marco avverto tutta la complicità che la situazione ingenera: vi scopro passioni e curiosità comuni e trovo molto stimolante il fatto che la letteratura sappia, in tal modo, colmare un’assenza o illudersi di farlo; anche questo rientra nella complessa natura della scrittura letteraria che, ormai lo sappiamo, non ha nulla, ma proprio nulla di ingenuo o di originario, ma che tuttavia tenta di spingersi il più possibile verso l’origine o verso l’eco rimastaci dell’origine – Antonin Artaud, Emilio Villa e Friedrich Hölderlin ne siano tre dei molti riferimenti possibili. La questione dell’origine implica anche quella della leggibilità e rappresentabilità della realtà: Julio Cortázar, Italo Calvino e Georges Perec potrebbe essere una seconda “triade” sottesa alla ricerca di Marco Ercolani nella quale, mi sembra, il gioco del mondo fa emergere città invisibili nelle quali sono celate le istruzioni per l’uso della vita, dal momento che la scrittura non è mai disgiunta né dalla vita né dalla relativa ricerca esistenziale e in molti apocrifi si para, sullo sfondo, ma decisivo e cogente, il dolore: sembra esserci molto spesso una ferita o un’offesa subìta o, appunto, un’assenza a mettere in moto la vicenda narrata nell’apocrifo – ma non si pensi agli Atti di giustizia postuma come adun libro triste, perché vi emerge tutta la passione, tutto l’entusiasmo e la totale partecipazione degli artisti alla propria esistenza e alla propria opera, senza trascurare la consapevolezza che ogni artista-personaggio di Ercolani ha della sofferenza e delle difficoltà che la creazione artistica pure implica. Sì, perché quella che è scrittura-finzione spinge il proprio sguardo nelle pieghe più nascoste di un’opera e di una vita, avanzando ipotesi spesso incrocia segreti ed esplora enigmi, attraversa lacerazioni e inconfessabili pulsioni, infrangendo l’usuale, necessaria distanza tra lettore (o spettatore o ascoltatore) e opera, e artista, ma grazie a un atto d’amore, si diceva e anche a un émpito conoscitivo. Non credo infatti che il genere apocrifo sia un “vampirizzare” l’opera o l’artista (il vampiro, succhiandone il sangue, uccide la sua vittima), ma mi sembra accada esattamente il contrario e cioè un aggiungere vita, orizzonti, variazioni, possibilità a quello che è già, in un’opera di risonanza e consonanza, in un itinerario ad accrescere che trovo davvero esaltante – ma anche angoscioso se soltanto si pensa che una scrittura apocrifa può essere contemporaneamente una catàbasi negli inferi dell’esistere e dell’opera. E qui, come sempre nei testi di Marco, si riaffaccia il grande tema della follia, per cui ipotizzo: se la follia nascesse, almeno in taluni soggetti, da un eccesso di consapevolezza nei confronti della realtà, di sé stessi e degli altri, allora la scrittura (e quella apocrifa in particolare) diventa l’assunzione cosciente e premeditata del rischio della follia la quale ultima, più che una malattia, viene a essere una condizione esistenziale, oppure ipotizzando in altra direzione: la scrittura tout court (e l’arte più in generale) superando i confini tra sanità mentale e follia dimostra la labilità e la convenzionalità di quegli stessi confini, abbatte pregiudizi e idées reçues, s’inoltra nei continenti vastissimi della melancolia e dell’heroico furore.
Leggendo i libri di Marco, ma anche quelli di Lucetta e i loro libri scritti a quattro mani, s’incontrano pressoché tutti i nomi che animano questi Atti di giustizia postuma: il patrimonio di opere artistiche e di biografie cui attingere è letteralmente sconfinato e questo libro, già di per sé ampio, ne offre una piccola parte e, quasi fosse uno specchio, può anche essere usato per rileggere le opere dei due scrittori genovesi per scoprirne le mille, brulicanti voci che sottendono le loro. E la voce di Ercolani ha qui la consueta limpidezza ed eleganza, quella sapienza costruttiva e ricchezza lessicale che gli riconosciamo da sempre e che si mette al servizio degli artisti coinvolti nella finzione narrativa. La sua scrittura sa essere quel che i colori o i suoni risultano essere per alcune delle voci apocrife qui presenti: ragione di vita, ma anche problema e interrogativo, ininterrotto cammino di ricerca e di maturazione. Da non trascurare è poi il fatto che ogni testo apocrifo configurato come lettera o pagina di diario o appunto per avere status di verosimiglianza deve essere all’altezza della scrittura originale, essere cioè capace di restituire stile e peculiarità dei testi non apocrifi, trovare una coerenza anche di contenuti e di psicologia: il tour de force che Ercolani si è imposto risulta così molto arduo, una sorta di scommessa con sé stesso e con la scrittura; come ogni vero scrittore egli cerca le difficoltà per superarle, ignora totalmente le facili soluzioni e non tenta di compiacere il lettore. Quest’ultimo scoprirà allora autori che già conosce e magari ama e anche opere, artisti a lui sconosciuti, oppure leggerà quel che già conosce da prospettive inedite, anche perché Atti di giustizia postuma è una summa degli interrogativi e dei risultati cui negli ultimi anni è giunto il dibattito sulla creazione artistica e sul suo ruolo entro la realtà e la società (a ragion veduta sostenevo la validità ermeneutica della scrittura apocrifa).
Sottolineerei poi il rigore anche geometrico delle finzioni di Ercolani, evidenziato sia dalle riflessioni di carattere matematico contenute in alcuni di questi testi e che non sono mai occasionali né casuali, sia dalla conchiusa, rigorosa struttura di ogni racconto, ma è la mise en abîme della scrittura e del fare artistico stessi e delle varie tematiche esistenziali di volta in volta affrontate a rappresentare lo scatto decisivo degli 84 racconti: l’ho già accennato poco prima e mi preme ripetere ora che ogni racconto va connesso con tutti gli altri e con l’opera che “realmente” ci è giunta di ogni artista, così che l’intero libro traluce come una bibliotheca mundi, uno spazio in cui entrare e dal quale uscire continuamente, un moto ininterrotto di pendolo, un peregrinare da questione a questione (e le tematiche affrontate sono, l’ho già detto, numerose e complesse).

Non faccio volutamente riferimento ad alcuno dei testi appartenenti al libro perché ognuno possiede un suo valore e una sua ragion d’essere e perché la frammentarietà di quest’opera è solo apparente: proprio come fa con il mondo dovrà essere la mente che legge a percepire la coerente, convincente unità dell’opera, a leggere cioè, nello stesso tempo, con occhio selettivo e sintetico ed era questa l’ambizione delle mie riflessioni che ho scritto con gioia e traendone profondo piacere, cosa di cui ringrazio affettuosamente Marco.

 

NOTA: questo testo è già apparso come prefazione al libro di Marco Ercolani Atti di giustizia postuma edito da Matisklo Editore; la foto è di Saul Leiter e s’intitola Red umbrella (1960).

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