Granito (3)


Yves Bergeret

 

Frammento di granito

Tratto da:
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

[Continua da qui]

 

Terzo giorno

Mentre per il pendio boscoso
discendo verso il torrente,
riconosco il cespuglio secco e ardente.
E’ la mia ombra mattutina: che brilla.
A mezzogiorno è la mia faccia friabile
con un po’ di fuoco su alcuni rami,
poi lo perdo di vista.

Più in basso sul pendio
incontro un uomo seduto su una pietra.
La pelle della parte alta della schiena porta tatuata
la faccia di un demone balinese dalle mille spire:
è la maschera dalla quale la voce grave della donna
esala in un soffio il mondo,
in un soffio il viavai della sofferenza,
in un soffio l’audacia di coloro
che camminano per le montagne, sentendo
il patto delle penisole, dei deserti e dei mari.

Un filo di saliva cade dal fiato
della cantante: è, goccia a goccia, la maschera
tatuata goccia a goccia
all’altezza dei polmoni dell’uomo che ascolta.

L’uomo è seduto su una roccia.
Davanti a lui, reggendola con le mani, insegna
alla sua figlioletta a stare in piedi.

L’uomo è giovane. E’
silenzioso. Trema
al riparo della grande maschera sulla sua schiena;
la piccolissima figlia risiede
nell’emissione più grave
delle corde vocali della donna.

 

*

 

Il pendio mi chiama, scendo, sanguinando dalla fronte.
Una piccola goccia di sangue cade
dal fiato del vento, poi un’altra,
un’altra, la mia sopravvivenza minerale
che s’incarna in un frammento di granito.

E’ gracile la piccola bambina,
figlia dell’uomo giovane, di nessuno e di tutti,
che traccia coi suoi primi passi il sentiero
millenario del poema che io scrivo.

Per il sentiero rotola lentamente
il frammento di granito,
che è la mia memoria, mia e di tutti,
e che le due colonne ombrose
e la voce di fuoco nutrono
sul pendio verso mezzogiorno.

 

Grain de Granite

Troisième jour

Comme par la pente boisée
je descends vers le torrent
je reconnais le buisson sec et ardent.
Il est mon ombre du matin : elle luit.
A midi il est ma face friable
avec un peu de feu sur certains rameaux
puis je le perds de vue.

Plus bas dans la pente
je rencontre un homme assis sur une pierre.
La peau du haut de son dos porte tatouée
la face d’un démon balinais à mille volutes:
c’est le masque par où la voix grave de la femme
expire dans un souffle le monde,
dans un souffle le va et le vient de la souffrance,
dans un souffle l’audace de ceux
qui marchent par les montagnes, entendant
le pacte des péninsules, des déserts et des mers.

Une infime salive tombe de l’haleine
de la chanteus: c’est, goutte à goutte, le masque
tatoué goutte à goutte
sur le dos des poumons de l’homme qui écoute.

L’homme est assis sur un rocher.
Devant lui il apprend avec ses deux mains
à sa toute petite fille à tenir debout.

L’homme est jeune. Il est
silencieux. Il frissonne
à l’abri du grand masque de son dos;
la toute petite fille réside
dans l’émission la plus grave
des cordes vocales de la femme.

*

La pente m’appelle, je descends, saignant du front.
Une infime goutte de sang tombe
de l’haleine du vent, puis une autre,
une autre, ma juste survie minérale
qui s’incarne dans un grain de granite.

Chétive est la toute petite fille,
fille de l’homme jeune, de personne et de tous,
traçant de ses premiers pas la sente
millénaire du poème que j’écris.

Par la sente roule lentement
le grain de granite,
qui est ma mémoire, mienne et de tous,
que les deux colonnes ombreuses
et la voix de feu nourrissent
dans la pente vers midi.

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