Nell’esilio di voce

Marco Ercolani

«assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo»

Esilio di voce è il titolo dell’ultimo lavoro in versi di Francesco Marotta. Si divide in tre sezioni, Imago, Speculum e Vulnus. Dall’inizio della prima sezione, Imago, trascrivo questi due versi: «Si inciampa in un grido / che si dissangua in luce». Sono i primi del volume, e ho la sensazione perturbante di avere già letto il libro, ho la percezione che tutto quanto leggerò tornerà inevitabilmente e circolarmente a questi due versi.
Marotta è sempre, e in questa raccolta forse con maggiore intensità, poeta di un vortice immobile del linguaggio: i suoi versi sono specchi ustori che traducono la tensione incandescente della parola, all’occhio e all’orecchio del lettore, in una sola poesia rifratta in tanti riflessi, che sono i versi e le pagine del libro. Il poeta continua a scrivere e a parlare: ma la sensazione, ancora una volta, è quella di un ardente e rigoroso autodafé, come un rito sacrificale in cui suono e senso ardono mescolati insieme, «mutilata la mano da una lama / d’inchiostro / che trema sul foglio». Domina il sentimento potente e incontrastato di un gorgo dal quale non potere e non volere sfuggire: «ci accomuna la conta differita dei morti / la mano adusa a separare codici e correnti / del gorgo dove si adunano le ore / indicibile chiusa / di apocrifi in sembianti di volti».
La “luce di specchio”, il “graffio che resta”, “il sogno di un confine” – le immagini e le parole che Marotta ama ripetere nei suoi versi – sono sottratte alla loro liricità surrealista, al loro essere “arredo” barocco di una alta lingua poetica, ma vengono, non dico “sporcate” ma sprofondate in un cortocircuito tragico tra dire e non-dire, e ne assumono nuova potenza. Mai, leggendo questi versi, assistiamo a quei riti consolatori che, proprio grazie a questo stesso lessico, i poeti formulano con tecnica raffinata per crearsi i loro finti paradisi.
Marotta parla di un’assenza che non ricorda l’amnios materno o i deboli deliqui di un lirismo intimista, ma al contrario si fa “illuminata erosione”, e «l’attrito / di maschera e volto / impaziente nel balzo» è proprio il tema centrale, una “finzione” tutta viva dentro il suo chiaroscuro, fra vero e falso, che insegue fantasmi violentemente reali. La potenza di creazione/distruzione della poesia marottiana è racchiusa in questi versi: «…un abisso / d’aria e correnti / che l’arte della pietra modella / per l’oblìo materno dell’alba». La vita è esattamente questa illusione disillusa, questa incisione graffiata nel vuoto.
Leggendo questa poesia, non si ha mai la sensazione che l’autore sia il regista assoluto del testo che scriva; non impone al lettore cosa leggere e come leggere, ma piuttosto è un umile e appassionato coordinatore di materiali – acqua, aria, terra e fuoco – che gli sfuggono sempre dalle dita. Il poeta può solo tracciare «il resoconto di un ramo l’ipotesi / di immagini» e vivere «sul confine tra cielo e memoria / ad altezza remota di lingua».
Marotta parla di «quel tempo di amare che ha l’ombra / quando ne invochi il morso vivo / dove trovare riparo». Parla di “vene a passo d’erosione”, di “verbi di declino”, di “un percorso che si rivela in squarci”: una visione tragica e definitiva del mondo. Percepisco una certa analogia con le immagini del rumeno Evgen Bavcar, il fotografo cieco che dal mondo che non vede ricava frammenti in stato di trance, luminescenze di rovine e di giostre, un volto in penombra accanto a una mano che schiaccia un pezzo di stoffa nel suo occhio sinistro. Le immagini di Bavcar – chiese, palazzi, rovine, volti, giocattoli – sono trasfigurate dall’occhio cieco e veggente del fotografo le guarda all’interno di sé. Non diversamente si muovono le parole nella poesia introflessa e visionaria di Marotta: «le sillabe raccogli che la mano nasconde / prima di cedere sotto la sferza / di un lampo / alla cecità di dare ancora un nome».
In Esilio di voce il poeta lancia una sfida inattuale, da anacoreta: usare una poesia ermetica «a palpebre sbarrate / nell’esilio di voce», rigorosa e tradizionale, per svellere i codici stessi della tradizione. Se il poeta si allontana troppo dalla natura della lingua per inseguire giochi verbali e acrobazie stilistiche, rischia di diventare un pittore “astratto” che non graffia più la sostanza delle cose. Marotta, pur non essendo “figurativo” e tradizionale, usa le parole dentro il loro senso e suono abituali per farle vibrare di e per significati ulteriori, decostruendo la sintassi, inventando un’architettura neutra composta spesso di anacoluti e sospensioni tonali, trasformando la pagina più in una superficie pittorica e musicale che in un luogo soltanto verbale. E come potrebbe, un poeta surreale e violento come lui, restare all’interno delle logiche linguistiche se non sommuovendole come all’interno di un maremoto? («da una crepa del vivere / apre le porte alla lingua»).

Una allucinata somiglianza lega tutte le poesie del libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità:

«intera la superficie di una fiamma
per chi ancora respira della luce
deposta solo l’ora che imbianca
in mezzo al guado la sua ombra
che parla con lingua di sete
da un labirinto di acque murate».

Il libro, aperto dalla sezione Imago, traversato dalla sezione Speculum, si chiude con Vulnus – simbolicamente la ferita resta sempre aperta. E la parola di Marotta non smette di enumerare se stessa «in sghembi / movimenti di pagine arabeschi / d’inchiostro». Resta “il sigillo infranto di un nido”, ma l’occhio distingue il nido, il sigillo, la ferita. È sempre testimone di ciò che accade e accadrà, nonostante il buio:

«le impronte degli occhi solo il ritmo
fraterno delle cose pensate
in piena luce materia vivente
visibile appena il tempo di passare».

Questa poesia vertiginosa canta e ricanta l’imminenza del suo sgretolarsi: «macerie in bilico e nello scollo della frana / tutto il candore / dei germogli agghiacciati / in passaggi di stagioni». Afferma il suo “dovere d’esilio”. La ferita dell’io nel mondo ripete se stessa cercando impossibili guarigioni, restando sempre aperta e feconda: «più spesso il corpo di una parola / porosa che esplode / sanguinante nella mano». I resti dell’esplosione nella mano viva sono, disseccati in pagine, i versi ipnotici e innodici di questo libro potente, intimo, inattuale, che rifiuta ogni etichetta di neo e post-avanguardia, e dove il surrealismo dell’immagine è la precisa, ardente rappresentazione di un privato realismo interiore.

__________________________
Tratto da:
Marco Ercolani, Fuochi complici
Chioggia (VE), Il Leggio Libreria Editrice
Collana “Saggi”, 2019

Esilio di voce di Francesco Marotta
si può leggere e scaricare qui
__________________________

Annunci

1 commento su “Nell’esilio di voce”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.