Granito (4-5)

Yves Bergeret

 

Frammento di granito

Tratto da:
Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

[Continua da qui]

 

Quarto giorno

«La mia scala di percezione,
dice il frammento di granito,
è il ghiacciaio sospeso
tra il sole divoratore
e l’abisso dei codardi.

La mia litania originaria,
dice il frammento di granito,
si assottiglia nel torrente bianco
che corre sotto il ghiacciaio.

La mia sola ombra
è il pianto del bambino che ha fame.

Un gallo di bronzo
razzola sul mio ombelico.
E con questo?

Una vipera mi deruba
e nasconde il bottino
nella sua valigetta del trucco.
E con questo?

Tu ti sei nascosto sotto quale lavandino
scarafaggio razzista?
Sotto il mio?

Una luce brilla tutta la notte.
E’ il fuoco del cuore infranto.

La luna piena mangia tutte le stelle.
E’ la mia fronte esangue
perché ho pianto tanto per voi.

Le mie parole si lacerano davvero troppo in fretta.
Non importa, altrimenti il ghiacciaio potrebbe sciogliersi.
Non importa, io vivo in anticipo sulla sorgente.
Sono io che talvolta brucio
in cima ai rami
laggiù nella valle desolata.

Io barcollo dentro un canto.
E’ così che si riprende fiato.
Zoppico mentre cerco di portare
le pesantissime colonne dei due poli
dove si battono i piedi e si gela».

 

Grain de Granite

Quatrième jour

«Mon échelle de perception,
dit le grain de granite,
est le glacier suspendu
entre le soleil dévorant
et le gouffre des couards.

Ma litanie de base,
dit le grain de granite,
s’effile dans le torrent blanc
qui court sous le glacier.

Ma seule ombre
est le cri du nourrisson qui a faim.

Un coq de bronze
me picore le nombril.
Et alors?

Une vipère me vole
et fourre sa rapine
dans sa mallette à maquillage.
Et alors?

Tu t’es fourré sous quel évier,
cafard du racisme?
Sous mon évier?

Une lumière brille toute la nuit.
C’est le feu du cœur brisé.

La lune pleine mange toutes les étoiles.
C’est mon front exsangue
tant j’ai pleuré pour vous.

Mes verbes tailladent sûrement trop vite.
Tant pis, sinon le glacier pourrait fondre.
Tant pis, je vis avant la source.
C’est moi qui parfois flambe
au bout des branches
par là-bas dans la vallée triste.

Je boîte dans un chant.
C’est ainsi qu’on reprend souffle.
Je boîte en tentant de porter
les trop lourdes colonnes des deux pôles
où l’on trépigne et gèle».

 

 

Frammento di granito

Quinto giorno

I due lobi frontali,
i due sopraccigli aggrottati,
i due occhi esorbitati,
le due guance della maschera tatuata
sulle scapole, all’altezza dei polmoni
sono le due colonne nuove che germogliano,
che crescono come giovani querce rigogliose,
sono le due colonne,
d’avorio di granito
di vapore in doppie spire,
le due nuove colonne
che il giovane padre si sente pronto a portare.

Può darsi che a svilupparsi sia proprio
la coppia che procede barcollando
che zoppica che danza, la coppia del sì e del no
del tenace dialogo della parola immemoriale,
del nuovo racconto della parola immemoriale,
una risposta dopo l’altra,
un passo danzante dopo l’altro
che la piccola bambina sta tentando.

Con le sue mani il giovane padre la sorregge
sospinto dal lento battito delle sue scapole
che egli non vede né sente, ma avverte bene.

Il giovane padre le offre
le lascia il sentiero, la guarda
mentre traccia il sentiero.

Con l’ombra del ghiacciaio va il sentiero,
col battito del cuore del giovane padre,
col movimento alterno dei polmoni
dal ritmo lento e sicuro.

Là, più in alto, la faccia granitica
offre il suo sguardo alla neve del ghiacciaio,
il padre percepisce lo sguardo
presente nel dono, nelle volute di nebbia.

La piccolissima figlia apre la bocca
e comincia a cantare quel dono, il suo primo saluto
alla cantante coreana seduta nel fuoco,
all’uomo nero capace di portare
le due colonne dai mille significati,
al suo giovane padre,
al frammento di granito che rotola,
minuscolo spirito della colonna vertebrale
che, unica e di tutti, innalza e sorregge.

 

Grain de Granite

Cinquième jour

Les deux lobes frontaux,
les deux sourcils haut froncés,
les deux yeux exorbités,
les deux joues du masque tatoué
sur les omoplates, sur l’envers des poumons
sont les deux colonnes neuves qui germent,
qui poussent comme jeunes chênes drus,
sont les deux colonnes,
est-ce ivoire est-ce granite
est-ce vapeur en volutes doubles,
les deux colonnes nouvelles
que le jeune père se sent prêt à porter.

Il se peut bel et bien que, oui, protubère
le couple allant boitant
boitant dansant, le couple du oui et du non
du tenace dialogue de l’immémoriale parole,
du nouveau récit de l’immémoriale parole,
réplique à réplique,
pas dansant à pas dansant
que danse la toute petite fille.

De ses deux mains le jeune père la soutient
entraîné par le lent battement de ses omoplates
qu’il ne voit ni n’entend, qu’il sent si fort.

Le très jeune père lui donne
lui laisse la sente, la regarde
traçant la sente.

Par l’ombre du glacier va la sente,
par le battement du cœur du jeune père,
par la geste alternée des poumons
qui ont le rythme lent et sûr.

Là, plus haut, la face granitique
donne son regard à la glace du glacier,
le père perçoit le regard qui va
dans le don, dans les volutes de brume.

La toute petite fille ouvre la bouche
et se met à chanter le don, son tout premier salut
à la chanteuse de Corée assise dans du feu,
à l’homme noir qui sait porter
les deux colonnes aux mille sens,
à son père si jeune,
au grain de granit qui roule,
infime esprit de la colonne vertébrale
qui, seule et de tous, hausse et porte.

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