Architetto


(Abbazia cluniacense di Romainmôtier, XI secolo)

Yves Bergeret

Architetto

 

Tratto da Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

Prima, molto prima dell’infanzia

Subito dopo il momento decisivo
ha spinto col piede la sua isola
lontano dai mondi della violenza cieca,
ben oltre l’arcipelago dei piccoli vulcani.
Da uno di essi partiva il cordone ombelicale del mare,
è stato lui ad annodarlo.

 

 

Infanzia

Alcune generazioni dopo
si mise ad esaminare il lungo manto minerale
sopra il fuoco originario.
Esaminò anche la densa stratificazione atmosferica.
Li avevano legati l’uno all’altra.
Perché la roccia può modificarsi e anche spaccarsi
con una piuma, una spina o un rimorso.
Perché l’atmosfera, da parte sua, si assottiglia,
si ricompone o si dissolve nell’amore
che è il fuoco dell’infanzia degli uomini,
che è l’ombra dell’erranza degli uomini.

Annodare roccia e vento è opera
di un architetto molto giovane.
Districare roccia e vento l’una dall’altro,
è il ridere giovanile o sfrenato dell’architetto
che inclina la gravità per il bene degli uomini
e li ripara, poi se ne va senza voltarsi,
a volte in lacrime, o ridendo,
e sempre da solo su quella riva bianca
che ancora si allontana
dall’arcipelago dei piccoli vulcani.

I piccoli vulcani neri all’orizzonte…
sì, sono proprio dei singhiozzi.
Ma alla fine il mare lentamente si placa.

Credetemi, non perde mai di vista la sua isola
che dovrà rimanere davvero tranquilla
affinché egli possa distendersi tra le vigne
e bere il latte delle stelle.

 

 

Giovinezza

Sa scrutare nella notte con i suoi occhi scuri,
soprattutto con altri suoi occhi, navate di umanità
e velluti di luminosa attenzione.
In quella luce ha visto, molto più lontano della sua scienza.
Ha visto che al centro della sua isola
non vi è tumulto di colline feudali
ma una pianura. Una pianura, in verità, attorniata
di lotte, di razzismo e di vendette.
Una pianura bianca
e inclinata.
L’inclinazione è la tensione degli uomini verso l’acqua dolce
e in primo luogo verso la dignità della condivisione.
Che si condivida, dunque, il piatto di miglio e di riso.

La condivisione è un fuoco leggero che crepita
dividendosi e moltiplicandosi sotto le montagne,
tra le inquietudini, nelle venature
della pelle della parola.
Grazie a te, parola, mia pelle, pelle di tutti,
che ci culli, ci ami e ci metti a dormire
sopra onde lente,
onde in movimento
verso…

 

 

Apprendista

Come tutte le isole
anche la sua volge la prua
nella direzione di un destino.
E’ là che il mare frange i suoi flutti
contro bianche scogliere.
Egli può credere che è la sua sapienza di architetto
ad aver innalzato le bianche scogliere come propilei.
Con loro il vento suona l’organo.

Al di là dei propilei, dove il vento asciuga
il sale dei flutti sulle sue labbra e sulle sue spalle,
ci sono dodici ampi gradini bianchi da scalare.
Il mio amico architetto è intelligente:
comincia a mettere da parte il tempo dei miti,
sa bene che non è stato lui ad aver disegnato
quei gradini vecchi di sei secoli.
Sei secoli dall’alto. Tra le ginestre
e le incrostazioni salmastre.
Lui, con la fronte pensosa, una squadra in mano
e un tavolo inclinato da disegno,
ne è solo il raffinato continuatore.
Si concentra e misura la pendenza dell’isola.
E’ convinto che io, il poeta,
sia di quell’isola l’ornamento
loquace, una maschera fissata male
dietro il cranio; il vento mi scuote,
da qui il mio sacro fraintendimento.

 

 

Età adulta

Al centro del nostro violento continente
che un altro vento, di odio e di burrasche assassine,
lacera e flagella ulteriormente in questi anni,
in una ripida foresta nei pressi di una frontiera
è ritornato l’architetto. Lo immagino al lavoro: innalza
e innalza e innalza delle volte, sul versante opposto.
Ed è là che lui e io scopriamo delle linee ocra
perfino sulle volte, tracce lasciate un tempo sulle pietre,
come degli echi, forse dai tronchi degli alberi
privi di rami che venivano fatti rotolare
lungo il pendio, e l’umidità era
il sudore del tagliaboschi invisibile,
del tagliaboschi che lotta, del camminatore clandestino.

 

Sull’oscuro pendio nei pressi della frontiera
le linee tracciano sulle volte dei profili
che ci gridano nomi di isole e poi
ogni tanto si girano, come se ci dicessero di andare.

Partire anche noi? Impossibile!
E’ l’architetto che trattiene le volte
per i quattro spigoli e ne previene il crollo.

Io, il poeta, raccolgo dalle pietre la loro linfa bianca
e dal vento i semi meravigliosi delle lingue
dei quattro angoli del continente
e di quelle dell’altra riva del mare
per fare del mio poema una piccola barca.
Una barca a disposizione di tutti. Il suo legno:
solo linfa e semi. Il poema batte come se avesse le ali,
avanza con la stessa impazienza
che hanno i profili di ridiventare umani.

L’architetto ridistende le volte.
Di una città nostra, d’osso e di legno.
Che s’innalza nella foresta oscura presso la frontiera
e lascia sulla pelle di ognuno
un’immagine scalfita dell’isola inclinata.

 

Laggiù l’isola inclinata, pronta a defilarsi
verso il fondo del mare o in un cupo silenzio,
pronta a respingere la risacca delle guerre,
chiede che l’architetto sia suo padre.
Chiede a me, poeta dalle dita
ormai rattrappite sulle corde e dai palmi induriti
sulla pelle del tamburo, di impreziosire, di suscitare,
di sostenere la volontà dei costruttori;
ma io voglio anzitutto, prima di ogni altra cosa
cercare qui la chiave di una porta bassa
per entrare in un sotterraneo in mezzo al pendio
e da lì tentare di spingerli,
il pendio e l’inclinazione,
verso una maggiore fraternità; e tu sei d’accordo
di certo, caro architetto.

 

 

In disordine

Ecco, l’architetto ha preso una montagna grigia,
un’altra montagna violacea,
tre ruscelli limpidi,
un ramo disseccato spuntato dalla scapola del cielo
e addirittura ha prelevato le abrasioni ocra
provocate nel tragitto
ed anche alcune ancora sanguinanti
sulla pelle di sua madre.
Egli ha posato disordinatamente
questi elementi gli uni sugli altri.
Il ricordo di sua madre gli è venuto incontro,
poi si è appoggiato a questo cumulo asimmetrico.
Su di lui le vocali si sono disposte al contrario,
capovolte. L’architetto ne è orgoglioso.
L’asimmetria sarà la sua nuova pelle.

Lui ed io osserviamo il ruscello:
l’acqua è una, i ciottoli sono milioni.
I riflessi esitano tra l’una e gli altri.
Esitare è già osare.

 

 

Tempesta

Freddo pungente, vento selvaggio.
Tanto furioso che sulle vette la neve si scioglie.
Acqua di neve: uomini privi di senno
ne cercano con la forza della disperazione
la sorgente.

 

Con i suoi pugni tondi il vento gelido
scava nella carne,
scava nella sabbia,
scava, non c’è più sabbia.

Forza, architetto, costruisci un muro, alza un riparo,
altrimenti non ci sarà più nemmeno terra.

Sul paravento
guardati dall’appendere uno specchio.
Ma traccia una parola, una parola aperta,
deponi un’immagine chiara,
un segno netto
e il vento assassino come la iena
se ne tornerà, a orecchie basse, nella sua sabbia nera.

 

Architecte

(Testo e traduzione)

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1 commento su “Architetto”

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