Breve saggio sul disegnare (dedicato a John Berger)

Irrinunciabile matita, o carboncino, o gesso, o anche penna, fedeli appendici della mente e della mano, no, mi sbaglio: parti della mente stessa e del pensare e del guardare.

Questi disegni sono un cervantes di storie (risme di carta spiegazzata nel tascapane e le strade del mondo, la polvere nel cavo della bocca, la vita quando desidera e la parola (luna della recitazione) mondi finge, quechuas di vertiginosa visione, storyteller in battaglia di sensi (sovrapposizioni immaginifiche e scrittorie) caudate stelle e andanza, rotto fiato, specchio delle varianze); questi disegni sono uno spinoza di rigore (levigare lenti per i telescopi della mente), una geometria per l’etica dell’andare, del vedere, del capire.

Vi scorgo concomitanze e concatenazioni o quello che chiamerei il bilinguismo dell’artista che tesse così percezioni e visioni servendosi della matita o del carboncino per disegnare e, mi piace pensare, di quella stessa matita per annotare la lista della spesa per i pasti, per scrivere un saggio sulla Grotta Chauvet, una lettera all’amica Marisa Camino.

La soglia del libro: sfogliare allora le pagine del libro, guardare e lasciare germogliare pensieri nella mente. Il germogliare dei pensieri nella mente sta prima e dopo la soglia, davanti e dietro di essa. Disegnare (e scrivere) stanno totalmente immersi nello spazio e nel tempo: hanno una soglia da attraversare – ci si ferma prima della soglia, umili e attenti, timorosi e concentrati; la si varca poi, colme le mani di tutta la responsabilità del nuovo viaggio appena intrapreso.

Disegnare / scrivere; scrivere / disegnare: atti silenziosi coi quali prendersi cura dell’inapparente e di ciò che non immediatamente cattura lo sguardo; la scrittura e il disegno sono momenti di silenzio dentro i quali accogliere quello che, delicato e fragile, fonda invece il senso di un’esistenza.

Matite, candele, lampade, quaderni, ritagli appesi alle pareti sono oggetti privilegiati e amati, veri luoghi e vere presenze tra i quali s’intesse il vivere: e lo spazio del disegno non vuol rinchiudersi in sé stesso, ma si apre, sfugge, da quadrato o rettangolare si fa vastità di pensiero – può anche essere questo il senso del “fuori” nel disegno che stiamo contemplando.

Molti disegni si aprono, la pagina accoglie spazi non soltanto bidimensionali, ma che si dispiegano da sé stessi varcando il limite della larghezza e della lunghezza, cercando la profondità e la specularità.

Meditare è la concrezione stessa del senso di questi disegni: disegni-di-meditazione, disegni-da-meditazione. E Van Gogh come eletta guida per imparare il disegno-scrittura.

La grafite, le sue ombre, le sue mille sfumature (sì: quante sfumature possono avere il nero e il grigio! e anche il bianco).

Senz’altro un pellegrino, John preferibilmente in motocicletta, magari un Robert Walser durante le sue lunghe passeggiate; sembra walseriana l’attenzione nei confronti del mondo. L’attitudine del rabdomante, il disegnatore-antenna che capta gli umori della terra.

Far vedere l’enigma per meditarlo; disegnare (scrivere) per suscitare interrogativi.

Affiora il sospetto che lo spazio del foglio attorno alle figure possa essere non aria, ma anche acqua e noi mammiferi, eredi di creature dell’acqua, ci muoviamo nella nostra aria-acqua, come se dal liquido amniotico non fossimo mai del tutto usciti.
Ma si può anche imbastire un discorso attorno alle nuvole, fatte anch’esse di aria e di acqua. Sempre volersi approssimare all’essenziale, all’originario.

Figure isolate, meditanti. La grafite addensata aumenta il senso. O, talvolta, la pesantezza del pensiero. C’è una leggerezza del pensiero che sembra strapparci alla gravità e c’è quest’ultima che non solo sui corpi grava, ma anche sulla mente. (Cercare il punto d’equilibrio tra pesantezza e leggerezza). E, a meglio rifletterci, leggerissimo è il foglio di carta e, dovessimo misurare il peso delle particelle di grafite o di carboncino che vi si sono posate per dar vita al disegno, esso sarebbe infinitesimale: è vero, allora, che queste figure stanno ben oltre gli occhi, che il loro peso (o la loro leggerezza) sta altrove o non dentro lo sguardo soltanto.

*

John Berger, Sul disegnare (a cura di Maria Nadotti), Scheiwiller, Milano, 2008.

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2 pensieri riguardo “Breve saggio sul disegnare (dedicato a John Berger)”

    1. Viviane carissima, grazie per l’apprezzamento; in effetti la necessità che ogni artista non sia prigioniero di un solo linguaggio o genere è tema che mi impegna da gran tempo e che cerco di studiare ogni volta che ne ho l’ occasione. Ho pensato che il “bilinguismo” possa essere concetto applicabile non soltanto alle lingue.

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