Il laboratorio

Tu portes sur ta tête le savoir,
tu ouvres la bouche, la tempête
s’abaisse et s’écarte.

Yves Bergeret

Il laboratorio

 

Il testo originale, L’Atelier,
è su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

 

[Questi testi sono risonanze poetico-pittoriche di una serie di laboratori di scrittura che Yves Bergeret ha tenuto, agli inizi di quest’anno, nelle scuole delle disagiate e problematiche periferie di Parigi, dove ha operato con adolescenti provenienti da diverse parti del mondo. Il materiale prodotto dagli studenti, che hanno avuto come riferimento principale nel loro lavoro di scrittura il poema “Carena“, in particolare il terzo atto, sarà raccolto in un volume a stampa.]

 

Prologo

Pavidi cani da guardia
abbaiano contro di te che dal fondo del deserto
ci raggiungi dopo l’uragano.

Reggi sulla tua testa il sapere,
apri la bocca, la tempesta si placa e si allontana.

Tua madre raccoglierà acqua alla sorgente
per mille anni ancora.

*

La tua voce, levandosi
da dietro la montagna, l’ha amata
e l’ha spinta verso la tavola del nostro pasto.

Centodiciassette anni fa i tuoi piccoli nipoti
erano schiavi ai piedi del vulcano della Martinica.
Un’eruzione li ha uccisi tutti.
Ferro fuoco parola.
Ma tu, parola, sei là, nelle corde vocali di Belco,
colate di lava nella gola di Belco
che canta la vita rievocando la memoria dei morti.

 

Il laboratorio

Si avventa dalla sommità del pendio
il cinghiale quasi cieco
che fa rotolare delle rocce nere
fino al torrente.

I grossi sassi precipitano
rumorosamente tra i vortici.

A cinquecento metri, a mille metri in alto
nel cielo, a millecinquecento metri
appaiono le bianche sottili forme contorte
delle nuvole appena nate.

Il cielo riflette l’acqua, la roccia,
gli uomini che dissodano la dura terra nei villaggi.

*

Quelli distesi sulle lettighe dell’ospedale
aspettano, con le bocche piene di sabbia grigia.

Gli ultimi Resistenti della guerra
attraversano la piazza, una mano sul bastone,
l’altra per passarti il testimone della tenacia.

*

Seduti in classe, impegnati nella scrittura
gli adolescenti venuti da tutti i continenti
sentono i loro corpi fremere agitarsi crescere,
sentono il razzismo inveire dietro la porta.
Le loro fragili spalle sono il soffio dei flauti che cantano
il racconto maestoso del padre e della madre nell’Himalaya,
nel Sahel in guerra, nel limo del Nilo.
Ai piccoli razzismi quotidiani non rispondono.
Ai latrati famelici non rispondono.
Di fronte ai piccoli razzismi piangono,
si spostano appena
dalla traiettoria del cinghiale senza vista.

*

Quelli distesi sulle lettighe dell’ospedale
sentono il soffio dei flauti
disperdere la sabbia grigia,
sentono vedono in cielo il riflesso bianco
della loro vita calpestata
e quindi si alzano

poi raddrizzano il grande albero maestro
che la tempesta razzista ha abbattuto.
Si chiama “grande albero”; noi diciamo anche “Tenacia”
e sulla nostra tolda la folla adolescente parla.

I più audaci si arrampicano sull’albero di prua,
scorgono in lontananza delle barche alla deriva
il cui nome è anch’esso “Tenacia”.

Tutti accolgono come eroi i naufraghi stremati.

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