Nell’esilio / Il ritmo dell’andare (dedicato a W. G. Sebald)

Il dispiegarsi dell’opera sebaldiana parte da due concetti fondanti: il valore (altissimo) della letteratura e la necessità etica di fare i conti con il passato – e con il presente in quanto figliato da quel passato.
La letteratura non è momento di svago o elegante ornamento della vita borghese o vituperata attività da intellettualoidi con tanto tempo da perdere, ma inflessibile interrogare il mondo e la storia, o, ribaltando la prospettiva ma senza che il nucleo fondante muti, sono il mondo e la storia a interrogare, traverso la letteratura, lo scrittore e il lettore.


Non è un caso che Sebald rifletta proprio su Hebel e su Keller, su Robert Walser e su Kafka, su Stendhal e su Kleist, su Carl Sternheim, che in molte conversazioni chiami in causa Primo Levi e Jean Améry, che i suoi racconti, romanzi e vagabondaggi si delineino come scrittura capace di illuminare, nei suoi davvero complessi edifici sintattici e nella stupefacente efficacia lessicale, storie e destini, luoghi e pensieri.
C’è una continuità da Goethe, attraverso Keller e Fontane, Thoman Mann e Döblin, Kafka, Musil, Broch, fino ad Arno Schmidt, a Bernhard, a Grass in questo scorgere nella letteratura lo strumento, complessissimo e nobile, per una conoscenza del mondo attraverso la scrittura, cioè il linguaggio.
E la scrittura è, in Sebald, nomadica al massimo grado, in quanto essa coincide con il suo stesso narrare spostamenti, viaggi, esili, pressoché ogni libro sebaldiano è racconto di un peregrinare, anche i suoi testi poetici (da non trascurare rispetto alle sue opere in prosa) fanno spesso perno sulle circostanze di un viaggio – e il treno sembra essere il mezzo di locomozione privilegiato, come se la sua velocità di spostamento sapesse imprimere il ritmo ideale a una scrittura che, ancora memore dei tempi dettati dall’andare a piedi (si pensi a Gli anelli di Saturno, al saggio su Walser contenuto in Soggiorno in una casa di campagna), non disdegna la (relativa) rapidità con cui un treno, senza sottrarre allo sguardo il paesaggio attraversato, consente il raggiungimento di una meta. D’altro canto il viaggio in treno permette lunghe fasi di meditazione e di scrittura mentre corpo e mente vengono trasportati da un luogo a un altro, il ritmo del suo andare è il ritmo della scrittura – ma il treno è anche il mezzo delle deportazioni verso i campi di sterminio: dagli Emigrati ad Austerlitz allo studio Guerra aerea e letteratura Sebald dedica tutte le sue straordinarie capacità letterarie, la sua acribia di studioso e la sua onestà di essere umano al tema della persecuzione e dello sterminio.
La memoria rimossa ha bisogno del nomadismo cui accennavo per essere narrata: essendo la fuga di molti esseri umani dalla Germania la conseguenza immediata della persecuzione, la letteratura sebaldiana si mette sulle tracce di quelle persone in fuga, ne segue gli itinerari, ne assume in sé i ritmi, costituiti non solo da tempi (rallentati o dilatati), ma anche da silenzi ed eclissi. La parola della letteratura, disponendosi nell’intelligenza di una sintassi che si fa anche spazio (quello del periodo, poi quello della pagina, poi quello del capitolo o dell’episodio narrato), ambisce alla capacità di restituire alla coscienza il ritmo (cioè il numero, l’alternarsi di sistole e diastole, di inspirazione ed espirazione) di quelle fughe e di quelle soste, di quelle pause dentro una nuova esistenza o di quelle ritornanti angosce.
Tanto più coerente è, allora, l’attitudine del narratore Sebald a essere sempre in viaggio e a essere, lui stesso, in una condizione di scelto esilio: presto espatriato in Inghilterra, lo scrittore, esprimendosi in tedesco, incarna e trasforma in letteratura una diffusa condizione di esilio che è questa nostra contemporanea, essendo ognuno di noi discendente delle persone che hanno dovuto partecipare, nei modi più vari, alla Guerra mondiale (vittime o carnefici, fiancheggiatori o oppositori, inermi o colpevoli, inconsapevoli o pienamente coscienti), alle sue premesse e alle sue conseguenze, partecipando a sua volta ognuno di noi di una condizione di straniamento dovuta all’assetto economico attuale; la ricerca sebaldiana delle radici, il moto pendolare tra passato e presente cui accennavo, diventano paradigma del nostro esilio da noi stessi, dalla nostra storia, dai nostri desideri.
Nel caso di Sebald rimane fondamentale la sua scelta di scrivere in tedesco, la lingua contaminata e abusata dal Nazionalsocialismo, quella che divenne la lingua dei persecutori e degli sterminatori: lo scrittore stesso, in più di un’occasione, ha parlato del silenzio che, nella sua famiglia e nella cerchia delle sue conoscenze, ha coperto, rimuovendolo, il passato nazionalsocialista della Germania, così che l’adolescente e poi il giovane Sebald si è trovato nella condizione di letteralmente scoprire (in totale solitudine) la storia recente del suo popolo, di iniziare, sempre da solo, un viaggio sconvolgente nella memoria rimossa e scrivere in tedesco in un contesto di lingua inglese è stata la scelta di chi, anche grazie ai Maestri che si era eletto a indicargli un cammino, aveva imparato a vedere nella letteratura il ritmo della mente che pensa sé stessa in rapporto alla storia e al presente figliato da quella storia, il riscatto, attraverso il linguaggio, della memoria delle vittime.
Ma persiste sempre un nucleo ineliminabile di dolore, non c’è pacificazione nella scrittura sebaldiana, non c’è né assoluzione né consolazione, il ritmo nomadico, la scelta nomadica acuiscono l’attitudine di una letteratura che, pur fiduciosa di essere in grado di raccontare destini e scelte, non cerca conciliazione in un mondo che, nonostante la sua storia appena trascorsa, tende a ripeterne gli orrori.

5 pensieri riguardo “Nell’esilio / Il ritmo dell’andare (dedicato a W. G. Sebald)”

  1. Leggere l’opera di Sebald fu una cosa molto importante per me: lessi una recensione, credo sull’Espresso e/o sul Venerdi/La Repubblica, che mi colpì in positivo, acquistai il volume e.. poi un po’ tutti quelli che Adelphi pubblicò! Mi affascinò e continua ad affascinarmi il senso del nomadismo culturale ed umano (l’articolo del Dott. Devicienti ne evidenzia bene il senso) dello scorrere delle pagine, peraltro complete di scatti fotografici incredibilmente sofisticati nella apparente semplicità, che sembrano parte di una unica narrazione ben oltre la partizione in singoli tomi, ma resta mia impressione da lettore non da critico letterario, di nuovo complimenti all’estensore di codesto articolo che saluto cordialmente
    r.m.

  2. Un saluto a lei, gentile Roberto. Sono ormai molti anni che studio i libri di Sebald i quali, a ogni nuova esplorazione, rivelano orizzonti inaspettati. Riaffermare l’idea della letteratura come uno dei momenti più alti del pensiero umano mi sembra poi particolarmente necessario in questo periodo brutale e buio.

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