Zzarrisciata

Chiedo al mio fraterno amico Pasquale Fracasso di mandarmi alcune foto di suoi lavori; mi risponde così:

Carissimo Antonio,

non so se proprio valga la pena far vedere questi frammenti d’immagini, ma non posso fare a meno, talvolta, di riprenderli in considerazione, spesso senza rendermene conto e talvolta provo addirittura un senso di colpa per una certa mia distrazione rispetto a essi. C’è tutto un deposito originario legato ancora al mondo contadino che continua a determinarmi, anche se: ” …non ho vanga per seguire uomini come loro”.

Al contrario penso che ne valga la pena e mi prendo anche la libertà di frammentare il prosieguo del messaggio a commento e a introduzione di alcune delle immagini che Pasquale mi fa avere:

Zzarrisciata: “Zzarrisciata”, 2018, è la zappa contadina pugliese e la parola, come saprai, sta per forgiata. Il manico, ‘u margiale, è ricavato da un ramo venuto da una delle tante potature degli ulivi, la zappa dev’essere zarrisciata quando a furia di usarla si consuma la punta. Gli artigiani per questo tipo di lavoro non ci sono più o quasi e sarebbero comunque disoccupati. C’è anche la liscedda che serviva a scaricare la terra che si attaccava alla zappa quando la terra, raramente, era più umida (P. F.).

Dell’inapparente. Del dimenticato. Del rimosso. Del nascosto. Di una falce di luna. Di una falce per mietere. Di chi s’ammazzava di fatica. Dei figli che non fanno più i mestieri dei padri. Di un manico di zappa. Della terra dei padroni. Della pestilenza degli olivi. Del dialetto e della lingua nazionale. Delle ruote di carro e di camion e dello sterro. Degli indovinelli. Del Capo di Leuca. Delle pietre dei muri a secco. Del Sale che sta nel Nome (Sallentum). Del Sale del Mare e del Sale Moneta. Del Sale per dare sapore al Pane. Del Sale nelle Lacrime. Del ferro portato a incandescenza e percosso. Della ruggine sua nemica. Del polso slogato e della schiena frustata dalla fatica, dal sole, dal padrone. Della voce della madre. Del debito. Della non dimenticanza.

Siamo entrambi figli di contadini, ognuno sforzandosi d’essere degno del loro lavoro duro e sfruttato, eppure chiaro e dignitoso a dispetto dell’offesa e del disprezzo. I muri della casa accolgono e proteggono: come una presenza ineludibile e forte tu hai fissato alla parete uno strumento in tre parti che, non dimentico della zolla dura e riluttante, c’interpella e c’interroga.

Son donna di palazzo, 2018: “Io son donna di Palazzo”, 2018, è un lavoro che mi sono portato dentro almeno per un paio di decenni; l’estate scorsa  la vista del flagello degli ulivi salentini mi ha portato a far qualcosa, ma quelle olive che per tanti anni avevo immaginato di nero basalto mi son venute di terracotta invetriata, e continuano a venirmi in tanti modi tranne che come donna di palazzo. Tutto il tempo e lo spazio degli ulivi silenziosi come la pietra dei loro tronchi, che segnavano il territorio e che le tue stesse parole hanno tante volte fatto rivivere, come dissolti.

Ti trascrivo l’indovinello che mia madre da bambino mi ridiceva, tra tante altre storielle, per invogliarmi a continuare a raccogliere le olive:
Ieu su ddonna de palazzu / ianca sù e nnira mme fazzu /casciu ‘nterra e nnò mme spezzu / vò alla chiesia e lluce fazzu / ‘ndovina ci sù? (P. F.)

“Io son donna (signora) di palazzo / bianca sono e nera mi faccio / cado a terra e non mi spezzo / vado in chiesa e luce faccio / indovina chi sono?” Una candela che non arde più? Gocce di cera ormai fredde e NON BIANCHE, MA NERE come nera è la pestilenza degli olivi salentini? Olivi anche millenari che non bruciano più di luce e di linfa, ma che, luttuosi, seccano in un’agonia ingloriosa e straziante?

Inthrafore, 1998-2012, acciaio, pietra e neon.

Basta allontanarsi dal paese, lasciare l’automobile sul ciglio della provinciale e andare a piedi verso il ciglio della scogliera; lì ci sono solo vento e luce, profumo di macchia mediterranea e roccia.

La mente tocca l’origine del mondo, i suoni articolati della lingua si sciolgono, vogliono accordarsi a questi suoni non-umani e pre-umani: in ogni caso sono suoni indifferenti all’esistere della civiltà umana – se quest’ultima cerca un rapporto con tali suoni, essi continuano a prodursi del tutto alieni alla mente e alla lingua umane.

Salutare quest’estraneità radicale: ridimensiona la superbia umana, la costringe a un’umiltà che dovrebbe ingenerare gratitudine nella mente che, figliata da questo vento, da questa macchia, da questa luce, coglie splendore e precise partiture per una scultura, per un testo, per un andare dei sensi.

Potrebbe riemergere la colonna vertebrale di un animale esistito prima che l’uomo fosse, oppure la teoria di lame d’aratro che si sono affaticate su di una terra non sempre generosa, il loro stridere contro la madre/matrigna ch’è la pietra.

Acquaterrafuocopietre, 1998-99, pietre e acciaio.

Prima del congiungersi: prima esiste, a sé: la pietra, il metallo, l’amalgama solido e forse oscuro della materia. Oscuro? Forse per la mente umana che, poi, ne vede componenti e peculiarità – la mano e l’occhio (e viceversa: l’occhio e la mano) procedono a separare, a mettere in luce, a dare forma (ma è la forma quale la concepisce la mente): due mezzelune – l’astro notturno vi viene alluso, ma anche il vomere e la falce del lavoro, due archi d’ellissi, certamente la giuntura tra acciaio e pietra – meravigliante materia l’acciaio, colmo di luce e di forza, lavorato e compagno silenzioso ma costante e fedele delle nostre vite – madre del nostro abitare e cucinare e lavorare la pietra, prima scaturigine del nostro fare.

Terra rossa, granulosa ad accogliere accoppiate lame di pietra, acciai, formae, danzanti sprezzature della materia chiamata alla luce e lavorata.

È sempre questione di vedere nell’informe una forma: poi estrarla: non ferirla, non violarla: estrarla nella sua purezza di forma pensata. Può essere, per esempio, una mezzaluna di pietra levigata fino alla lucentezza che stava, come ingoiata, come segregata, nella sua opacità.

Oppure è questione di stile: una zappa per rompere zolle dure e siccitose con quell’abbrivio delle braccia (sempre guidate dallo sguardo) che imprimono la giusta inarcatura, la giusta velocità. “Cafone” e “zappaterra” parole usate con sprezzante offesa: ma il cafone conosceva bene il suo mestiere e così il suo amico fabbro e pure il loro amico calzolaio, e anche il muratore e il falegname. L’ingiustizia stava nella distanza incolmata tra la loro sapienza e la fatica che veniva loro imposta. E mal pagata.

E noi, ora? Cerchiamo umilmente di raccogliere quell’eredità, lievito tra le nostre mani che, speriamo, stanno imparando un mestiere di portatori d’acqua per regioni inaridite.

Sogno della memoria, 1996-97, rame e acciaio su struttura.

Hai ragione, amico mio carissimo: se possediamo memoria essa induce sogni: il rame disposto in sottili fili profila anch’esso una mezzaluna o un corridoio (NON LINEARE e aperto da un lato) come a voler lanciare il pensiero dentro percorsi curvilinei, forse ciclici o ritornanti, rosseggianti: corrente elettrica che, velocissima, attraversa filamenti di rame.

E l’acciaio, ancora: materia della fatica operaia (spesso ingiusta) eppure materia splendente di luce e di tenacia, resistente alle erosioni, alle corrosioni, pulita superficie sulla quale il dito può scorrere senza ostacoli, o la mente immaginare quel binario per i suoi itinerari d’ebbrezza.

Sibilo, 1995, piombo e struttura in vetroresina.

Le pareti intaccate dall’umidità e il grezzo, nobilissimo pavimento accolgono il sibilo del piombo. L’istante ha un peso singolare: pesantissima la falciforme forma scura (pensa lo sguardo), ma lieve e librantesi nella sospensione alla parete (vede lo sguardo).

Un sibilo nero (ode lo sguardo), riflessi e lampi di luce al centro, vetroresina portante, sempre in dialogo tra di loro i materiali, sempre questo filo ininterrotto tra il più remoto (pietra, metallo, terra) e l’oggi di metalli e resine lavorati, fusi tra di loro, temprati.

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