Nei mari del racconto

il viaggio inaudito
alle sorgenti d’acqua viva,
alla notte di ognidove
partorita dalla cenere dei canti

 

Nei mari del racconto

Da un’eternità passeggera
(1998 – 2003)

 

ci sono strade disegnate
dalla lingua di terra
che spira luce tra i sassi
e le conduce,
impollinate di voci,
ai mari del racconto,
sentieri fioriti su corpi
di parole
da leggere nel brivido
della sera varcata
a rovescio delle ombre: –

i passi imparano la danza
in rovesciate cadenze di radici
come orme schiarite
da campate di silenzi,
da sprechi di sillabe
che simulano bocche
a divinare la rotta,
la meraviglia oscura della scelta

(nell’alba che rosseggia
anche il grano è una
macchia di sangue
che fluttua, ondeggia
per partorire occhi
dentro il vento –
tatuare la pagina del giorno
con lettere sempre in volo
su creste d’aria
di un alfabeto nuovo)

 

*

 

                    spira aria di sogno
                    dal sasso sorvolato d’acque,
                    da silenziose guglie
                    di schiuma –
                    il vento lo nutre
                    di stralunati muschi
                    carichi di miti, di mari
                    intravisti nel ruggito
                    della nuvola, in torme d’ali
                    naufraghe di remote derive: –

                    è questa luce, improvvisa
                    cicatrice del lontano,
                    è questa passione,
                    acquario di divinità
                    emerse dal flutto
                    che si consuma in ombre,
                    il tempo andante
                    per incoscienti filamenti
                    di mattino

 

*

 

voci al diafano
inchiostro di un lume,
non un frangere d’aria
al capezzale delle labbra
ma pungenti balaustre
di respiro, nevi
intagliate
nel letargico assedio
del gelo o nella febbre
del mattino –
quando resistono
alle fronde della luce
e si rinserrano
in sfere umide di suono
sul limite alluvionale
di detriti vaganti, alle soglie
di una trasparente
dissoluzione, di una
indicibile
alchimia di echi

 

*

 

                    logora le vesti
                    di presunte certezze,
                    il dubbio antico della luce,
                    la sua passione d’ombre,
                    il suo futuro risolto
                    in geografie di tenebre: –

                    sonnecchia indolente
                    nel sole riverso in anfore
                    sul pozzo, dove depone
                    devozioni d’erbe
                    e si accompagna, già iscritta
                    nel libro d’ore del crepuscolo,
                    al vento che ricongiunge i passi
                    allo scrupoloso naufragio
                    delle strade: –

                    lo stesso interminato racconto
                    di morire e rinascere col mondo
                    in variopinte voci – echi
                    di mappe senza cifra,
                    senza luogo

 

*

 

simili notti
in processioni di strade
senza soste, di stelle
appese ad un latrato,
le vegliò la neve,
nelle forre ove si adunano
api di passaggio e nidi
incrinati dal vino dell’attesa,
un liquido spremuto
da grappoli inerti di ricordi: –

solitudini più vicine
a una sostanza d’alba
dell’occhio che si perde
ai margini della sua stessa ombra,
tradito dal lampo di una nuvola
colma di salsedine,
dal grido cui tocca in sorte
un racconto di cecità,
di vuoti apparecchiati
in sintomi di luce –
il lessico affannato, sorpreso,
del disgelo

 

*

 

                    archi segreti di stupore
                    inventati dall’acqua
                    che si trascina resine,
                    muschi di anfratti
                    visitati nel buio delle pietre,
                    paesaggi di ferite,
                    occhi incrociati
                    al verde delle mura,
                    abiti, ritratti familiari
                    di luci in difficili ritorni: –

                    tutti murati a volta
                    da liquide sapienze di mani
                    arse dal fuoco della foce –
                    in quel passaggio d’albe
                    dove il vento cifra
                    messaggi di marea
                    agli sposi infedeli della luna

 

*

 

lave residue di voci e tormento
appena più dense
della repentina grazia
che fa cenni di acrobata
dai suoi archi sommersi
e sfida il cielo
per vanto di un’antica morte –
o forse azzarda le salse
rugiade di un diniego,
un silenzio che stupisce la mano
e al nulla accosta memorie
di sbalzi, cautele di febbre: –

eccole, variopinte,
deserte estasi di un grido,
tremare di immagini
che annottano – inconsapevoli
idoli franati
contro la parete
d’erba ostile delle ombre,
sillabe rifiutate dalla lingua,
suoni senza domani
che tentano il suo lunare
labbro, a schiere

 

*

 

                    viandanti
                    nel silenzioso, oscuro spazio
                    che precede l’alba,
                    riparo di uccelli impietriti
                    e umili ombre eretiche
                    evase dal dono acre
                    che offrono gli specchi
                    della madre: –

                    la notte parla di nascite,
                    di luci a venire,
                    di memorie,
                    ha occhi rivoltati
                    in pentimenti,
                    stelle, ali, parole
                    di bocca in bocca più sicure,
                    poi affretta il passo
                    a un male che cola dalle mani
                    e bagna un catalogo
                    di voci disadorne,
                    tace: –

                    il giorno sarà caduta e arsura,
                    un disegno inclinato
                    di lividi cangianti,
                    rosseggianti dettagli di sostanze
                    che offrono all’orizzonte
                    il tempo di riconoscersi,
                    mutare, svelarsi
                    in cifre metamorfiche
                    di erranza

 

*

 

ha eccessi di acque inferme
la memoria impreziosita
di mappe, di lumi,
spartiti d’oboe
disorientati dalla calma
apparente del raccolto –
cancellature,
distopie di canali
tra stormi migratori
attratti da illusorie
rose innevate,
da insostenibili pratiche
di abisso: –

alza carte come argini
per fronteggiare livide
epifanie di sere,
e si concede al privilegio
di vocaboli spaiati,
alle crepe dietro gli orli
dell’inverno –
così, assediata
da rive e pleniluni,
dalla cruna fa passare tele,
labbra, linfe di gronda,
spoglie volute
di più diafane voci,
appena una ferita che
tenta invano
il volto affilato
della morte

 

*

 

                    recita, il dolore,
                    luci di puntuali metamorfosi,
                    e ancora richiama
                    bramiti di assenza
                    al ridotto di una mano
                    da leggere in setacciati
                    oracoli di sabbia: –

                    forse perché si migra
                    per legge di danza,
                    traversando abissi
                    visitati senza scandaglio,
                    per disperdere il mare
                    dall’urna sommersa
                    dove aleggia l’ultima figura,
                    il salto senza ali
                    al massimo splendore
                    della tenebra – pallidi,
                    grondanti stormi
                    levati in volo
                    con le pupille fisse
                    al grido della terra

 

*

 

attimi trattenuti sulle labbra
per carità di immagini
ordinate in nudi squarci –
si affannano a esplorare
l’allarmata dimora
di creature di suono,
difendono dal giorno
occhi stenebrati
dove l’affetto si àncora
e si abita ai vetri dell’attesa,
ineluttabile cifra di algebre
d’abisso: –

inquieti come lumi
accesi per il pasto delle ombre,
narrano i sentieri della sera
in toni e registri di fragore,
il disagio del simbolo finale,
la data che concede a un grido
solitarie leggende di paesi,
le risorse inaspettate del gelo,
il nome che si consuma
per sradicata cadenza
di sabbie minuziose

 

*

 

                    liquidi infuocati di pensieri
                    comprimono le tempie
                    col battito di pietra
                    che regola giorni d’alveare –
                    il tempo in cui cade il volto
                    sopra pagine d’improvvisi argenti,
                    nel gelo sommerso di rose
                    a stento trattenute
                    sulla soglia: –

                    tu le ricordi
                    che serravano le labbra
                    come fa il mare
                    al canto millenario
                    che ordina le onde
                    chiamandole a raccolta
                    una ad una – già spente
                    come candele sorvolate d’ali,
                    bianche di calce
                    nel profumo della voce,
                    indecise presenze di grazia
                    al chiaro di una luna
                    che s’avanza
                    nell’orbita dei loro occhi
                    declinanti

 

*

 

tramonto in lente regole
di rogo, che solo
stormi al delta
possono attraversare
sulle rotte innevate
del migrare – l’ora che pesa
più di mille lune
sulla bilancia tesa tra due ombre,
scolora l’erba in compositi
amuleti di idoli solari,
impastati di lacrime
e di sabbia
per il viaggio inaudito
alle sorgenti d’acqua viva,
alla notte di ognidove
partorita dalla cenere dei canti: –

non diversamente farà la luce,
che emergerà nell’alba
come una reliquia
dall’alveo senza linfa
del suo fiume in secca

 

*

 

                    dissociate sostanze d’alberi
                    al tocco della voce
                    che porta autunno
                    a completare
                    la ronda delle foglie,
                    sul sentiero lunare
                    che immiserisce il rovo
                    disposto a specchio
                    per rimirarsi
                    in estasi di neve,
                    farsi nido per la furia
                    placata di un volo: –

                    i rami si guardano
                    intrecciando nenie
                    per il vuoto,
                    e l’acqua spenta
                    penzola ingiallita
                    finché la pietra
                    che la trattiene a riva
                    vampa di brume –
                    troppo lontano l’accordo
                    con la parola cielo
                    che va a svanire
                    nell’impensabile notte
                    dei suoi accenti

 

*

 

il tempo semina sentenze,
leggendarie moralità di spina
agli angoli degli occhi,
nella ghiaia che
declina in passi
le persone del suo verbo,
profili vocali dalle pupille arse,
abbarbicate a lembi di futuro,
al modo della spiga
e dell’ascolto: –

resta sospesa come una domanda
la rosa del migrare
coltivata in calici di lune
e di rimpianto –
le sue radici
cresciute su zolle di carta
ritornano indietro, verso
segni intravisti
in prossimità dell’orlo,
segni di fiume, ancore
accese di familiari indizi,
quell’ordine, cantato a notte fonda,
che colma col silenzio
l’appartenersi a terre
di nessun altro luogo

 

*

 

                    grida di neve
                    raccolte dalla mano
                    dove è confine incerto,
                    alfabeto ammantato di risacche,
                    il faro che
                    lievemente
                    cede a echi d’ombra –

                    l’ultimo lampo è un varco
                    che apre spazi
                    al corpo e
                    immette nel vivo attimo
                    che brilla sale
                    per mai saldati debiti di stelle,
                    immagini di tempo
                    aggrumate su una spina
                    e nel presente
                    profezie di esilio,
                    il senso di parole immobili
                    custodite dal labbro curvo
                    del vento: –

                    l’ultimo lampo è luce
                    che vigila
                    il migrare delle sabbie,
                    fragile, rasserenata
                    pupilla di ieri
                    che rovescia in verdi sfere
                    delicate chiavi di tormento,
                    fuochi in terre d’anni
                    e dispersi, nebbiosi
                    pollini di gelo
                    tra i tanti che graffiano il cielo,
                    aggiornano sillabari
                    di ferite

 

*

 

partirsi per poco
dall’inesorabile obbligo
che tradisce il segno
in minuziosi spazi
di lacustro –
tornare al silenzio
del lume ininterrotto
che veglia la pagina
e geme nel viola
dei suoi accenti di deserto –

trovare requie
in lettere mai evase,
in sussulti di risposte
disattese,
cercare altri numi,
indecifrabili
a ogni meraviglia di speranza

 

*

 

                    fari di assenza
                    in un crescendo di luci
                    casuali
                    a perpendicolo –

                    verso la foce
                    l’inverno è un confine
                    stagliato tra ombre e fortuna,
                    un varco che batte silenzi
                    al segnatempo degli occhi,
                    al naufragio dove insegui
                    relitti e stagioni,
                    alfabeti d’oscura sete,
                    un lontano di oggetti e pietà –

                    materia di mimiche
                    che plasma un ricordo,
                    un respiro,
                    una molecola di pensiero,
                    una stella alla cintura
                    che grida, si spegne,
                    straniera agli sguardi,
                    al firmamento dei secoli

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7 pensieri riguardo “Nei mari del racconto”

  1. Ghost Writer

    Un dire di luce
    di tessere d’oro
    Un farsi da parte
    in tenebra possente
    riavvolte le spire
    traspare suono in vortice di fiato
    perfetto s’apre il frutto
    e ancora spande
    rosso
    come sangue
    vita d’anfratto
    L’attimo totale che muore e vive
    Il sé cosmico pronto a possedersi
    Fuor del divenire, sta
    Fuor di desiderio , esiste.

  2. Leggo prima questi testi di Francesco Marotta, poi, come faccio sempre dopo aver letto le novità pubblicate sulla Dimora, vado a vedere se ci sono delle novità anche sul Primo Amore o su Doppiozero e leggo, anch’esso appena pubblicato proprio su Doppiozero, quest’intervento, come al solito magnifico, di Antonio Prete:
    https://www.doppiozero.com/materiali/friedrich-holderlin-chi-pensa-il-piu-profondo-ama-il-piu-vivo
    Probabilmente si tratta di coincidenze, ma l’invito, presente in entrambe le pubblicazioni, a riflettere sulla poesia come ricerca dell’origine e della sorgività del pensiero continua a possedere un’ineludibile urgenza.

  3. Gentile Marotta la sua poesia è senza retorica sublime, degna, degna bene, nel caso in cui s’avvolge; metrica la matrice estestica avanti l’urgenza che la sintassi la definisce-finire in essa, una morfologia da capodo-di giro netta, come le case a schiera in un incubo di Renzo Piano. In effetti se ci fosse una planimetria sussidiaria nn si potrebbe praticare il nobile tragico lotto, lotto a memoria, alla Celan la storia sua.
    Applausi da parte mia per quanto possano valere.
    in fede giorgio stella
    ________________________________

  4. Che meraviglia, mi ci sono perso e ritrovato,
    e quanta sintonia mi pervade nel leggere queste cadenze così affascinanti e oniricamente stordenti, che mi conducono in mano per sentieri e origini, abbeverato come non mai!
    Grazie, mi sento veramente una molecola di pensiero.

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