La parola non muore mai

Yves Bergeret

La parola non muore mai
(Tégu dumno abada)

 

Il testo originale, Cris de Die,
si legge su Carnet de la langue-espace.
Tra(s)duzione di Francesco Marotta

 

Dietro gli alberi rigogliosi
le cime viola sembrano più grandi.
Si spingono l’una contro l’altra
e rotolano come palle da biliardo
striando alla cieca l’orizzonte.
Le montagne vivono di quella dura felicità.

Dietro gli alberi rigogliosi
le cime viola non trattengono nulla.
Né rabbia di vivere né spargimenti di sangue
né l’orchestra chiara delle stelle e dei ruscelli.

Un giovanotto si lancia nel gioco del biliardo.
Un altro uomo, malconcio, segue la partita.
E un altro ancora, maldestro, gioca goffamente,
egli è la palla con un solo occhio che rotola felice
nel vuoto incredibilmente visibile
tra gli alberi e le cime ai margini della notte.

*

Tra le dense nuvole bianche
là dove a sprazzi si vede il blu irreale del cielo
si intrufola il vigoroso rondone.
Con le sue ali colpisce una nuvola
poi un’altra, che scivola via.
Ma l’uccello è più veloce,
grida per tenderci
rapidamente il filo della speranza
mentre le nuvole spesse, volubili e fedeli, passano,
specchi fumosi di ciò che appiattisce
e ci taglia le gambe.

*

Col ventre che sanguina
discendo la collina
dove grassi tiranni dagli artigli d’acciaio
mandano i loro schiavi a raccogliere le olive
e a saccheggiare le tombe.
Lungo il sentiero controvento
scendo per incontrare lo straniero
naufragato l’altro ieri sulla nostra isola.
Il suo candore, mi è stato detto, fa ripiegare il vento.
Il suo vigore lacera il nostro vile chiacchiericcio
in questo crocevia dei venti
dove dalla sua promessa nascerà una casa
libera da ogni oscuro inganno.

*

Vedo un bambino che prende la nuvola dal cielo
e la spinge contro la montagna
colpendola con tutta la sua forza.
La montagna si spacca in tanti racconti
e attraverso il vuoto di quelle crepe diffuse crolla
e fugge tra i dirupi della sua stessa assenza.
Seduto sulla roccia porpora
dietro l’ombra del tuono
offro del cibo a quel bambino
che corre verso di me gridando di gioia.

Mangia voracemente. Avrà anche voglia di bere?
Ingurgita tutto.
Ai nostri piedi lascia una nebbia di briciole
e qualche pezzo di montagna senza zucchero né sale.
Ma quanti anni ha? Mi dice
che ha quattro volte la mia età
e che seguendo i suoi passi potrò capire
dove si forma la violenza, unica madre degli uomini,
così puerili che difficilmente riescono a lasciarla.

*

Le campane suonano a distesa.
L’uomo dalle braccia magre si allontana
con un mazzo di iris.

Tégu dumno abada
la parola non muore mai.
Il neonato piange nella sua carrozzina.
I rondoni sopra il campanile
fanno la coreografia dei suoi vagiti.

Servono davvero sequenze di lettere attaccate
per ricavare la frase che restituisce vita alla vita?
Servono penna, stele e scalpello,
occorre tagliare, fermare, incidere, adorare l’oggetto
perché liberandosi da cumuli di frammenti
aria e luce ritrovino la parola?

Conosco dei carpentieri, dei camminatori,
delle cantanti che non hanno nessun timore
ad aprirsi all’altro dicendo,
a costruire in ascolto e legame di vento.

5 pensieri riguardo “La parola non muore mai”

  1. Non so se ogni parte è un nuovo poema o una continuazione. Ma quello di cui sono sicuro è che ho letto un magnifico poema. Mi è piaciuto leggerlo dall’inizio alla fine. Sono dei versi meravigliosi.

    1. Merci, cher Monsieur, pour votre commentaire ( je vous prie de m’excuser de vous répondre seulement en français).
      Il s’agit d’un seul poème en plusieurs strophes ; chaque strophe vient de situations très concrètes et réalistes dans les villages de la vallée de montagne où j’habite, dans les Alpes du Sud.
      Yves Bergeret

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