Parmenides remastered

Antonio Devicienti

“Nient’altro che l’esperienza
d’un lettore”

Un attraversamento di
Parmenides remastered
di Nanni Cagnone

Perché cercare di classificare un libro, volerlo etichettare? Forse per disinnescarne l’eventuale carica eversiva, per tentare di ricondurlo alla “normalità” di limiti riconosciuti e tranquillizzanti.
Ma per fortuna si danno a leggere libri come questo di Nanni Cagnone, Parmenides remastered (La Finestra Editrice, Lavis, MMXIX) e ci si abbandona, liberati e felici, a un attraversamento del testo, a una Wanderung traverso differenti paesaggi, a un’esplorazione sorprendente a ogni svolta di pagina, a ogni salto di paragrafo.
Qui c’è poesia, filologia, filosofia, scienza etimologica, saggistica, tensione intellettuale, qui c’è eleganza di scrittura, sapienza di vita, splendore di conoscenza, coraggio conoscitivo, piacere del pensare e dello scrivere.
Nanni Cagnone, partendo dai frammenti parmenidei, ha dato forma di scrittura a quello che chiunque fa nel momento in cui traduce da una lingua in un’altra: nella mente del traduttore si materializzano non solo i transiti da un idioma nell’altro, ma anche ricordi di altri testi, giunture con casi e ricordi personali, riflessioni, echi ed echi di echi; i dizionari, i saggi, le edizioni consultate durante il lavoro si aprono come veri e propri ventagli ricchissimi di nomi, di rimandi, di luoghi: è la natura più vera e feconda del testo il quale, apparente hortus conclusus del pensiero, possiede in realtà una natura frattale, riverbera da e in altre migliaia di testi (non solo scritti).
Parmenides remastered è proprio questo: l’esperienza totale e totalizzante, espressa in alta forma d’arte, del pensiero.
Il libro tripartito (Avviamento della lingua, Parmenides remastered, Oscuro) dà conto di una riflessione-dialogo con quello che ci è giunto del poema Περί Φύσεως di Parmenide.
Scrive Nanni Cagnone in Avviamento della lingua:

(…) Sono nel vestibolo d’un lavoro, qualcuno ne sta scrivendo l’avvenire, ed io prontamente lo cancello.

(…)

Di solitudine far separatezza? Non essere volgare: sia generosa, la solitudine, o diverrà la parodia d’una vagheggiata incolumità.

Se quel tuo ritmo pensoso, o delicato spasimo, non impoverisce il vivere, ed è la presenza d’altri ad affermarti, avrai con te l’amicizia del tempo.

(…)

Parlando di qualcosa, implicitamente ne ammetto, nella mente o nel mondo esterno, l’esistenza. Posso quasi percepirla. Quale sarà, allora, il verbo dell’inesistente? Non mi basta dire – contrariamente – ‘non è’.

(…)

Attento a l’invisibile,
il cui merito
è adempiere
nascostamente
il mondo, ignoro
l’evidenza,
sento avvenire
entro il frassino
altro frassino – una
clandestina amicizia.

(…)

Nelle antiche radure,
scoprimento maggiore
non il fuoco ma il tu,
l’incerto chiarore
a cui si deve
quasi ogni pena.

Pure, ricorderai
d’averlo detto:
lontano dal tu
non si risplende.

Essendo debolmente contemporaneo, so incompleto il presente. Privatamente lo soccorro con modi metastorici e verbi al passato.

Non s’improvvisa una tradizione (lenti crescono gli alberi); perché, quando se ne dispone, si tende a trascurarla? Contrariamente: càpita di trarre conclusioni da premesse altrui accolte senza pensiero, senza discussione.

(…)

Sto per rileggere quel che resta del Περί Φύσεως: troppo tempo e sbiaditi i miei ricordi. Chissà perché, dimentico sempre quel che ho appreso. Nel deposito della mia mente, dei consigli didattici che dicono la fisiologia, non la passione dell’opera.

(…)

La frammentarietà ti diminuisce, Parmenídē – costringe a nostalgia, fa pensare che ti dia vanto dell’oscurità. Vittima di un’ironia della Storia, appari disappari – non sei che una figura intermittente, cosa controluce, abitante del crepuscolo.

Tocco la gelosia della tua lingua. Peccato che Khrónos t’impedisca replicare. Ma innanzi a te c’è un cultore del vuoto. Tornerà con te ove si tace.

Se un poeta odierno prende a leggere un filosofo del sesto secolo, cosa potrà accadere? Rispetto per la sua reputazione, rigurgito di malumori scolastici, fastidio per lacune e incrostazioni storiche, invidia di tempi veementi, però meno volgari, meno confusi… E sopra tutto: parità o inferiorità, lettura ingenua o cólta? Sommesso non riguardoso dialogo, e quante domande. Ogni degna lettura è un’estenuante trattativa. Autore e lettore? Affrontati spettri.

Ad ogni modo, dovendo assecondare il mio carattere, che so avventato e impulsivo, rischierò di forzare il senso del tuo testo, anche perché la mia attitudine è tutt’altro che mimetica. Ma confido che non si dia somiglianza con quel che si legge in Matteo: «I suoi discepoli, venendo di notte, lo rubarono mentre noi si dormiva» (ο μαϑητα ατο λϑόντες κλεψαν ατν μν κοιμωμένων).

Infine, si tratta di «travailler pour essayer», seguendo il senso che Michel de Montaigne assegna a tali parole.

Parmenídē – uomo smodato, ostacolo e quasi dimenticato assillo -, vorrei parlarti del lutto della modernità. Tu non puoi saperlo: l’Occidente ha deluso tutti (pagg. 11 – 16).

C’è, costante, un dialogo diretto con il testo e con il filosofo, a partire dall’affermazione ultima, ma non per questo trascurabile (anzi!) circa il “lutto della modernità”, tema ritornante nelle opere di Cagnone che mai, mai dimentica o trascura la prospettiva temporale, vale a dire il fatto che alle spalle del presente c’è un lungo passato costituito da molteplici culture e tradizioni; la constatazione della situazione luttuosa in cui giace l’Occidente (è lo stesso Occidente di cui Amelia Rosselli scrive: “Speranzosa / nell’Ovest ove niente per ora cresce”, è la “nerezza / contemporanea” come Cagnone stesso scrive in Ingenuitas (La Finestra, Lavis, 2017) – pag. 118) si colloca proprio a conclusione dell’itinerario di pensiero iniziato da Parmenide a Elea, tra i Greci d’Occidente, cioè, e Cagnone, poeta, dialoga in modo “sommesso non riguardoso” con il filosofo del sesto secolo, perché, abbiamo letto, “ogni degna lettura è un’estenuante trattativa” e poi la domanda: “Autore e lettore? Affrontati spettri” da un lato non ci deve far dimenticare il fatto che in Parmenides remastered il poeta è, sì, lettore, ma anche autore in uno scambio continuo dell’attitudine del leggere e del tradurre con l’attitudine creatrice e scrittoria e che gli “affrontati spettri” richiama una citazione da Diogene Laerzio (menzionata da Cagnone nel suo splendido Discorde e presente anche nel libro Le lecteur di Pascal Quignard) secondo la quale Zenone, interrogato l’oracolo su che cosa dovesse fare della propria vita, si sentì rispondere di dover “diventare del colore dei morti”, al che il filosofo comprese che il dio lo invitava a leggere gli autori antichi; leggo in Oscillazioni di Federico Ferrari (SE, Milano, 2016) (pag. 11): Consacrare la propria vita al pensiero e alla parola significa destinarsi a un mondo di morti e di fantasmi – o di non ancora nati. E non è un caso il bellissimo riferimento all’atteggiamento metodologico di Montaigne, il cui “essayer” è provare, tentare, saggiare e assaggiare, eliminando ogni pre-giudizio – “travailler” (“travagliare”, “entrare in travaglio”: lavorare che è anche sofferenza nell’atto del partorire, ma gioia nel dare alla luce) con acribia e dedizione è quanto Cagnone fa, tra l’altro, traducendo Parmenide.

E c’è un’altra circostanza da prendere in considerazione, vale a dire che Parmenides remastered, mi sembra, nasca e si sviluppi dallo stesso lasso di tempo ed entro la medesima temperie culturale e psicologica di Ingenuitas, ché Cagnone concepisce e sviluppa un concetto di ingenuità riscontrabile in entrambi i libri:

Ingenuità, nient’altro,
può colpire la sventurata
epoca moderna, e quel
che può sembrare regressione
sarà per me accomodatura

(Ingenuitas, op. cit., pag. 11),

vale a dire che la consapevolezza dell’artificiosità narcisistica e asservente dominante nell’epoca a noi contemporanea, della sua diffusa volgarità arrogante e nemica del sapere, dell’estrema labilità o assenza di scelte etiche e culturali spinge a un’ingenuitas vissuta e attuata come arma contro un’epoca così buia, ingenuità ch’è recupero della capacità di entusiasmarsi e di commuoversi per quello che (nella natura, nella tradizione culturale, negli esseri umani) rimane significante e capace di donare ancora felicità. Ritornerò su questo tema attraversando Parmenides remastered, ma, sempre da Ingenuitas, riporto due composizioni che si legano ai passi da me poco sopra trascritti:

In confidenza: scrivendo,
a chi ti rivolgi? Agli amici
nel tempo, a cominciare
dal V secolo. E il tempo
essendo tutt’uno, vorrei
che a leggermi senza lode
fosse John Donne –
les Immortels, je les
nommerais autrement

(op. cit., pagg. 21 e 22).

(…)

__________________________

Il saggio di Antonio Devicienti sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, LXXXVI, giugno 2019.

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