Dire libera dal sale (I-II)

Yves Bergeret

Dire libera dal sale

 

Il testo originale, Dire dessale,
si legge su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

 

Prima scena, in monologo

«La mia voce riecheggia dal fondo della stiva,
io mi dibatto sul fondo della voragine.
Le nuvole sono i miei figli che lancio al galoppo
sopra le catene e le montagne.
I rondoni gridano per accompagnarmi
ma io sono inchiodato in fondo a quel baratro.
Gridano per tirarmi fuori
ma sono bloccato e ogni chiodo penetra in profondità
nei miei muscoli, lontano da ogni grido rosso
tra le nuvole.
E i chiodi sono i denti del mostro;
mi vomita addosso il suo sale nero.
Di questo veleno in molti, distratti o ingenui,
o servi ossequiosi del mostro,
fanno inchiostro per scrivere.

Io grido forte dal fondo del baratro,
dalle profondità dell’onda salata.
Le mani sono le mie figlie
che girano in una folle ronda sopra le rive,
che girano lentamente sopra le isole,
che girano sopra i paesi devastati,
e vogliono massaggiarli, alleviarli.
Ho diecimila anni, sono la miseria umana
fissata troppo in basso nel corpo e nella sabbia.
Le nostre mani non smettono di girarmi intorno.
Le mie figlie e i miei figli quanto meno
ogni mattina ripartono sul mare turbolento,
parlano, mi insegnano a parlare.
Perché dire libererà il mare dal sale».

 

*

 

Seconda scena, in tre pantomime

Dire libera dal sale, ripetono,
uno dopo l’altro, quelli che arrivano.

*

Così misterioso è costui, Soninké, che con lo stesso passo
cammina sulle onde del mare
e sulla sabbia e le braci del deserto
senza mai crollare sotto il proprio peso
gravato da due colonne di granito sulle sue spalle…
Il suo corpo è sabbia e acqua salata. Nient’altro.
Il suo corpo è proprio la frase. La frase per dire,
senza alcun turbamento;
frase ponderata, ferma, un’apparenza di saldo diamante.

Tuttavia le sue ginocchia sono fragili.
Perché il granito è la consistenza metamorfica
di migliaia di generazioni che ebbero il loro ruolo nel dire.
E non furono raccontati soltanto degli aneddoti.
La pesantezza metamorfica
viene da lì, dall’angolo cavernoso della memoria
dove gli hanno insegnato a sacrificare senza esitazione
e a dire, con magniloquenza, prima della concia e del sale.

 

*

 

Lui, Cinese, ha fatto un salto da Shanghai.
Come Anuman verso lo Sri Lanka.
Viene dalla riva dell’altra parte del globo,
frusta venti e onde per arrivare più velocemente.
Arrivare dove, arrivare a cosa?
Il dono delle lingue infiamma la sua parola;
proprio così, cinese, inglese e francese sono le tre molle
del suo trampolino per conoscere il mondo
dall’alto.
In aria, quasi senza ossigeno taoista
né venticello simbolista, surrealista
o individualista della melanconica Europa.
In aria è possibile ogni visione, c’è posto
per installare repliche e pantomime
con le quali configurare un nuovo mondo,
un’architettura di putrelle nere
e di fogli di carta bianca.
Presto, salite, venite a leggere, amici miei!

Ma la visione non dura a lungo, troppa nebbia
inghiotte terre e città.
Così in alto, quel racconto che egli tenta
come un gioco di costruzione è davvero più reale
di un castello di sabbia davanti al mare agitato
e all’azione corrosiva del sale?
E la poesia che scrive, è forse qualcosa in più del muscolo
del polpaccio che egli contrae per saltare?
Dov’è il sangue della vita, la linfa dialettica,
il desiderio, il tonante desiderio di vivere, da te,
mio simile, fratello mio, figlio di nessuno e di tutti,
giovane sole di cui io sono l’ombra
tra i cespugli fruscianti?

 

*

 

Wolof, egli solleva la notte che viene
come il vento rovescia le foglie del pioppo.
Solleva la fredda pioggia
e la rimanda nel mutevole cielo.
Solleva le palpebre pesanti della povertà
e le insegna a guardarsi senza vergogna
in uno strano specchio.
Ritiene che senza scrittura
si possa essere fluenti e fecondi.
Rispetta l’immenso racconto senza lettere senza inchiostro
senza carta. Apre molte finestre,
molte orecchie, molte notti future.

Un mattino, con passi pesanti, piedi sanguinanti,
lascia la savana, scala i gradini della tristezza
fino a Parigi, dove libri sapienti e canuti maestri
gli prescrivono una cura castrante di razionalità.

Ha forze sufficienti per liberarsi dall’asfissia
che lo minaccia? Perché sta a lui far brillare
lo strano specchio dove canto e racconto rivoltano
ogni parola per reinventarla,
per renderla splendente come la nascita.

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