Dire libera dal sale (III-IV)

Yves Bergeret

Dire libera dal sale

(Continua da qui)

 

Il testo originale, Dire dessale,
si legge su Carnet de la langue-espace.

Traduzione di Francesco Marotta

 

Terza scena, con tavolette d’argilla

E’ stato detto: quattromila anni fa abbiamo inciso
delle divinità e i loro nomi tellurici di lottatori
su delle tavolette di argilla.

E’ stato detto, l’indomani: questi dei sono inutili,
diamogli fuoco. Con le loro ceneri costruiremo
nuovi dei che tracciano la strada alle mille notti,
con le sillabe dei loro nomi di rame creeremo un filo
per ricamare i cori del nostro racconto.

Tutto smentito due giorni dopo: gli dei non bruciano;
la strada per le mille notti brilla e va solitaria.
Abbiamo imparato a fare sosta di giorno nei prati rossi
per dormire al riparo della violenza.
Ma mille notti di cammino, sgozzandosi a vicenda…

Il racconto gira in cerchio.
Si cercano ancora delle tavolette d’argilla
nel cuore fresco della più piccola roccia
perché è là che uomini e donne
sperano di trovare la loro ragion d’essere
e portare alla luce qualcosa che li dica.

Ma è nei moli dei porti, così si crede,
che meglio sopravvivono le tavolette d’argilla.
Nella sala macchine delle navi da carico.
E, a quanto pare, nell’onda oleosa e grigia
che ingrossa le folle come delle fiumane
all’entrata degli stadi, dei supermercati.

*

E’ stato detto: quattromila anni fa abbiamo fissato
leggende di diluvi, di guerre e di duelli mortali
nei lobi febbrili della memoria.

E’ stato detto: duelli e guerre rappresentano la virilità brutale
di cui le donne per scherno ridono a crepapelle.
Anche schernire, però, fa parte dei ruoli
che nella pace straziata assegna la violenza assoluta.
Ma la pace guarisce sempre.

Tutto smentito: duelli, guerre e diluvi
nei loro miti fondatori
sono delle imposture per far credere
che “è annunciato”,
che “è voluto da dio”;
e gridare queste cose accresce l’inganno
affinché la crosta di sale indurisca sempre più,
affinché mai giungano guarigione e pace.

 

*

 

Quarta scena, dalla voce della donna coreana e i suoi echi (*)

“Oh, dice la donna, il vento ed io non riusciamo
a oltrepassare la montagna”.

“Oh, aggiunge il vento, io sono il ventre fecondo
da cui nascono le nuvole;
la progenie umana accresce la mia libertà”.

“Oh…”, annuisce la montagna ripiegando su se stessa,
ma i bambini che passano correndo al ritmo
della voce della donna che canta, calpestano
le pietre delle frane; ed esse risalgono verso il racconto
che non è più oscuro.

“Oh, annuisce la montagna, io sono il mantello
invernale della donna che parla,
sono la camicetta estiva della donna che canta.
Il vento mi affida le sue burrasche
che rovesciano qua e là
ammassi di rami alla rinfusa
con un rumore naturale di onde e schiuma
su una costa appena nata, acqua dolce
che ci entra nella bocca
come la lingua del bacio della donna che canta,
acqua dolce che tu, mio simile, fratello mio,
impari a tua volta a donare,
senza violenza né sale, alba e pace
che si distendono sul mondo e sulla pelle dolce, resistente,
misteriosa degli uomini e delle donne
che sanno parlare”.

 

__________________________
(*) Nota di Yves Bergeret

Il «canto della donna coreana» è il canto Gagok che Kim Wol-ha ha registrato nel 1986; lo si ascolta sul CD pubblicato nel 2014 dalla Ocora, numero di etichetta MV8327. In un contesto più o meno simile si possono ascoltare delle registrazioni di canti femminili coreani Pansori.
__________________________

 

Dire dessale
Dire libera dal sale

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