Dell’asinità in poesia

Un “attraversamento” di Scannaciucce
(Mesogea, Messina, 2019)
di Domenico Brancale

 

A Domenico Brancale preme l’origine del suono-parola, la sua basilarità e pre-verbalità perché ogni parola articolata fatalmente si allontana da quell’origine (anche pre-umana) rischiando di falsare il rapporto con il mondo e, inevitabilmente, la mente ha bisogno della parola articolata per dire e per provare a comprendere.
Il raglio dell’asino diventa allora il paradigma di un suono istintivo e naturale, capace di esprimersi in modulazioni differenti, ma mai falsificato o impostato, sempre in accordo con i bisogni espressivi dell’animale.


L’agave (scannaciucce in dialetto lucano) è, a sua volta, pianta portatrice dentro il proprio nome del nome dell’asino (ciucce) e del tormento cui l’asino talvolta è sottoposto (l’animale, nel suo faticoso cammino sotto la soma, veniva spesso “scannatǝ“, cioè ferito dalla pianta tagliente) così che l’asino-poeta che con fatica e pazienza porta la sua soma è l’essere che dà suono al dolore del mondo, che cammina per sentieri spesso difficili e insidiosi, che subisce nella propria carne i tagli e gli inciampi perpetrati da quei sentieri. E il raglio asinino è anche il dialetto (i dialetti) concepito come linguaggio primigenio e ancora vicino all’origine anche in funzione dell’aspetto prevalente di oralità, ancor più della “lingua nazionale”, pur irrinunciabile. Scrivo questo perché il libro presenta, a differenza della consuetudine, il testo italiano sulla pagina sinistra e quello in dialetto sulla pagina a fronte, a destra: e non sempre c’è corrispondenza letterale fra le due versioni. In tal senso si apre un altro fronte di riflessione, vale a dire circa l’esigenza (sentita da Domenico) di farsi intendere da lettori che non conoscono il suo dialetto (obiettivamente la stragrande maggioranza) e la necessità, per questi testi altrimenti che per i testi composti direttamente in italiano, di venire alla luce proprio in dialetto, secondo un irrinunciabile bilinguismo del poeta lucano il quale trapassa dall’italiano al dialetto non per motivi (mi si passi l’espressione) ideologici o estetici, ma espressivi.
Non c’è ingenuità, non c’è una pretesa istintività, si badi, perché se così fosse se ne percepirebbe subito la teatralità e la falsità, ma la consapevolezza totale di star agendo sul linguaggio nel tentativo di trovarne le ragioni sorgive e di ritrovarne la capacità di dire.
A questo si aggiunga la convinzione che ogni testo sia autonomo nella sua identità linguistica, per cui il “testo a fronte” tende a perdere ogni ragion d’essere istituendosi come testo autonomo; scrive Domenico Brancale nella nota finale a Claude Royet-Journoud, Le nature indivisibili (Effigie Edizioni, Milano, 2016) riportando le parole del poeta francese: “Nella traduzione, la lingua di arrivo è la versione originale e non l’inverso. D’altronde la poesia ha un corpo. Un recto, un verso. Uno spazio fisico e uno spazio mentale. È racconto – e in una sola lingua. Non scrivo una raccolta, ma un libro. Nelle edizioni bilingue ciò che viene distrutto è la nozione stessa di libro: la doppia pagina (sinistra, destra), l’importanza del voltare pagina, la sospensione della narrazione, il rapporto con il tempo, ecc.
E coerente è la dedica di Scannaciucce a Franco Loi, i cui testi, così complessi e affondati nella storia, materiati di almeno due dialetti più l’idioletto direi peculiare di Loi stesso, smentiscono in pieno l’equivoco e il pregiudizio del dialetto quale medium espressivo incolto e privo di contesto se non quello localistico e popolare. Facendo riferimento al dialetto impiegato da Brancale, se a molti viene in mente, forse, come poeta di riferimento per contiguità linguistica e geografica Albino Pierro, io preferisco pensare ad Assunta Finiguerra per quell’uso espressionistico e per nulla atteggiato del dialetto d’area lucana, per quel comporre versi come fossero rasoiate e ferite aperte.
Una poetessa-sarta e un poeta-asino: una pianta affilata come un rasoio e la carne ferita dell’animale in transito nel titolo del libro, libro che riunisce molti dei testi in lucano pubblicati in questi anni da Domenico in diversi volumi, più un gruppo di inediti, e più precisamente Cani e porci (Ripostes, Salerno 2001), O jacc di ll’uocchie (Porto dei Santi, Loiano 2002), Canti affilati (F. Masoero edizioni, Torino 2003), L’ossario del sole (Passigli, Bagno a Ripoli 2007), un testo da incerti umani (Passigli, Bagno a Ripoli 2013) e alcuni inediti apparsi sulla rivista «In aspre rimE» (2018).

Cominciamo dunque il nostro “attraversamento”.

Non ho più la forza di pensare.

No ’mma fìue a ’cchiù di pinzà (pagg. 8 e 9)

il che suona, a chi già conosce la poesia di Domenico, segno del coincidere tra dire poetico ed esistenza sia intellettuale che biologica, perché ogni energia è tesa al dire il pensiero e il vivere come inscindibili e in costante accadere. Il linguaggio si sostanzia allora in grido, segnale sia di vita che di presenza non pacificata:

Il grido è solo un lamento
è il piombo
che ha fatto
il nido nel cuore
Questo è tutto.

Nu gride i’è sule nu lamente
i’è u chiumme
ca si ng’è fatte
u nìde nd’u core
Cust’ a i’è (pagg. 10 e 11)

e si noti quanto il termine dialettale (chiumme) possegga un suono quasi onomatopeico rispetto all’italiano “piombo”, il suono più scuro della “u” e il raddoppio della nasale sembrano trascinare la voce verso il silenzio implacabile del verso finale che, nella stesura dialettale, è tronco rispetto alla clausola piana dell’italiano.

Certe volte
sogno tutti quanti
i morti del paese
e so bene
che non sono più
qui sulla faccia della terra
Sono chiodi battuti nelle mani
i baci di chi mi vuole.

Certe vote
m’ o sonne tutte quante
o muorte du paise
e u sàcce
ca no’ nge so’ a cchiù qqua
sop’ ’a facce da terre
So chiuòve ammaccate nd’o mane
o vase di chi mi vole (pagg. 22 e 23).

Anche in questi versi l’imporsi delle immagini restituisce una cifra della poesia brancaliana, mentre l’avverbio “cchiù” del verso 5 sembra anticipare quei “chiuòve” (chiodi) del penultimo verso, richiamo che va perduto nella stesura in italiano e, direi, anche il participio “ammaccate” (battuti) ha la capacità di conservare dentro di sé il raddoppiamento dell’occlusiva velare “cc”, uguale suono con cui cominciano “cchiù” e “chiuòve“.
E il grido torna a farsi udire nel testo seguente, come se la parola e l’articolazione della parola in linguaggio avesse bisogno, in certi casi, di diventare puro grido, soltanto suono:

Proprio in questo momento
getterei su questa metropoli il grido
che sveglia anche i morti
non dovrebbe restarci goccia di sonno
dovrebbe portarsi via tutto
pianto e riso
pianto e riso
Ho la voglia di volare.

Mó proprie nd’a ssu mumente
scittère nu gride nda ssa metropele
ca rivegghièsse pure o muorte
no’ ng’ avère a i’èsse stille de suonne
si n’avésse purtà tutte
chiànte e rise
chiànte e rise
Tenghe u vulìsce de vulà (pagg. 32 e 33).

U vulìsce de vulà” (la voglia di volare), verso anche questo sigillato, nella versione dialettale, dall’ultima sillaba tronca e caratterizzato poi in entrambi i testi dall’allitterazione, sembra essere il logico desiderio o la logica conseguenza del grido, un volo che faccia staccare dalla terra, un colpo di reni dell’esistere e della voce che slancia verso l’alto, che trascina a librarsi nell’aria.
E che stiamo assistendo a una sorta di dialettica tra l’impulso al volo e il richiamo della terra ce lo suggerisce la composizione seguente:

Solo una fra queste parole
conficcate nella terra
ha i segni dell’agave
forse deve essere perché
ha la foia di tagliare i pensieri
sull’orlo della lingua

Guna ndutte mmienz’a ssi parole
mburchiàte nd’ ’a terre
téne o segne d’u scannaciucce
mbàreche add’ ’a i’èsse picché
tén’ ’a monde di jaccà o pinziere
mbizz’a lenghe (pagg. 40 e 41).

Eccolo “u scannaciucce” (l’agave) che affiora dalla pagina, tagliente pianta-parola, ché tutto nella poesia brancaliana, fin dagli inizi qui documentati, è ferita subita, ma anche necessaria, è doloroso taglio, ma ineludibile, è spaccatura, fessurazione, apertura di due labbri nella carne dell’esistere e del poetare – e, di conseguenza, la spinta a parlare deve fare i conti con quello che taglia, recide, lacera la parola che è, poi, la parola stessa, capace e incapace di dire, grido inarticolato e articolatissimo pensiero: come il paesaggio lucano, nello stesso modo, se proviamo a pensare la poesia di Domenico sotto forma di paesaggio, la sua poesia è colma di orli, precipizi, calanchi che si aprono improvvisi, ovunque ci sono rovi o agavi o pietre appuntite e taglienti, ovunque i morti sono i veri abitatori (più vivi dei vivi) di un tale paesaggio, e la lingua può essere un pianoro delimitato da un orlo che dà su di un precipizio, la parola una tagliente agave le cui ferite inferte sono il contrappasso che il poeta paga per la sua presenza, per il suo aggirarsi in un tale paesaggio, per il fatto stesso di emettere suoni, ora articolati, ora inarticolati, a seconda della bisogna.
Infatti (e non a caso), ecco il maiale, animale (mi si passa l’espressione?) quasi totemico in queste regioni meridionali, vittima immolata alla fame degli uomini e loro fratello:

Che ne vuoi sapere
il grido sanguigno di un maiale ammazzato
incastrato nelle orecchie di un sordo
stordisce
e non ti lascia
per amore di sentirti un fratello

Cché ni vuo’ sapè
u gride ’nzangulentàte di nu puorc’accise
’ngastràte nd’o recchie di nu surde
nciutèie
e non ti làsse
pp’amore ca ti sènte nu frate (pagg. 46 e 47).

Mi piace osservare che l’espressione italiana “per amore” qui traduce alla lettera l’espressione tipica e ricorrente nei dialetti meridionali “pp’amore” e che, nella versione italiana, essa potrebbe suonare un po’ strana e forse proprio per questo in grado di restituire all’italiano del testo il suo riverbero dialettale: significa “per il fatto che”, “a causa del fatto che”, ma conserva quello struggente legame affettivo che lega la bestia macellata all’essere umano.
E, nel punto di congiunzione tra animalità e umanità, non può mancare la figura del lupo mannaro, antichissima presenza mitica nella tradizione popolare, mentre l’astro lunare allaga con la sua luce il cielo e la carne con la terra, colore del sangue, si fanno una cosa sola in un testo breve e densissimo:

Certo, deve essere così vivo
il lupo mannaro che si rivolta nel fango
quando il bianco della luna scoperchia il cielo
e ogni cosa si accende nel sangue
carne e terra
sono una cosa sola
fitte di gioia
che riempiono il mondo

Certe, add’ ’a i’èsse accussì chìine
u pulmenare ca si ’mbruscìne nd’u zanghe
quann’ ’a lune scummògghie u ciele
e tutte cose s’appìccichene nd’u sanghe
carne e terre
so’ na cose sule
cìgghie di cuntantezze
ca ghìnghiene u munne (pagg. 58 e 59).

Caratteristica di tutte le composizioni è, infatti la loro brevità e la loro lapidarietà, proprio come se la parola sorgesse da questo paesaggio riarso e fessurato di cui dicevo accampandosi sulla pagina, marcata e conclusiva, segnata “da tutte ssu gulisce di dice” (da tutta questa smania di dire):

Ora che non sono più io
la luce nello sciame del buio
acceca pure la notte
lì sotto

Siamo dove non dovremmo essere
feriti all’improvviso
dalle lusinghe del nulla
da tutta questa smania di dire

e non morire

Mó ca non sòo a cchiù i
’a luce nd’u ssame du nìhure
’ngicanèie pure ’a notte
llà sotte

Sìme andò non avèsseme a i’èsse
lazzarijàte a lla sicurdune
d’ o tantazzione d’u niente
da tutte ssu gulisce di dice

e no’ murì (pagg. 64 e 65).

Più oltre Domenico Brancale si prova a dire la nascita della poesia:

Mi radica il desiderio di una pietra
quella pomice
quella volta in cui il sasso
rinviene nella diga del cuore
e non affonda

nel lampo la vita si squarta
e in gola si ascolta
il fragore bianco

il più lontano

Mi rràreche u spinne di na petre
cuella pòmice
cuella vote c’u biskone
ng’ abbevèsce nd’ ’a dighe d’u core
e no’ ng’affunne

nd’u lambe ’a vite sparte
e nganne s’annàsele
u fracasce ianghe

u cchiù luntane (pagg. 72 e 73).

E approdiamo a una cifra tipicamente brancaliana, vale a dire la coincidentia oppositorum e le coppie ossimoriche, quale, per esempio, la ricerca di un nome “che non chiama”:

(…)
qui dove il lamento dei lamenti
si fa canto
a scheggiare l’aria del firmamento
non c’è straccio di ombra

Cerco un nome che non mi chiama

(…)
qqua andò ’a lagne d’o lagne
si fàce cante
a skerdà l’arie d’u firmamente
e no’ ng’è zinzele d’ombre

Cèrche nu nome ca no ’mmi chiàme (pagg. 78 e 79)

e tutto diventa chiaro se viene visto nel cono d’ombra, costantemente presente e ineluttabile, della morte che viene detta con espressione popolare molto marcata:

Sono così stanco in certi momenti
più di quanto vorrebbero farvi credere
queste chiacchiere
precipizî di ogni ora

Volo sì volo
ma chi vi dice
che il piombo ha già palpitato in cuore

La vita sembra un’altra cosa
con questa cazzo di morte davanti

Sòo accussì stanche certe vote
cchiù di quante ve vulèssere fa’ crede
ssi chiacchiere
garámme di gogne gore

Vòle sì vòle
ma chi vu dice
ca u chiùmme ggià ng’è pupetàte nd’u core

’A vite pare n’ate u ttante
pp’ sta cazze di morte ’nnante (pagg. 102 e 103)

– e si notino, nel testo in dialetto, i versi 1 e 4, 2 e 3 assonanzati tra di loro, così come il 5 e il 7, mentre una rima pressoché perfetta sigilla l’intero componimento.
Fermandoci dunque un momento a riflettere consideriamo: grido e parola costituiscono atti e realtà fondanti della poesia di Brancale, il tentativo è quello di nominare il mondo tramite la parola poetica, ben presente la consapevolezza della fallacità della parola poetica stessa e della presenza della morte, esiste una tendenza alla coincidenza di parola e grido e quest’ultimo pertiene sia all’uomo che all’animale, il dialetto, forse più sorgivo e istintivo, possiede anch’esso, meglio dell’italiano, la natura del grido.

Nella grotta la lingua oscilla
appesa ai pensieri
ed è la voce

la fune che strozza
quando tradisco per nome le cose

Nd’ ’a grutte ’a lenghe tremmelèie
appinzilàte a lle pinziere
e i’è ’a voce

’a zoche c’affòche
quanne chiàme ppi nome o cose (pagg. 108 e 109).

E qui mi chiedo e chiedo: perché la grotta? Certamente è un richiamo al paesaggio lucano, caratterizzato da migliaia di grotte e d’ingrottati, ma potrebbe trattarsi anche della caverna platonica o delle laure dei monaci bizantini, sempre, quindi, di un legame con il pensiero e con il tentativo di conoscere il mondo – la verbalizzazione dell’esperienza esistenziale è la parola che dice (la “lingua”) ed ecco, ancora una volta, il nominare che (coincidentia oppositorum) è tradimento; il poeta si ritrova sempre ancora nella condizione di dire e di tradire, di conoscere e di profanare, d’imbastire il canto e di distruggere l’in-canto. Nel testo in dialetto, in qualche modo, “voce” e “zoche” (fune) sono vicine per quel vocalismo “o-e”, mentre l’affricata postalveolare “c” si scurisce, con durezza, nell’occlusiva velare “c” (suono “k”) e la fricativa labiodentale “v” sembra risuonare nella fricativa alveolare “z”; il verbo “affòche” con il brevissimo pronome relativo “c'” che lo precede amplia e continua i suoni e l’effetto della “zoche“.

Riecco l’agave, riecco il poeta-asino che, aggirandosi in cerca di un luogo di riposo, si taglia alle foglie affilate della pianta:

Sono sempre affilati
i sogni dell’agave
che mi taglia a pezzi
dopo aver girovagato
invano nella strada
per trovare il silenzio di un muretto
dove stenderci il dolore delle ossa
sedotte da tutta quella folla di gente
che dimentica la vita

So’ ssempe appizzutàte
o suonne d’u scannaciucce
ca mi face piezze piezze
doppe ca mi n’ ’ggi sciùte gurrijénne
agùffe nd’ ’a vianove
ppi truvà nu spinitúre cìtte
andò arripà u dilore di ssi quatte ghòssere
ngagghiusàte da na murre di cristiene
ca si ni scòrde d’ ’a vite (pagg. 132 e 133)

E riecco la controra, frammento del tempo molto caro a Domenico Brancale:

Come la frenesia di una voce
sotto la scorza della vita
dappertutto il lamento del sole
strappato all’abisso di una controra
arde nella piena dei nervi
e in una vampata si attorciglia
per sorreggere il cuore

Vivere in questo modo
Vivere nel sangue
che tracima e si scatena

è il mio scampo

Com’ u spinne di na voce
sott’ ’a scorze d’ ’a vite
para pare u catalette d’u sole
scippàte a ll’abbisse di na contrehòre
ngi gàrde nd’ ’a chiène d’o nnierve
e nda na vampalene s’arrinnògghie
ppe rèsce u core

A vive nda sta manère
A vive nd’u sanghe
ca si ’ssibbersèje e si scatène

i’è ’a salvezze mije (pagg. 134 e 135).

Nel testo in dialetto si osservi la ricorrenza altissima delle “e” finali nella stragrande maggioranza dei vocaboli (“e” che andrebbe pronunciata appena, come un accenno di suono, una sfumatura di vocalismo), la qual cosa conferisce all’intero testo un’intonazione e un fraseggio molto espressivi del contenuto.
E poi, poco oltre:

Non appena faccio un passo
la strada è un bivio
che rintrona nel cervello
e ci andrei dritto
a sbattere contro il palo
che tiene in pugno la luce
ma poi come l’asino
impuntato nel raglio
pure io raglio al coraggio che mi manca

Non appene fàzze nu passe
’a vianove i’è nu bivie
ca rindròne nd’u cirvielle
e ngi scésse a derìtte
a sbatte mbacce u pale
ca tene ’mpugne ’a luce
ma po’ com’u ciucce
chiantàte nd’u ragghie
pure i ràgghie a llu curaggie ca non ténghe (pagg. 142 e 143):

qui il grido e la parola (la lingua) si sono fatti esplicitamente “ragghie” / raglio. Successivamente, di nuovo, la controra:

Le due e mezzo, loro cercano il sole.
Escono fuori dalle crepe.
Stanno nel silenzio quelli che parlano.
Noi ci stringiamo contro i muri, dalle finestre ci spiano.
Noi non abbiamo vergogna. L’ombra è di carne
come fossimo il corpo di ciascuno di loro.

Parlare, credere, morire. Forse siamo ancora qui.
Tu, io – un solo respiro con il sangue.

«Eppure ogni uomo uccide ciò che ama»

O duie e mezze, lore cèrchene u sole.
I’éssene da fore ndonne o jacc.
Stanne nd’ ’u silenzie chille ca parlene.
Nuie ne stringeme alle mure, d’ ’o finestre ne spijène.
Nuie nonn’abbregugnaàme. Ll’ombre i’è di carne
come se fusseme u curperone di gognune di lore.

Parlà, crede, murì. Mbàreche sime angòre qqua.
Tu, i – skitte nu iate pp’u sanghe.

«Eppure tutte quante accìdine culle ca vòlene tante» (pagg. 164 e 165).

Ricordo che questo libro è stato presentato in anteprima a Matera il 18 aprile 2019 durante un’azione poetica che Domenico Brancale ha tenuto nella città lucana e che il poeta di Sant’Arcangelo ha raccolto alcuni frammenti sotto il titolo complessivo di “Scannaciucce una lode dell’asino“, dedicandoli all’artista Giacinto Cerone.

Ai bordi di sentieri argillosi (scrive Brancale nella semplice pubblicazione costituita di due fogli A4 piegati in due e che accompagnava l’evento) le lunghe foglie (dell’agave) contornate di spine ferivano con amara ferocia (scannare) l’asino (ciucce) al suo passaggio: una beffa della soma con la sua corona di spine imposta all’ignorante, al”idiota-poeta il cui idioma si scandisce in ragli, come una voce che dal silenzio si allarga e si sgrana fino allo strazio. Intendere il raglio è l’esperienza del “non c’è niente da dire, niente da fare”, e non c’è che questo niente in cui credere e gettarsi, là dove la parola poetica si dice e si scrive nel tremore di un fallimento, nella luce smarrita di un corpo che muore e di un altro che nasce. Intendere il raglio è riscoprire la propria identità nell’altro, scoprire nel volto umiliato della bestia l’invisibile divino.

(…)

Non sarò mai al sicuro nella parola.

(…)

La voce si coagula negli organi vitali, presso polmone e cuore, nel diaframma lì dove l’alchimia dei fluidi interni si genera.

La voce non è che l’avvenire del silenzio a se stesso.

(…)

Fai respiro. Fai voce. Diventa corpo.

Il corpo della scrittura è vuoto. Ragliaci dentro!

Il RAGLIO è una voce della natura, una voce che giace sotto il limo dell’essere umano, espressione di un’urgenza irrimandabile, di una volontà di non tacere più dopo aver troppo taciuto.

(…)

Dialetto, scrivere in dialetto è tradire l’oralità. È trascrivere il raglio, l’impossibile.

(…)

Rimettere al centro del nostro sapere la santa ignoranza, farla convivere con tutto ciò che la eccede – pilatismo e identità. Abbracciare il destino di ogni nostra azione, di ogni parola sussurrata taciuta. Recuperare l’analfabetismo.

(…)

«In qualche modo il nostro sapere è anche ignoranza, è riconoscere un limite. La Sophia giunge alla verità passando per l’ignoranza» Giordano Bruno

(…)

Solo la parola che ascolta può parlare.

(…)

La risposta l’ho sempre avuta. È a partire da questa risposta che ho cercato la domanda tra le infinite domande affinché un giorno risposta e domanda potessero combaciare, potessero risolvere la mia esistenza. La domanda, soltanto la domanda è destino.

Ho voluto riportare alcuni passaggi che commentano molto meglio di quanto non abbia saputo fare io in precedenza Scannaciucce e che benissimo dicono dell’asinità in poesia (ma anche nella vita quotidiana), di quel modo d’essere e di scrivere (di dire), cioè, che, radicato nell’umiltà e nella coscienza piena della propria ignoranza, compie un cammino ostenso a ferite e cadute. L’immagine che apre la pubblicazione è la riproduzione a matita del graffito di Alessameno dal Colle palatino, con la variante che il nome Alexamenos è stato sostituito con il nome Kyriakos (Domenico), per cui, in questo caso, è Domenico ad “adorare” il suo dio-asino in croce e, infatti, nell’azione poetica materana Domenico Brancale comincia lavando le zampe dell’asino (versione laica della lavanda dei piedi evangelica) ed emettendo un suono indistinto che è contemporaneamente emissione di fiato-voce animale e umano. E se Brancale cita anche Bergamín e Pound, il primo in quanto loda l’analfabetismo, il secondo in quanto invita a deporre la propria vanità, è proprio perché “analfabetismo” è, qui, sinonimo di “asinità”, vale a dire di sapiente ignoranza, di umiltà nella propria ignoranza che aspira alla sapienza (di nuovo: Giordano Bruno insegna) e, in questo modo di condursi, essenziale è liberarsi di ogni vanità e narcisismo, mentre il dialetto, pur qui necessariamente “scritto”, non vuol essere altro che traccia o testimonianza della condizione originaria, analfabeta (senza-scrittura) e orale (soltanto suono) – se ci si riflette più attentamente si riconosce subito la tendenza di tutta la poesia brancaliana a essere detta ad alta voce, a disporsi nella scansione dei versi e degli spazi come suggerimento per la recitazione e forse meno per la lettura interiore che rischia di farle perdere i ritmi del respiro, delle “virate di respiro”, del grido, del soffio. Aggiungo, infine, che Scannaciucce, risultato di una collazione dei testi in dialetto di Sant’Arcangelo apparsi in diversi anni e differenti sedi, s’impone come opera coerente e unitaria, quasi che Domenico Brancale avesse scritto nel tempo un solo volume in dialetto, volume che è apparso per “epifanie” nel corso degli anni e che, infine, si dà a leggere ora nella sua interezza, approdo e nuova partenza.

Segnalo la postfazione di Christian Sinicco, illuminante e partecipata.

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3 pensieri riguardo “Dell’asinità in poesia”

  1. questo testo. dire che mi ha dato la felicità,può sembrare esagerato. Eppure è così. Quando si incontrano( e in questi giorni l’ho fatto anche fisicamente) dei compagni di viaggio, poeti che pensano come te….ebbene, sopraggiunge un silenzio felice e un senso di grande ringraziamento.

  2. Un incontro doppio di grande impatto, questa lettura di Antonio Devicienti del libro “asinino” di Domenico Brancale. Di rado capita di vedere una comprensione così piena di una poesia dal sapore forte, ancestrale, che offre una spiegazione sacra e insieme umanissima del verso di un umile animale, metafora universale dell’eterna inquietudine dei poeti. La lingua dialettale primigenia appare davvero, come afferma Antonio, e come voluto da Brancale, inscindibile dal suo altrettanto suggestivo testo a fronte, costruendo un prodigioso unicum ( ricordo la stessa sensazione leggendo la poesia della conterranea Assunta Finiguerra, giustamente citata da Devicienti). Come dovrebbe essere per ogni “libro”, non certo “raccolta”, versato in dialetto-lingua. Libro da collezionare. Grazie per questo tuo denso lavoro, Antonio.
    Annamaria Ferramosca

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