Canto di banchisa

Yves Bergeret

Canto di banchisa

 

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Immagine: dipinto di Nicolas Hilfiger.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Gelide sono le acque.
Un uomo, solo nel suo kayak,
a caccia di foche, a pesca
pagaia tra muraglie di ghiaccio galleggianti.
Una parete incolore è l’omicidio,
un’altra il razzismo, un’altra l’odio,
un’altra è il moncone residuo
della lingua strappata dalla bocca
di un qualche eroe fondatore
diventato un incomprensibile balbuziente.

Il solitario in kayak deve vogare con grande fermezza.
Venti e correnti spingono gli uni contro gli altri
gli iceberg. Tutto ciò che naviga tra di loro
può essere annientato.
Dieci anni fa, l’uomo solo nel suo kayak
ha perso una gamba, maciullata,
divorata dai narvali.

No, non è lui, il solitario nel suo kayak,
ad aver perso la lingua.
Sì, è un uomo con una gamba sola.
Sì, nel vento che lo sovrasta
galleggia la sua testa, faro nell’imprevedibile,
tiepida nella tormenta di neve.

Egli vede la sua testa fluttuare lassù,
tendere gonfia ancora più in alto,
elevarsi là dove l’aria non gelida
è l’audacia di lontani mondi umani,
quelli dove si parla senza gridare,
quelli dove si ascolta senza sbraitare.

La sua testa là in alto si gonfia, calda,
trascinando con forza il suo kayak,
spingendolo alla velocità della vita,
la sua testa, emisfero libero dai tenui colori
che disegna mentre sale,
a cui dà forma salendo
il lungo filo flessibile o ruvido
creato dal canto della
voce profonda della donna coreana.

Anche noi potremmo seguire il filo scuro
di quel canto, dimenticare per sempre
quello delle sirene, seguire il filo,
poi srotolare il filo.

 

*

 

Chant de banquise d’où naît la tête

Glacées sont les eaux.
Celui-là, solitaire sur son kayak,
chassant le phoque, pêchant
pagaie entre les murailles flottantes de glace.
Une muraille incolore est le meurtre,
une autre le racisme, une autre la haine,
une autre est le moignon restant
de la langue arrachée dans la bouche
d’un certain héros fondateur
devenu un bègue incompréhensible.

Le solitaire en kayak doit pagayer très ferme.
Vents et courants poussent les uns contre les autres
les icebergs. Tout ce qui entre eux navigue
peut être écrasé.
Il y a dix ans le solitaire en son kayak
perdit une jambe, broyée,
dévorée par les narvals.

Le solitaire en son kayak,
non, ce n’est pas lui qui perdit sa langue.
Oui, il est unijambiste.
Oui, dans le vent au dessus de sa tête
flotte sa tête, balise dans le hasard,
tiède dans le blizzard.

Il voit sa tête flottant là-haut,
gonflée vers encore plus haut,
élevée vers où l’air non glacé
est l’audace de lointains mondes humains,
ceux où l’on parle sans crier,
ceux où l’on écoute sans brailler.

Sa tête là-haut enfle, chaude,
tirant son kayak vite,
le tirant à la vitesse de la vie,
sa tête hémisphère libre aux couleurs tendres
que dessine en montant,
que forme en montant
le long fil souple ou râpeux
que crée le chant de
la voix grave de la Coréenne.

Nous aussi pourrions suivre le fil sombre
de ce chant, oublier à jamais celui des
sirènes, suivre le fil,
puis dérouler le fil.

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