Benvenuto, straniero!

Yves Bergeret

Losun wu pou / Benvenuto, straniero!

 

Il testo originale si legge su Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Nella pianura ai piedi della loro montagna, in un luogo particolare predisposto per accogliere degli stranieri, i sei pittori-contadini dogon Toro nomu del villaggio di Koyo, coi quali da dieci anni praticavo un dialogo creativo, avevano scelto quel 19 luglio 2009 come tema comune di creazione un saluto usuale in Toro tégu, la loro lingua: «losun, wu pou» / «benvenuto, straniero».

Ognuno dei sei posatori di segni ha disegnato su questo tema (su quadrittici in Velin d’Arches di 250 grammi, di formato 28 cm di altezza per 75 cm di lunghezza, in un unico esemplare) con inchiostro di china e aculeo di porcospino su tre pannelli. Mi lasciavano il quarto pannello, per scriverci il poema. Nel 2009 la regione era in pace. Oggi è devastata dalle razzie dei Tuareg, dalla spietata guerra degli integralisti religiosi e, da qualche mese, da conflitti interetnici. Nel giugno 2019 ho creato questo poema in sei parti, ognuna delle quali restituisce, per così dire, la voce del «posatore di segni» del quadrittico.

[Y.B.]

 

***

 

1
Con Hama Alabouri Guindo
che dice: «a sinistra, uno straniero in cammino; a destra, ilo ni, maïo ni, ininka benisa / ecco la casa, ecco l’acqua, ecco le tue mansioni – è un proverbio toro tégu per accogliere uno straniero».

 

Nella mia vita conosco solo un albero.
Io sono la corteccia del suo tronco.
Il mondo è una zattera di tronchi indistinguibili.
Parlare è districare mischiare
sull’acqua chiara scura silenziosa.
Ha una corrente?

Il mondo è al completo.
E’ in viaggio.

 

*

 

2
Con Dembo Guindo
che dice: «a sinistra, la tettoia per ripararsi che abbiamo costruito in pianura per accogliere gli stranieri; al centro, la montagna di Koyo vista da questo riparo in pianura; a destra, i nostri zaini e i bagagli sotto questa tettoia prima di iniziare la salita verso Koyo».

 

Il mondo è l’anticamera di se stesso.
Io canto, ritaglio parole dal suo respiro
per permettergli di entrare nella sua stanza.
Una camera nuziale.
Io sono il bambino, piccolo felino che gioca
con le briciole e i detriti
nella stanza accanto.

 

*

 

3
Con Yacouba Tamboura
che dice: «a sinistra, la grande nuvola che ci porta la pioggia, quindi raccolto e prosperità; al centro c’è Yves dal cuore buono [kenda nisi, in toro tégu, nozione centrale dell’ontologia di questo popolo; cfr. il libro Il Tratto che nomina]; a destra, posato su tutta la montagna di Koyo, l’uccello che osserva Yves arrivare».

 

Il tratto che nomina ci conduce.
Lo straniero che arriva tira nella sua rete
l’ombra migliore, fresca, pescosa
del nostro mondo affamato, calcinato.
Con un colpo violento, un despota mi ha abbattuto,
non so nemmeno chi sono.
Vieni straniero, la mia montagna si protende
affinché tu vi appenda la tua rete.
Rivelami il mio nome.

 

*

 

4
Con Hamidou Guindo
che dice: «a sinistra, un canto rituale eseguito durante una grande cerimonia notturna dalle Donne Anziane per accogliere lo straniero; al centro, la collana delle giovani donne; a destra: losun kenda nisi segda anda ku / il cuore buono dello straniero ha trovato il villaggio».

 

Se il volto umano si modella
a seconda delle stagioni e delle età,
anche il mondo gioisce,
balla.
Balla fino al suo limite estremo
sovrastando dall’alto della falesia
le stragi in pianura.

Restando in equilibrio su alcune parole
sferiche e impenetrabili
come sassi di fiume,
parole straniere, rotule del mondo.

 

*

 

5
Con Alguima Guindo
mancino, che dice: «a destra gli attrezzi agricoli che solo i Toro nomu utilizzano e senza i quali non potrebbero coltivare; al centro, la zappa e i colpi che si danno con essa; a sinistra, kenda nisi bira ko’u / questo è un buon lavoro [della parola, cuore del mondo] grazie al cuore buono».

 

La vita è la linea che traccio con rabbia.
Il mondo è un’acuta risonanza
perché è un’impalcatura vuota,
così vuota che potrebbe crollare.
Ma io batto ritmicamente i piedi
ed eccolo dritto.
Mi obbedisce senza mai stancarsi.
Alla fine il mondo è una tavola
che galleggia sopra teste straniere.
Io sono la stria di un colpo portato nel legno.

 

*

 

6
Con Belco Guindo
che ha detto: «a sinistra, su due pannelli, Toro nomu losun ieri komo puru / un dogon Toro nomu [verosimilmente Y.B.] entra in una grotta [destinata ai riti] per trovarvi riparo; a destra, «noi Toro nomu accogliamo calorosamente, mano per mano, uno straniero se è buono; altrimenti lo respingiamo».

 

Io non smetto mai di partorire
risalendo il corso del tempo,
rifugiandomi nella mia grotta,
chiedendo alla volta che si frantuma
la sua bianca polvere stellare.
Allora io volo, volo, falco dai cento occhi
al di sopra delle sabbie e delle cime e dei nomi
e dietro l’orizzonte afferro per la gamba
lo straniero che mi offre l’umana nascita
nell’immenso tremore delle mani del mondo.

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9 pensieri riguardo “Benvenuto, straniero!”

  1. Un uomo chiede parola
    il suo cuore intreccia
    i nostri sguardi
    lo indichiamo
    ai quattro punti
    come nuovo compagno

    Marea d’acqua, acqua e marea
    lascia il sogno,
    non lavare via tutta l’esistenza
    che vive nella cascata dei ricordi.
    Fuoco, fuoco,
    cuoci terracotta
    su cui scrittura resista al tempo
    portando notizie
    alle lontanissime stelle.
    Terra, terra,
    avvolgi con manto di granelli
    il corpo semplice e indifeso,
    custodiscilo fino alla fine dei giorni
    come scrigno nella stanza del tesoro.
    Aria, aria,
    da ogni alito trai lingua nuova
    e diffondine il suono
    prodotto alle fenditure
    nel calar del sole

    Noi tracciamo sulla sabbia
    la carta del cielo
    il corpo del viaggio
    il tessitore rivela il disegno
    tutti insieme in unico corpo

  2. Egregio Forte, lo spazio commenti di questo blog è aperto a tutti, senza nessuna preclusione: a tutti coloro che intendono lasciare una considerazione, un pensiero, una testimonianza, una critica sui testi che pubblichiamo. Il che significa che non può essere utilizzato come vetrina per la propria “mercanzia”.
    La ringrazio per l’attenzione che ci riserva, ma la prossima volta che invia qualcosa di suo in forma di “commento” (si fa per dire), sarò costretto a cancellare il testo che pubblica, insieme a tutti quelli già passati.
    Buona giornata.
    fm

  3. Ringrazio della Sua specifica per quanto riguarda “mercanzia”. Era solo un mio modo di commentare in quanto partecipazione, testimonianza. Mi scuso con Lei e con tutto il pubblico per l’equivoco e la mia presunzione.
    Forte Agostino.

  4. Nessuna “presunzione” da parte sua: la buona fede era evidente, altrimenti gli altri suoi commenti non sarebbero passati. Il mio problema è solo quello di non creare un “precedente” e di richiamare l’attenzione unicamente sugli autori che pubblichiamo: anche per dire, nel caso, magari argomentandolo, che scrivono delle emerite scemenze.

    “Mercanzia” era usato genericamente per indicare il malvezzo di pubblicare in vari blog i propri testi sotto forma di commento – che comunque, lo ammetterà, tale non è.
    Se l’ha preso come un riferimento personale, me ne scuso.

    fm

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