Breve saggio su Arles

L’Hôtel Dieu è l’epicentro: gli schiamazzanti turisti scompaiono (li cancella la mente) e il cortile (o patio?) non contiene se non la scrittura che cerca di restituire a sé stessa la sofferenza di Vincent (o s’illude di farlo?)


Come scrive Domenico (Brancale) vorresti anche tu trovare un orecchio per terra: scrivere (dipingere) è mutilarsi? Ma Vincent si tagliò davvero il lobo (di carne) dell’orecchio, autopunizione e atto di ribellione e queste stanze erano celle di prigione – qui si contempla, dunque, l’incolmabile distanza tra sofferenza e scrittura che ne vorrebbe dire: il vero approdo di ogni scrittura che abbia una ragion d’essere è, allora, il tacere? Sarà il silenzio, forma peculiare di scrittura, a dire – e le urla degli alienati erano controcanto o filigrana che, se messa in controluce, lascerebbe emergere o filtrare il silenzio che, stavolta, significherebbe assenza d’amore, solitudine radicale, l’essere rigettati e rifiutati: qui rinchiusi.
Cortile (o patio: si allacciano subito a direzioni iberiche le strade di Provenza) di meridiani colori, di generose fioriture all’ Hôtel Dieu: fuori c’è il Rodano dall’ampia curva, ci sono le Arènes e c’è Saint Trophime: il “dentro” dell’ Hôtel Dieu non è casa e “casa” non fu per Vincent alcun luogo d’Europa – essere ospitati, cioè accolti e rifocillati con cibo per il corpo e con il cibo dell’amicizia, essere ospitati nella scrittura e nella pittura per dismettere (finalmente!) questo sentimento lungo e cupo d’inadeguatezza, di fallimento, d’insoddisfatto cercare.
Ma le zuppe per i degenti dovevano essere insipide all’ Hôtel Dieu e non un infermiere avrà avuto un’espressione d’affetto.
Abitare / habiter da habere, avere / possedere: essere ospitati per abitare la pittura (o la scrittura) – ché il mondo (da scrivere, da dipingere, da mettere in musica, da danzare…) sta là, gli andiamo incontro domandandogli ospitalità e nel prendere per avere alloggio ci vestiamo di un abito (habitus sempre da habere) che è la nostra penuria stessa (d’amore, d’attenzione, di cura): già nella (nostra) lingua c’è questa contraddizione radicale tra il dover avere e il non poter avere (l’essere estromessi dall’avere) e, ancora di più, quando scientemente si rinuncia al possesso, quando non si vuole habere / avoir, ma si desidera habitare / habiter (che, ripetiamocelo, è forma intensiva di habere) senza possedere, perché possedere implica violenza ed esclusione d’altri – Vincent sconta questo conflitto radicale tra la costrizione ad avere, a possedere cui spinge la collettività (soltanto possedendo – un nome, una casa, un mestiere – si viene da essa integrati) e l’eventuale volontà del singolo a non possedere, ma ad abitare il mondo con mite povertà (la chiamano follia, la espellono dal corpo sociale).
L’ Hôtel Dieu preannuncia Saint-Rémy – ma l’ospedale di Arles non ospita, rinchiude invece questo peintre étrange par ses yeux et la rousseur de son poil (René Char, Les voisinages de Van Gogh): straniero che desta sospetti, da sorvegliare e segregare, pericoloso nelle sue escandescenze di non-amato, nelle sue pretese di parlare una lingua (la pittura) troppo libera e troppo libertaria.
E fuori, all’intorno, il paese e la campagna, la linea ferrata e gli olivi, i cipressi frangivento: “fuori” e “dentro”, categoriali luoghi, mai univoci nella loro connotazione: fuori dall’ospedale, nella libertà della creazione artistica, ma anche dentro di sé, nell’abisso buio della melancolia o nel cono luminoso dell’invenzione; fuori dalla comunità, escluso e perseguitato e dentro mura carcerarie, spiato e represso; fuori nella notte vorticante, ebbra e gioiosa nel suo moto incessante – o, anche, angosciante roteare di spettri, persecutori sentimenti, ulcere dell’anima e dentro la stanza del silenzio, la sedia impagliata dell’attesa, i pochi istrumenti del creare – o, anche, claustrofobia di reclusione, mutilazione della propria libertà.
Mutilazione (ci siamo tornati, rieccoci): autosacrificio per raggiungere visioni supreme – oppure autopunizione; ricatto nei confronti dell’amico diventato nemico – oppure sigillo di una vocazione.
Divinamente indecifrabile tutto questo e l’ Hôtel Dieu è l’epicentro: anche la Torre di Tubinga: anche la clinica di Herisau: anche il cortiletto di Via del Corallo.
(…) (…) (…) (…) (…)

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