Il Monte Alto – Kuno Koyo

Yves Bergeret

Il 4 agosto 2009, il gruppo di “posatori di segni” del villaggio toro nomu di Koyo, con i quali da dieci anni proseguivo un lavoro di creazione in dialogo, mi condusse con una certa discrezionalità sulla parte più elevata dell’altopiano sommitale della loro montagna. Si chiama Kuno koyo, “il monte alto”. Fino a due anni prima, il mio percorso iniziatico era ancora troppo modesto perché mi ci conducessero. La densità sacra animista di questo spazio è altissima. Alcune profonde erosioni erano accessibili solo a due o tre grandi iniziati del villaggio e solo dopo una preparazione rituale specifica, nudi, con appena una pelle di capra, sacrificata per l’occasione, intorno alla vita. Abbiamo lungamente camminato, creato un’installazione di poemi-pitture su pietre piatte ritte: niente a che vedere con la land art che si compiace della dinamica estetica di un paesaggio, una tipica faccenda colonialista occidentale che ignora sommamente che uno spazio è in primo luogo la lingua di coloro che lo abitano, in questo caso il toro tégu e la visione del mondo degli abitanti di Koyo. Dopo un sacrificio, abbiamo condiviso un pasto frugale sotto una stranissima tettoia tutta in pietre, sulla parte alta di una sporgenza rocciosa. E, a una certa distanza da quel posto, dopo una piccola sorgente, abbiamo creato i sei poemi-pitture che si vedono qui.

E’ stato il mio ultimo soggiorno. I Tuareg, con sempre maggiore frequenza, prendevano degli europei come ostaggi, là dove, in verità, di stranieri ce n’erano ben pochi. Per due volte mi hanno cercato, ma gli abitanti del villaggio mi hanno nascosto. Inoltre, il banditismo diffuso imperversava nella pianura. E, per di più, la mia salute cominciava a declinare. Il 27 giugno 2019, a Veynes, quasi dieci anni dopo, ho deciso di concludere quest’opera, per marcare con una pietra luminosa l’uscita del mio libro Il Tratto che nomina, consacrato a questo straordinario dialogo creativo di lunga durata e, allo stesso tempo, per sostenere il pensiero e la vita degli abitanti del villaggio, attualmente esposti ai più gravi e violenti pericoli.

Il ciclo, in un unico esemplare, è stato realizzato su carta Sennelier di 300 grammi, di formato 28,5 cm di altezza per 75,5 cm di lunghezza, con aculeo di porcospino, pennello, inchiostro di china e acrilico.

 

Il testo originale,
LE MONT HAUT – Kuno koyo
suivi de MONTAGNE VAPEUR,
si legge su Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Il Monte Alto – Kuno Koyo

 

1
Con Dembo Guindo
che dice: «a sinistra c’è Amnaganu, il canyon sacro e quasi verticale di accesso a Kuno koyo, la parte più elevata dell’altopiano, con l’albero sacro [particolarmente raro nel deserto] al suo imbocco; a destra, Kuno koyo nella sua interezza».

 

La montagna non è che vapore,
la nostra aria, la nostra acqua, la nostra libertà.

Alta, svettante,
vi si brucia l’uomo le cui parole
non sono di libertà.

Nella sabbia della pianura che la circonda
solo morte e ferro e catene.

 

*

 

2
Con Hama Alabouri Guindo
che dice: «a sinistra, la cresta al di sopra della piccolissima sorgente di Kuno koyo dove ci troviamo; al centro, la tettoia di pietre e ramaglie di Alaye [probabilmente al villaggio, dove mi avevano prescritto di passare le notti nei primi anni]; a destra, la misteriosa tettoia di pietre isolate dove abbiamo fatto un sacrificio e mangiato».

 

La nostra montagna serra il pugno.
Al suo interno, grotte piene
d’acqua delle ultime piogge.
Al suo interno, un fuoco che alimenta
il vapore come un inno
alla donna all’uomo al bambino,
liberi, universali, uccelli scuri
o chiari che navigano felicemente
sull’aria rovente.

 

*

 

3
Con Hamidou Guindo
che dice: «a sinistra, il nostro pasto sotto la misteriosa tettoia in pietra; a destra, l’acqua che scorre là dove abbiamo creato al mattino l’installazione di poemi-pitture su pietre sollevate».

 

Noi che viviamo lassù
mangiamo l’erba selvatica
e la folle spiga di miglio
che spuntano attorcigliandosi negli interstizi
dell’alta roccia, nelle fratture della storia,
nel respiro vivo del racconto.

 

*

 

4
Con Yacouba Tamboura
che dice: «a sinistra, una parte di Kuno koyo, che si chiama Tin piri koyo / Monte del legno sbiancato per ricordare dei boschetti mitici che vi crescevano mille anni fa; al centro, il nostro pasto sotto la tettoia di pietre, con, in verticale sulla destra, il burrone dove solo Alabouri, anziano molto autorevole, può coltivare; a destra, gli strati rocciosi proprio al di sopra della piccola sorgente».

 

Noi sappiamo posare sopra la montagna
la pietra e la pietra e la pietra,
e la parola libera si sprigiona dall’una all’altra,
la parola che lo sparviero ardentemente
e l’antenato ardentemente
e lo straniero libero ardentemente
intrecciano e sciolgono
nel nostro canto alternato.

 

*

 

5
Con Alguima Guindo
mancino, che dice: «a destra, l’installazione di poemi-pitture su pietre realizzata al mattino; al centro l’Ogo, il responsabile dei grandi riti del villaggio, sale su Kuno koyo per coltivare; a sinistra, sua moglie lo segue».

 

Certi piccoli burroni sommitali…
ah, quanti segreti intensi e lievi,
impenetrabili e accessibili
ci lascia ogni ventotto giorni
la luna prima di ritornare a piangere
sulla pianura, non salvandovi quasi niente.

 

*

 

6
Con Belco Guindo
che dice: «a sinistra, la misteriosa tettoia di pietre che, come un battello, ci conduce in mare aperto; a destra, il burrone che sulla cima di Kuno koyo Alabouri è autorizzato a coltivare».

 

Niente stelle stanotte, troppa bruma,
tempesta di collera e di sabbia in pianura.
Soltanto noi, uomini liberi,
sappiamo verso dove orientare
la prua della nostra grande nave di pietra.

 

***

 

Montagna vapore

 

1

 

Koyo Poto

Può succedere che la montagna sia vapore,
un respiro ardente che dall’orizzonte
si leva tra le pagine
di un immenso libro verticale,
ecco allora la nostra prua
per fendere l’oceano della violenza cieca.

 

*

 

2

 

Panga ka komo

Può succedere che la montagna ci riservi
una sacca inviolabile,
un estremo riparo al suo interno
in tempi di devastazione come oggi.
Invisibile. Una grotta-radice.
Una matrice vocale per restare umani.

 

*

 

3

 

Lo spirito di Panga ka komo

Può succedere che sul labbro dell’ultima grotta
troviamo qualche parola
gocciolante di umanità
e l’oceano della violenza cieca
ridiventi la pozza salmastra
dove si mettono ferri alle caviglie degli schiavi
ma sempre zampilla lo spirito delle parole umane.

 

*

 

4

 

Kenda nisi

Può succedere che la montagna si stacchi dal suolo
in occasione di immani violenze,
nel corso di grandissime tempeste
e che diventare vapore la tenti troppo
o la affascini.
Ma la sua sacca segreta, il suo ventre amoroso,
la sua umanità senza fine
strappano i ferri a ogni caviglia asservita
e noi troviamo nei suoi crepacci e nelle sue grotte
tutte le sillabe del
cuore buono.

1 commento su “Il Monte Alto – Kuno Koyo”

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