L’iniziazione

Yves Bergeret

L’iniziazione

Le principali iniziazioni maschili, anu tanguda, e femminili, iamu tanguda, sono presentate in un primo momento come delle grandi prove di sofferenza fisica da dominare: la circoncisione e il primo parto (l’etnia afferma di non praticare l’escissione). Ma la parola tanguda designa più il superamento di uno stadio, una iniziazione essa stessa, che il controllo o la resistenza a una prova. E’ affine a keke, che indica l’oscillazione “dell’altra parte” di uno spazio nell’altra fase di uno spazio. L’iniziazione contempla sicuramente il dispiegarsi di un destino umano: riguarda la temporalità. Ma si ricordi che, cercando un’espressione per dire l’equivalente della parola francese “spazio” in toro tegu, i pittori e Alabouri avevano cominciato col dire che lo spazio appartiene al tempo e che la parola che si avvicina di più al termine francese è l’avverbio keke.

Sul primo parto non ho ricevuto informazioni. Sulla circoncisione ne ho avute di abbondanti, sempre legate a dei luoghi precisi. la circoncisione è collettiva e riguarda un gruppo dai dieci ai trenta ragazzi più o meno ogni tre anni: mi chiedo se la periodicità dei riti di circoncisione non sia legata alle rotazioni agricole triennali. A fine dicembre, i giovani da circoncidere vengono isolati in una grotta a est del villaggio, tra quest’ultimo e la sorgente baïlo taga: si tenga presente che il significato di questa espressione è “l’acqua-parola della comunità”. Vengono circoncisi da xxxxxx; sulla ferita viene applicata una pasta fatta mescolando “medicamenti” vegetali e decotti di fegato di uccello xxxxxxxx. Nessuna donna in età da parto deve incrociarli fino al termine della loro iniziazione, che dura tre mesi. Passano la giornata intorno alla loro grotta, zeman komo, la “grotta del fabbro”. ogni mattina un pollo viene sacrificato davanti a questa grotta. Al sopraggiungere della notte, vengono condotti in un recinto specifico di pietre secche, all’aperto, tra la loro grotta e il villaggio: questo recinto si chiama kenkere imi gondo, “il recinto dei ragazzi circoncisi”. Gli si porta il loro piatto comune di cibo, che essi mangiano insieme. A partire dal quarto giorno successivo alla circoncisione, dalle ore venti a mezzanotte hanno luogo tutte le sere i cicli di canti iniziatici. Tutti sono seduti; non viene effettuata nessuna danza: “tutti gli uomini già circoncisi del villaggio sono presenti”, mi dicono i pittori e Alabouri. Cosa impossibile, visto che il recinto è troppo piccolo perché vi si siedano più di una quarantina di persone. Si tratta infatti di rappresentanti di tutte le famiglie e di tutti i quartieri del villaggio. I canti si susseguono su dei ritmi affascinanti di ninna nanna: ogni canto è molto breve, e viene intonato la prima volta dall’Ogo, il capo aggiunto responsabile dei riti. Poi è ripreso da tutti gli adulti del villaggio che sono presenti; infine viene ripetuto dai nuovi circoncisi e dagli anziani circoncisi tutti assieme. le due prime notti di canti iniziatici, gli anziani più avanti negli anni sono presenti e cantano; qualora questi anziani fossero ancora presenti la terza notte, diventa una “festa eccezionale” che sviluppa un considerevole kenda nisi, “cuore buono”, e raggiunge un wurou “oro” di realizzazione della parola. Questa terza notte con i grandi anziani si chiama giérin gungo, un “atto di posa in profondità del giérin” (il giérin è contemporaneamente il posto rituale della parola cantata-danzata e il raggruppamento di “campi” coltivati lontano sulla montagna, il seme e la parola essendovi alternativamente e continuamente in atto).

Le notti seguenti i canti sono aperti in primo luogo da due zumgun, poi ripresi dagli adulti già circoncisi e infine dai nuovi circoncisi e da tutti gli adulti. I zumgun, “sgozzatori-sacrificatori-officianti”, sono i due più giovani circoncisi dei gruppi di circoncisi negli anni precedenti. Essi sono in qualche modo i custodi dei nuovi circoncisi e gli trasmettono attraverso il canto, seduti, le loro conoscenze iniziatiche. Il contenuto delle parole tratta della vita, dei riti, delle pratiche familiari e agricole, degli antenati, dei miti, dell’organizzazione sociale, etc. Alla fine, a mezzanotte, i nuovi circoncisi vanno a dormire insieme, stretti gli uni agli altri, in piccole case predisposte, una in ognuno dei sette quartieri del villaggio. un po’ prima dell’alba ritornano tutti alla grotta di isolamento zeman komo.

Essendo piccoli, i ragazzi prima della circoncisione vanno spesso nudi per le stradine del villaggio. Vengono trattati con straordinaria durezza; li si lascia parlare solo alla loro madre e ai loro coetanei. Non possono mangiare nel piatto comune degli adulti. Li si manda lontano sulla montagna a sorvegliare le capre, fuori dai “campi” di cui il loro piccolo gregge divorerebbe le foglie. In questa educazione primaria così brutale vi è forse dell’umiliazione. Ma, in seguito, il rito di iniziazione si compie per mezzo di sedute quotidiane di canti così lunghe e in un periodo altrettanto lungo che la condizione dei fanciulli si rovescia completamente: essi diventano l’oggetto di tutte le attenzioni degli uomini adulti che cantano con loro e per loro ogni sera. Essi che erano vessati dal villaggio, si sentono fieri di farne parte e si ritengono legati per sempre alla comunità, nella quale il corpo adulto e la parola compiuta sono al centro della dinamica della vita, cioè della parola in atto.

L’ultimo giorno dei tre mesi del rito, tutta la gente del villaggio porta ai nuovi iniziati le loro nuove vesti a Ambula giérin, situato proprio sotto la fila dei canari per la placenta sistemati sotto la tettoia che tocca la grotta dei circoncisi. Indossano i loro nuovi abiti e percorrono in un corteo rituale i giérin e le strade del villaggio prima di ritornare ognuno alla casa dove ritroveranno i loro familiari. Il loro corteo di ritorno a casa è analogo al corteo di tutto il villaggio che riapre le semine percorrendo in due gruppi tutti i giérin, le distese di “campi” sulla montagna, verso il 20 maggio di ogni anno.

Conoscevo appena questi riti, a frammenti e, direi, attraverso prudenti e minime indiscrezioni di due pittori. Improvvisamente, nell’estate del 2009, in tre lunghe sedute nella grotta di Bisi, al centro dell’altopiano di Koyo, davanti ai “giardini” irrigati, i pittori e Alabouri decidono di farmi il racconto dettagliato di quello che ho appena presentato in questi paragrafi: si assicurano in primo luogo, con grande attenzione, che nessuno nei dintorni possa sentire o comprendere quello che facciamo. Tutto sembra indicare che mi fanno beneficiare, a mia volta, e molto tardi data la mia età, dell’iniziazione di questi riti. Capisco in questo momento che i canti segreti che investono di una così grande reputazione e di una così profonda responsabilità Belco e Dembo, due dei pittori che lavorano con me da dieci anni, sono dei canti di zumgun. Nel fondo della caverna, guardandomi dritto negli occhi, mi cantano a lungo, duettando, questi canti iniziatici di grande bellezza.

Tratto da:
Yves Bergeret
Il tratto che nomina / Le trait qui nomme
Viagrande (CT), Algra Editore, 2019
Pg. 248-250
Traduzione di Francesco Marotta

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