Madre di creature ferite

(Madre di creature ferite, 3)

Non ricoprire di pietre
l’immagine che dal tuo respiro grida
fino a tentare il sonno
di un dio imbiancato di rughe e di tramonti
la sua ombra non mai coniugata
di pianto
(il paradiso lo scopri
nel breve volo
di un bambino
senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca
anni sfioriti, frutto dell’incesto
tra miseria e miseria) –

un dio consacrato dalle sabbie
che finge neve satura di pollini
il chiarore di luminarie senza giorni
offerte votive di frutti e di stagioni
gli artigli del carnefice –

perché ai suoi occhi tutto il dolore
è niente, la vita stessa è niente
è appena ciò che accade
in una traccia ammuffita di suoni
e di alfabeti, un segno che aggiunge note
a partiture di angeli malati
a liturgie di vuoto.

Solo l’ora in attesa
al limitare di un mondo
colmo di figure senza anagrafe, quello stormo
inquieto di minuti
che sbarra la rotta a presagi d’uragano
e il cielo spinge a rovescio
dell’ultimo orizzonte, recita il suo rosario
tra polvere e derive

– una preghiera muta, un frangere di silenzi
contro lo scoglio della prima lacrima
che reca in sorte immagini
affrancate, memorie limpide di voci
di futuro.

(da Hairesis, 2004)

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