“Liriche” di Marcabru

Quando rifletto su opere di livello molto alto e che, malgrado questo, rischiano di rimanere semisconosciute o di essere ignorate, mi si affaccia alla mente un’opera del Maestro Claudio Parmiggiani che si chiama TERRA e che consiste in una sfera d’argilla sotterrata in un luogo (ormai non identificabile) del Chiostro del Palazzo Saint Pierre a Lione: l’opera esiste, sta sepolta nel suolo, esiste nella memoria di chi l’ha vista e di chi ne tramanda il ricordo, esiste nelle fotografie che furono scattate in occasione dell’occultamento e in tal modo esistendo sfugge alla logica commerciale e mediatica che governa le arti a noi contemporanee, è testimonianza del pensiero creatore, ha l’essenza stessa del lievito che, occulto, agisce e alimenta, ma si sottrae alla volgarità di un sistema che ne farebbe un mero prodotto per il mercato.
A un volume come Liriche di Marcabru, curato, tradotto ed edito da Marco Albertazzi per La Finestra Editrice di Lavis, opera di alto valore sia tipografico che artistico e intellettuale, auguro la giusta attenzione, mi piacerebbe fosse un volume simile alla sfera d’argilla di Claudio Parmiggiani, ma anche ben visibile nel panorama culturale attuale, ché Marco Albertazzi ha creato questo libro con una dedizione da monaco-filologo esemplare, se mi è consentita l’espressione, dedicandogli molti anni di un lavoro scrupoloso e difficile e desidero sottolineare che si tratta di un libro per merito del quale troveranno soddisfazione sia i cosiddetti “addetti ai lavori”, sia i lettori di poesia.
Scrive Massimo Cacciari nel suo La mente inquieta / Saggio sull’Umanesimo (Einaudi, Torino, 2019): “L’eccellenza della parola poetica, intesa come anima della stessa lingua, e la tensione simbolica che in essa si esprime, costituiscono la ragion d’essere di una philologia che è cura del testo e restauratrice della sua autenticità perché la parola che vi si ascolta è donatrice di senso, Sinnstiftung. Filologia che nasce dal thaumazein e si fa interpretazione, esegesi, pensiero proprio” (pag. 33) – ecco: in queste Liriche di Marcabru, nella concezione e nella costruzione del volume, viene applicata proprio quest’idea della filologia come arte della conoscenza che, rigorosa, conduce all’esperienza della poesia, per cui si avrà tra le mani uno strumento ineccepibile ed esemplare dal punto di vista scientifico e molto seducente da quello artistico e tipografico.
Conosco in prima persona l’entusiasmo e la gioia che nascono quando si consultano repertori bibliografici ricchi e stilati con rigore (essi corteggiano la golosità del bibliofilo e sfidano le conoscenze personali accumulate nel corso degli anni, spesso ne mettono in evidenza i vasti, vergognosi “buchi”), quando ci si perde (con voluttà, direi) nei regesti dei manoscritti (è anche, questo, un viaggio mentale tra luoghi, biblioteche, archivi – epoche), quando l’oceano delle note accoglie l’occhio che legge indicandogli varianti, cruces, schemi metrici… Ogni appassionato conosce la fascinazione che promana da uno stemma codicum, dai nomi stessi di studiosi che si è imparato a conoscere e ad ammirare, dalla disposizione dei testi sulla pagina…
Del lavoro di Marco Albertazzi presento qui le pagine dalla XIII alla XIX della corposa, articolata sezione che precede le liriche e poi tre liriche di Marcabru con la traduzione dello stesso Albertazzi; non ho riportato le note, pur numerosissime, della qual cosa mi scuso, ma mia intenzione era solleticare la curiosità di chi vorrà, poi, procurarsi il volume.

 

 

PROLEGOMENA

La storia, con le sue zone d’ombra, testimonia lo strano destino dei trovatori: da cantori sulle vie del mondo a reperti di laboratorî filologici. La natura delle liriche trobadoriche è spesso occasionale, come lo sono la maggior parte degli eventi ritratti; al tempo stesso, la loro natura è universale, in quanto esprime l’aspirazione al ricongiungImento con le origini che avviene in molteplici modi, quasi sempre all’insegna del Tot es niens. Tale aspirazione trova conforto, com’è noto, nei passi biblici, e in particolare nel Nuovo Testamento. Marcabru rappresenta in ogni composizione esempî tratti in maniera piú o meno mediata dalla Bibbia. Il tono delle composizioni è risoluto, esclusivo secondo Matteo (22, 13-14):

Tunc dixit Rex ministris: Ligate pedes eius et manus et mittite eum in tenebras exteriores: ibi erit fletus et stridor dentium. Multi enim sunt vocati, pauci vero electi.

Il Re ordinò ai servi di legare mani e piedi allo sprovveduto e gettarlo fuori nelle tenebre, dove troverà pianto e digrignerà i denti. E, dunque, la sentenza: molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

Tali narrazioni vengono lette secondo i codici piú in voga del XII secolo, e i cui motivi principali sono perlopiú noti: ciò che non permette la gioia d’Amore è il peccato e il peccato è possibile espiarlo mediante le leggi espresse dalla Scrittura:

Dirai vos de mon latin,
de so que vei e q’eu vi:
lo setgles non cuig dur gaire,
segon qu’Escriptura di,

Vi dirò con la mia lingua | cosa vidi e cosa vedo: | questo mondo ha da finire, | come dice la Scrittura.

Lo scopo principale di questa proposta editoriale è di rendere finalmente l’intero corpus di Marcabru in lingua italiana. Nel fare questo abbiamo ritenuto che c’erano i margini per migliorare il testo delle composizioni, non solo rispetto alle due precedenti edizioni di Dejeanne (1909, d’ora in poi Dej) e di Gaunt-Harvey-Paterson (2000, d’ora in avanti GHP), ma anche ad una serie di singoli interventi non di rado migliorativi, come ad esempio gli studî di Roncaglia. In calce al testo provenzale sono state registrate tutte le principali varianti, mentre in calce alla traduzione italiana sono state riportate le fonti più dirette e gli eventi storici a cui rinviano le singole composizioni.

 

 

LA VITA

Gli eventi biografici di Marcabru sono in gran parte ignoti. Mentre per gli altri trovatori abbiamo biografie relativamente particolareggiate, per Marcabru sono riservate solo poche parole. Paul Mayer («Romania», vi, pp. 119-129), limita il periodo d’attività del trovatore tra il 1135 e il 1150. Boissonade aggiunge aspetti storici utili che riporteremo, nei luoghi interessati, in apposite note. Quello che piú importa è la collocazione della vita e dell’opera di Marcabru che si situa all’interno dell’epoca classica della produzione trovadorica. Esistono due vidas scritte all’incirca un secolo dopo l’attività del trovatore e contenute in altrettanti manoscritti. Nella prima testimonianza la vita dell’autore è desunta dall’opera stessa di Marcabru e in particolare da una strofe della lirica IX intitolata Dire vos vuoill ses doptanssa.  Cosí la testimonianza della prima vida:

Marcabruns si fo de Gascoigna, fils d’una paubra femna que ac nom Marcabruna, si com el dis en son chantar:

Marcabruns, lo filhs na Bruna,
fo engendraz en tal luna
qu’el saup d’Amor cum degruna,
– Escoutatz! –
que anc non amet neguna,
ni d’autra non fo amatz.

Trobaire fo dels premiers c’om se recort. De caitivetz vers e de caitivetz serventes fez, e dis mal de las femnas e d’amor.

[Marcabruno fu originario di Guascogna, figlio d’una povera donna che si chiamava Marcabruna, com’egli stesso disse in una sua poesia:  || «Marcabru, figlio di donna Bruna,  | nacque sotto una stella tale | che ben conobbe le degenerazioni d’Amore | – Ascoltate! –  | sicché non amò mai nessuna | né da alcuna fu amato».  || Fu tra i primi trovatori di cui si abbia memoria. Compose tristi versi e cupi sirventesi, e disse male delle donne e dell’amore]

La seconda vida è un compendio di notizie che riguardano vari aspetti della vita di Marcabru.  Questo il testo:

Marcabrus si fo gitatz a la porta d’un ric home, ni anc non saup hom qui.l fo ni don. E.n’Aldrics del Vilar fetz lo norrir. Apres estet tant ab un trobador que avia nom Cercamon, qu’el comensset a trobar. Et adoncs el avia nom Panperdut, mas d’aqui enan ac nom Marcabrun. Et en aqel temps non appellava hom cansson, mas tot qant hom cantava eron vers. E fo mout cridatz et ausitz pel mon, e doptaz per sa lenga, car el fo tant maldizens que a la fin lo desfeiron li castellan de Guiana, de cui avia dich mout gran mal.

[Marcabruno fu abbandonato sulla porta d’un ricco signore, e nessuno seppe mai chi fosse né donde venisse. Lo allevò il signor Aldric del Vilar; poi stette tanto con un trovatore di nome Cercamondo, che cominciò anche lui a comporre. Fino allora il suo nome era Panperduto; ma da allora in poi fu chiamato Marcabruno. A quel tempo non si parlava di canzoni, ma di versi. Fu molto rinomato e ascoltato per il mondo e temuto per la sua lingua; perché fu tanto maldicente che alla fine i castellanidi Guienna, di cui aveva detto un gran male, lo ammazzarono]

I due riferimenti biografici riportati in quest’ultima vida trovano riscontro in altrettante composizioni di Marcabru, entrambe attribuite ad Uc Catola da K (una terza composizione è attribuita in D a Marcabru: XLI Amics Marchabrun car digam). Dalle due testimonianze riprodotte è possibile dedurre alcuni elementi della vita dell’autore:

a. Le umili origini del poeta («fils d’una paubra femna que ac nom Marcabruna»).

b. Fu allevato da Aldric del Vilar che gli permise di cambiare nome da Panperdut in quello di Marcabru («E.n’Aldrics del Vilar fetz lo norrir. Apres estet tant ab un trobador que avia nom Cercamon, qu’el comensset a trobar. Et adoncs el avia nom Panperdut, mas d’aqui enan ac nom Marcabrun»). Parte di questi elementi biografici sono rinvenibili nella composizione VI D’un estrun, vv. 37-42. In VII Seigner n’Audric, vv. 19-24 il trovatore ritrae colui che lo ha allevato. Jeanroy ipotizza la possibilità che Aldric del Vilar appartenga alla famiglia signorile di Auvillars en Lomagne, nella provincia di Moissac.

c. La presenza del trovatore Cercamon è in relazione al cambio di nome. Questo incontro è probabile che abbia rappresentato un’iniziazione per Marcabru alla poesia, oppure potrebbe trattarsi d’un’emulazione.

d. La vita di Marcabru pare essersi interrotta in maniera violenta: «a la fin lo desfeiron li castellan de Guiana, de cui avia dich mout gran mal» («alla fine i castellani di Guienna, di cui aveva detto un gran male, lo ammazzarono»). Anche in questo caso la notizia potrebbe partire da una composizione dello stesso trovatore, X Pax in nomine Domini, vv. 67-68; o anche XX Per l’aura freida que guida, vv. 31-38; o, infine, XXI Assaz m’es bel el temps essuich, vv. 55-58 (testimoniato però solo da A).

e. Entrambe le biografie pongono in evidenza il fatto che l’area geografica in cui ha operato Marcabru è tra l’Occitania (Guascogna e Poitou) e la Spagna del nord (Castiglia e Catalogna).

Per quanto riguarda invece la trasmissione delle composizioni di Marcabru è noto che i canzonieri sono stati esemplati nella maggior parte dei casi nell’Italia del nord (28 di 40). Questo processo, se da un lato ha contribuito a conservare un patrimonio altrimenti destinato ad eclissarsi, dall’altro lato ha certo alterato la patina guascone presente nelle composizioni del poeta. Questo è il motivo per cui nella sezione dedicata viene specificata la provenienza dei testimonî.
Tra la produzione lirica dell’autore – 1130-1150 – e la maggior parte dei canzonieri sopravvissuti – 1250-1350 – intercorre un lasso temporale di oltre un secolo. Questo aspetto è da considerare unitamente ad un altro aspetto: l’utilizzo sistematico della Bibbia per esorcizzare gli errori del suo tempo, in quasi ogni verso. Questo avviene accostando elementi morali, ad elementi descrittivi,
evocativi e proverbiali. Ad esempio:

Pois q’ieu vei q’ella non crei castiador,
anz de totz malvatz pren paz, cals l’a groissor!
A la den torna soven la lenga on sent la dolor.

[IV En abriu s’ezclairo.il riu contra.l Pascor, vv. 16-18; Perch’io vedo che lei non crede al maestro, | cacci prima ogni malvagio e chi ce l’ha piú grosso! | La lingua batte ove il dente duole.]

A parte la quantificazione dell’attributo maschile, l’utilizzo proverbiale presente nell’ultimo dei tre versi ha il fine retorico di creare approvazione per quanto esposto nei due versi precedenti. Il proverbio in questo caso avvalora l’avversione ai richiami mondani operati dal maligno. Ulteriormente si potrebbe sostenere la valenza semantica di groissor come unità di misura della quantità che regola il mondo materiale, mentre crei non implica una semantica dogmatica, in quanto interessa la funzione del castiador; la funzione del predicatore- sacerdote coincide con quella del poeta fustigatore dei costumi mondani corrotti. Marcabru non contrappone cultura laica e cultura ecclesiastica, ma bandisce i comportamenti e i valori che si discostano da quelli cristiani. I destinatari delle invettive di Marcabru sono coloro che detengono il potere materiale perché, anziché considerare l’Amore come armonia che lega l’intero creato, sono portati a considerare l’amore dal punto di vista esclusivamente sessuale. Fin’Amors non ha nulla a che vedere con i sentimenti, quanto piuttosto con la ratio, assoluto astratto che contempla solo in parte la dimensione fisica. Da questo punto di vista ogni riferimento agli accadimenti terreni esprime una caduta incarnata dalla donna nella sua attività concupiscente nei confronti dell’uomo. Per quanto riguarda il termine castiador, infatti, esso rientra nell’ambito semantico a quello di castità, castedat (Levy, p. 71). Dal castiador si passa, nel verso successivo, alla lussuria piú irrefrenabile. Infine il terzo verso chiude la terzina con un inciso gnomico. La vida di Marcabru rinnova un aspetto fondamentale nella poesia: il dissenso nei confronti di una realtà governata da un potere corrotto che all’autorità d’Amore antepone i soddisfacimenti piú immediati; amars è il termine che Marcabru contrappone ad amor, fals’amore contro vero amore.
Nell’opera intitolata Francesco da Barberino et la littérature provençale en Italie au Moyen Age, Antoine Thomas, editore delle poesie di Bertran de Born, rileva che nonostante i Documenti d’Amore siano la piú ampia ricognizione storica della letteratura occitanica medievale, esemplata in alcuni casi in presa diretta e in cui molti dei trovatori citati si conoscono solo per tale menzione, il nome di Marcabru non è presente; ed è assente anche in Dante e Petrarca, che pure conoscono le opere di molti trovatori. Ma questo non desta stupore, se negli stessi Documenti la pur presente Philosophia di Guglielmo di Conches è taciuta (a parte qualche caso, perché fosse chiaro il debito riscontrato), opera che, com’è noto, l’autore dovette riscrivere eliminando i passi piú controversi e conferirle un nuovo titolo: Dragmaticon. E dunque gli autori non menzionati in maniera esplicita finiscono col concorrere alle fondamenta testuali perché l’evidenza è molto spesso destinata ad occultarsi. Le difficoltà nell’opera di Marcabru sono di questa natura: il non esplicito è preponderante rispetto all’esplicito, e l’effetto che le sue liriche destano rende, di fatto, inaccessibile «la dottrina che s’asconde | sotto’l velame de li versi strani».

 

 

Cortesamen vuoill comensar

Cortesamen vuoill comensar
ortesamen vuoill comensar
un vers, si es qi l’escoutar;
e pos tant m’en sui entremes,
veirai si.l poirai afinar,
q’era voill mon chan esmerar,
e dirai vos de mantas res.

Assatz pot hom vilaneiar,
qi Cortesia vol blasmar;
qe<.l> plus savis e.l meils apres
no.n sap tanta dire ni far
c’om non li puosca enseignar
petit e pro, tals hora es.

De Cortesia.is pot vanar
qui ben sap Mesura esgardar;
e qui tot vol auzir cant es
ni tot qant ve cuida amassar,
lo tot l’es ops amesurar,
o ia no sera trop cortes.

Mesura es en gent parlar
e cortesia es d’amar;
et qui no vol esser mespres
de tota vilania · is gar,
d’escarnir e de foleiar,
puois sera savis, ab que? ill pes.

C’aissi pot savis hom regnar
e bona dompna meillurar,
mas cella q’en pren dos o tres
e per un no si vol fiar;
ben deu sos prez asordeiar
e sa valors a chascu mes.

Aitals amors fai a prezar
que si mezeissa ten en car;
e s’ieu en dic nuill vilanes,
per lleis, que m’o teingn’a amar;
be · ill lauzi fassa · m pro musar,
qu’eu n’aurai so qe · m n’es promes.

Lo vers e · l son voill enviar
a · n Jaufre Rudel, oltramar,
e voill que l’aion li Frances
per lor coratges alegrar,
que Dieus lor o pot perdonar,
o sia peccaz o merces.

 

Cortesemente voglio cominciare

Cortesemente voglio cominciare
una lirica, se c’è chi l’ascolti;
e poi che tanto mi ci son immerso,
vedrò se potrò affinarla:
ora il mio canto voglio mondarlo,
e a voi dirò di molte cose.

Si può svilire a sufficienza
chi vuol biasimare Cortesia:
e il piú saggio e meglio istrutto
non sa dire, né fare, a tal punto
che non gli si possa insegnar
qualcosa, per bene, almeno una volta.

Di Cortesia può certo vantarsi
chi sa mantenere la Misura.
Chi vuole aver sue tutte le cose,
o pensa d’ammassare quel che vede,
dovrà regolarsi,
o non sarà troppo cortese.

Misura serve nel parlare altrui,
e Cortesia è figlia dell’amare;
chi non vuol esser ripreso
si guardi d’ogni villania,
dallo schernire e far il matto.
E allora sarà saggio, basta che ci pensi.

Cosí un uomo savio può regnare
e una buona donna migliorare;
ma colei che ne prende due o tre,
non volendo affidarsi ad uno solo,
il pregio suo deve svilire,
sí come il suo valor ad ogni mese.

Prezioso, quest’amore
poi che di sé geloso;
non paia troppo amaro
se con nessuna villania ne parlo;
la mia attesa non sarà piú lunga,
perché quel che m’ha promesso l’avrò.

Ora parole e canto voglio inviare
a messer Jaufre Rudel, oltremare,
e voglio che lo sentano i Francesi
e di loro si rallegri il cuore:
possa Dio perdonar loro
sia peccato sia misericordia.

 

 

Dirai vos de mon latin

Dirai vos de mon latin,
de so que vei e q’eu vi:
lo setgles non cuig dur gaire,
segon qu’Escriptura di,
q’eras fail lo fils al paire,
e · l pair’al fill autressi.

Desviat a son cami,
Jovens qe torn’a decli,
e Donars q’era sos fraire
vai s’en fugen a tapi,
c’anc donz Costanz l’engignaire
Iois ni Iovenz non jauzi.

Sovenz de pan e de vi
noiris rics hom mal vezi;
E s’il tengues de mal aire
segurs es de mal mati,
si no i ment lo gazagnaire
don lo reprochers issi.

Lo moliners iutg’al moli,
«Qui ben lia ben desli»,
e · l «vilans ditz tras l’araire»,
«Bons fruiz eis de bon iardi»,
et «avols fils d’avol paire»,
e, «d’avol caval, ronci».

Ara n’eissen dui poilli,
beill, burden, ab saura cri;
pois van volven de blanc vaire
e fant semblan aseni.
Jois e Jovens n’es trichaire,
e Malvestatz es d’aqi.

Moilleratz a sen cabri,
c’a tal para lo cossi,
de lo cons esdeven laire;
que tals diz: «Moz fills me ri»
qe anc re no.i ac affaire:
gardatz s’en ben bedoi!

Re no val si eu los chasti,
c’ades retornon aiqi;
e pos un non vei estraire
mollerat d’aqel trahi,
an lo tondres contra · l raire,
Marcabruns, del ioc coni.

 

Vi dirò con la mia lingua

Vi dirò con la mia lingua
cosa vidi e cosa vedo:
questo mondo ha da finire,
come dice la Scrittura,
perché il figlio manca al padre,
ed il padre al figlio suo.

Se n’è andata fuori strada ii
Gioventú che va al declino,
e il fratello suo, Donare,
di nascosto va fuggendo:
di Costanzo l’imbroglione
non godono Gioia e Gioventú.

«Chi è ricco, spesso pane e vino
dà al brutto suo vicino;
se capisse che è maligno,
non sarebbe un bel mattino»,
sempreché non menta il contadino
da cui venne questo detto.

«Al mulino fa il mugnaio»,
«chi ben lega, bene slega»,
e «all’aratro il contadino»:
«buon giardino e buoni frutti»,
«bestia il padre e bestia il figlio»,
«di caval fiacco fa ronzino».

Ora vengon fuori due puledri,
belli, bardotti, dal crine bruno;
c’era il bianco, ora il vaio,
e a me sembrano somari.
Gioia e Gioventú son bari,
e Malevolenza ne viene.

O mariti cuor di capra,
il cuscino è tanto gonfio
che la fica si fa agra!
Dici: «Il figlio mi deride!»,
e da parte tua non hai nulla:
osservate questo matto!

È vano ch’io li batta,
perché qui tornano ancora.
E non vedo rinunciare
chi è ammogliato nello scambio
di tonsura col rasare:
Marcabru, al gioco di fica.

 

 

Iverns vai e · l temps s’aizina

Iverns vai e · l temps s’aizina
verns vai e.l temps s’aizina i
que verdeion li boisso,
e · l flors pareis en l’espina
e s’esiauzon l’auzello;
……….ai!,
ja deven hom d’amor gai,
chascus vas sa par s’atrai
……….hoc,
segon plassensa corina.

Lo freiz firm e la bruina
contra la gentil sazo;
pe · ls plais e per la gaudina
auch i del chant la contensso,
……….ai!,
ieu.m met de trobar en plai
e dirai d’amor com vai,
……….hoc,
si.m voill, e com revolina.

Amars creis et atayna
ab ric coratge gloto
per una dolssor conina
qe is compren d’un fuec fello.
……….<Ai!> ,
Ja non er nulls sens chai,
daveras o per assai,
……….oc,
non lais del pel en l’arzina.

Bon’Amors porta meizina
per guerir son compagnio;
amar los senz disciplina
e · l met en perdicio.
……….Ai!,
tant quant l’avers dura, fai
al fol semblan d’amor gai,
……….oc,
e qant l’avers faill, buzina.

Coind cembel fai cor trayna
tro capell abrico,
del cim tro q’en la racina
entrebescat oc e no.
……….Ai!,
«Tal amei blanc, bru o bai,
ainsi farai! non farai!»,
……….oc,
fai al fol magra l’eschina.

Domna non es d’Amor Fina
c’ama girbaut de maiso,
e sa voluntatz la mastina
con fai lebreir’a gosso.
……….Ai!,
d’aqi naisso · il ric savai,
c’un no.n conduetz ni plai,
……….oc,
si cum Marcabruns devina.

Aqest, q’intra en la cozina,
cuitar lo fuoc e · l cuco
e beu lo fum e · l con tina
de sa dons, na Bona-fo.
……….Ai!,
jeu sai cum soiorn’e jai
e part lo gran del blat lai;
……….oc,
son seignor engirpaudina.

Cill qui a bon’Amor fina
e viu de sa liurazo,
Honors e Valors l’aclina,
e Pretz, ses nuill ocaio.
……….Ai!,
tant l’afai an dic verai
e no.ll cal aver esmai,
……….oc,
del trut-lurut de n’Aiglina.

Ia non farai aplevina
jeu per la troba n’Eblo
qe s’entenssa follatina
manten en contra razo.
……….Ai!,
qu’ieu dis e dic e dirai
que Amars et Amors brai,
……….oc,
et qui blasma Amor bozina.

 

L’inverno va e il tempo si prepara

L’inverno va, il tempo si prepara: i
i cespugli rinverdiscono,
spunta il fiore al biancospino,
e gioiscono gli uccelli;
……….ah!,
per amore ti rallegri:
tutto va verso il suo simile,
……….sí,
come piace al cuore.

Contro la bella stagione
freddo fermo, poi la brina.
Là, per siepi e foreste,
sento la contesa dal canto,
……….ah!,
e prendo a comporre
e dirò come
va l’amore,
……….sí,
se mi vuole, e come turbina!

Amare cresce e smuove
con un nobile misero cuore
che s’infiamma di canagliesco fuoco
per dolcezza di fica.
……….Ah!,
mai non ci sarà uomo che non cada,
per prova o per davvero,
……….sí,
e non lasci nella fiamma il pelo.

Buon Amor dà medicina
per guarire il suo compagno;
falso amore regola i sensi
e li conduce a perdizione.
……….Ah!,
amor al folle sembra gaio
finché dura la ricchezza,
……….sí,
e strepita quando viene meno.

Grazioso zimbello attira il cuore
fino alla punta rincalzata,
dalla cima alla radice,
mescolato il sí col no.
……….Ah!
«Amai talmente bianco, bruno e baio:
farò cosí! no, non farò!»,
……….sí,
magra schiena al folle fa.

Non è donna d’Amor Fino
colei che ama il servo di casa,
e la volontà l’imbastardisce
come con botolo levriero.
……….Ah!,
donde nascono i nobili malvagi:
nessuno di loro fa ospitalità o placito,
……….sí,
come annuncia Marcabru.

Questo ch’entra in cucina,
soffia il fuoco e il fieno
e beve il fumo, offusca la fica
della sua donna, dama Buona-fu!
……….Ah!,
so ben io come ci si corica e riposa,
e come dal loglio si separa il grano;
……….sí:
e svaluta il suo signore.

Chi prende da buon Amore
e vive della sua razione,
indiscutibilmente l’esaltano
Onor, Valore e Pregio.
……….Ah!,
tanta la preparazione, con parola veritiera,
e non gl’importa del lamento,
……….sí,
del trutlurut1 di donna Aiglina.

Non sarò mallevadore
del poetar di messer Eblo,
che avversando ragione
continua il folle sforzo:
……….ah!,
diss’io, e dico e dirò
che lui strilla Amar e Amor,
……….sí,
e ringhia a chi biasima Amore.

1 commento su ““Liriche” di Marcabru”

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