La biblioteca di Babele

Jorge Luis Borges

La biblioteca di Babele

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che si inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto, per lo meno, della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (I mistici pretendono di avere, nell’estasi, la rivelazione d’una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua, che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: «La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile».

A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, di quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d’accennare alla soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi.

Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l’eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole può dubitare. L’uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio. Per avvertire la distanza che c’è tra il divino e l’umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d’un libro, con le lettere organiche dell’interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche.

Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque (*). Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in un esagono del circuito quindici novantaquattro, constava delle lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all’ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è un mero labirinto di lettere, ma l’ultima pagina dice Oh tempo le tue piramidi. È ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d’una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano… Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea).

Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite1 o remote. Ora, è vero che gli uomini più antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi; è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani più sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Altri insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di M C V nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono a una crittografia; questa ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori.

Cinquecento anni fa, il capo d’un esagono superiore (**) trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in cui v’erano quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratore ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri gli dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine stabilirsi, dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d’un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto: nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio, il punto, la virgola, le ventidue lettere dell’alfabeto. Stabilí, inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato: non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l’evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri.

Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v’era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L’universo era giustificato, l’universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell’universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s’accapigliavano negli stretti corridoi, profferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono… Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero.

Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell’umanità: l’origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l’inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni…. Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell’esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s’ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro più vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s’aspetta di trovare nulla.

Alla speranza smodata, com’è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d’un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s’interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparì, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s’occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine.

Altri, per contro, credettero che l’importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l’insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i «tesori» che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d’origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all’opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell’orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l’idea delirante di conquistare i libri dell’Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici.

Sappiamo anche d’un’altra superstizione di quel tempo: quella dell’Uomo del Libro. In un certo scaffale d’un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l’ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle più lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l’ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosi all’infInito… In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni.

Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell’universo esista un libro totale (***); prego gli dèi ignoti che un uomo – uno solo, e sia pure da migliaia d’anni!, – l’abbia trovato e l’abbia letto. Se l’onore e la sapienza e la felicità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all’inferno. Ch’io sia oltraggiato e annientato. ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi.

Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l’umile e semplice coerenza) è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della “Biblioteca febbrile, i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio”. Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustrano. testimoniano generalmente del pessimo gusto e della disperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s’intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mlö. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti. sono indubbiamente suscettibili d’una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex hypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tautologie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni – e cosi pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario, in alcune, il simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu che mi leggi, sei sicuro d’intendere la mia lingua?)

Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno più frequenti. M’inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.

Aggiungo: infinita. Non introduco quest’aggettivo per un’abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. Io m’arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l’Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine (****).

1941, Mar del Plata

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(*) II manoscritto originale non contiene cifre né maiuscole. La punteggiatura è limitata alla virgola e al punto. Questi due segni, lo spazio, e le ventidue lettere d’alfabeto, sono i venticinque simboli sufficienti che enumera lo sconosciuto [Nota dell’Editore].
(**) Prima, per ogni tre esagoni c’era un uomo. Il suicidio e le malattie polmonari hanno distrutto questa proporzione. Fatto indicibilmente malinconico: a volte ho viaggiato molte notti per corridoi e scale levigate senza trovare un solo bibliotecario.
(***) Ripeto: perché un libro esista, basta che sia possibile. Solo l’impossibile è escluso. Per esempio: nessun libro è anche una scala, sebbene esistano sicuramente dei libri che discutono, che negano, che dimostrano questa possibilità, e altri la cui struttura corrisponde a quella d’una scala.
(****) Letizia Alvarez de Toledo ha osservato che la vasta Biblioteca è inutile; a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani). Il maneggio di questo serico vademecum non sarebbe comodo: ogni foglio apparente si sdoppierebbe in altri simili; l’inconcepibile foglio centrale non avrebbe rovescio.

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Tratto da:
Jorge Luis Borges, Tutte le opere, vol. I
Cura e traduzione di Domenico Porzio
Milano, Mondatori Editore, “I Meridiani”, 1984
pg. 680-689

2 pensieri riguardo “La biblioteca di Babele”

  1. BORGES,
    IL BIBLIOTECARIO MERAVIGLIOSO

    di sergio falcone

    Jorge Luis Borges, il bibliotecario meraviglioso, uno dei maggiori scrittori contemporanei, cieco come Omero (come per i massimi compositori è destino essere sordi), compie ottant’anni. Ti parla all’orecchio, è un assiduo bisbiglio, un parlar piano, ti tiene la mano (è il suo modo di conoscerti), mentre con l’altra prendi appunti sul notes.
    Nelle pause sorseggia caffè e mangia biscotti e confetture sul tavolino inglese di mogano. Poi congiunge le mani, lo sguardo vano, in questa sua ombra senza ore. Ti ringrazia per l’”oscuro viaggio” (come chiama l’intervista), con una voce che prega e dispera. È una citazione di fonti e di poeti.
    Una parabola continua attorno all’opera. Una vita privata ridotta al dieci per cento. Una sorta di scissione multipla della personalità.
    “A quale tipo di letteratura apparteniamo”, dice, “io che ti parlo e tu che mi ascolti: romanzo realista o racconto fantastico?”. Sta con te delle ore, mai che ti dica che è stanco, e che ha da fare qualcosa di utile. Borges inizia poi la dettatura del proprio lavoro. Ha dei collaboratori che gli fanno la lettura, ai quali detta appunti in poesia o in prosa.
    La fedele Maria Ester Vàsquez rilegge a Borges delle brevi frasi, scandisce la punteggiatura. Borges suggerisce una diversa posizione delle parole, detta altri appunti, nuova rilettura della Vàsquez, due o tre volte, altre correzioni di Borges, e così di seguito.
    Scrittore del fantastico puro, del fantastico meraviglioso, il suo gioco narrativo ricorda la partita di scacchi: la duplicità di ogni figura, la complicazione degli spostamenti, la simmetria che si contorce in storia, le leggi rigorose ma anche arbitrarie della narrazione… Per cui autore e lettore si rimandano infinitamente le loro immagini riflesse…
    I termini più frequenti nel lessico di Borges: labirinto, specchio, simbolo, congettura, metafora, caos, caso, segno, incubo, regressione, tempo, giardino, opposti, teoria.

    Lei è nato esattamente in questi giorni, il 24 agosto 1899… Esprime qualche desiderio?

    Vorrei un po’ di quiete, una serenità che mi manca… Vorrei fare un viaggio a Ginevra. In Europa tutto è più delicato, sfumato… Avevo studiato nella scuola di Calvino, all’età di dodici o tredici anni: a Ginevra sono stato molto felice. Ma diceva Proust che, quando si ha nostalgia di un luogo, in realtà si rimpiange il periodo che corrisponde a quel luogo: non si rimpiangono i luoghi, ma i tempi…
    E poi, anche all’età di 80 anni, si vive aspettando un’altra persona, anche se è un’età in cui si sa che tale attesa è vana… E’ questa un’età in cui si rimane stupiti di trovarsi ancora in vita. Per quanto mia madre è morta a 99 anni…

    Chi è Borges raccontato dallo stesso Borges?

    … All’altro, a Borges, accadono le cose. Ho notizie di lui attraverso la posta, e mi dicono che il suo nome è nei dizionari biografici. Negli elenchi dei telefoni di Lisbona, il nome Borges è molto comune: l’equivalente di Rossi in Italia, di Lopez in Argentina. Ritengo con Chaucer che la scoperta del cavallo sia la più nobile conquista dell’uomo: ma è una pura metafora. Amo tanto il sapore del caffè. Mi piacciono le clessidre, le mappe, le antiche carte geografiche. Alcune pagine non possono salvarmi, perché è letteratura solo il linguaggio e la tradizione universale. E con Plotino, dico: “… tutto sta in tutte le parti, qualsiasi cosa è tutte le cose, il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole…”. Nell’universo (anche letterario) ognuno è tutti, ed è inutile affermare una identità particolare… Così anche la mia vita è fuga, e tutto appartiene solo all’oblio…

    Quali sono i suoi progetti per il futuro?

    Sto scrivendo dei temi dal contenuto decisamente tragico… Poi dei viaggi, un breve soggiorno a Parigi, delle conferenze… Ho terminato un libro di racconti intitolato La memoria di Shakespeare, quindi un volume di poesie di cui non so ancora il titolo… Forse mi occuperò di Emanuel Swedenborg, per dare un’idea del mondo di “visioni” in cui viveva questo mistico del Nord. Uscirà in autunno un libro curato da me, Las Ruinas y Desastres, con testi a punto sulle Rovine: la distruzione di Troia, l’incendio di Lione, il terremoto di Gerusalemme, la distruzione di Pompei, l’incendio di Londra, le città di Kunyang e Tu Fu (dinastia Jung) e Lin Techo (dinastia Yang), Roma sepolta sotto le rovine, la città di bronzo dalle Mille e una notte, le città di Dio… E in questa raccolta una mia poesia ancora inedita sulla Biblioteca di Alessandria: “Da che vide la notte il primo Adamo, / e il giorno, e la figura della mano, / favolarono gli uomini e fissarono / su pietra o su metallo o pergamena / quanto cinge la terra o plasma il sogno. / Ecco l’opera lor: la Biblioteca. / Dicono che i volumi ch’essa abbraccia / vadano oltre il numero degli astri / o della sabbia del deserto”.

    Quando sogna, puntualizza…

    … naturalmente… Quando sogno, non sono più cieco. Vedo paesaggi, figure umane, animali. Riesco a leggere interi libri. Vedo distintamente coloro che ho finito di percepire da più di venti anni… Per questo sogno assiduamente.

    Borges, scrittore di letteratura fantastica, dicono i biografi. Che cos’è per lei la letteratura fantastica?

    C’è in tutto il paese una sola terra sognata, direbbe Swift. Ci sono fiumi che attraversano il cielo in certi paesi atlantici. Ci sono interi territori scomparsi. Scrittore fantastico era Stevenson, che moriva su un’isola del Pacifico e “cantava come canta un uccello nella pioggia”. Le Mille e una notte, Hoffmann, Blake, Poe, Carlyle, Kafka, Wells, Chesterton, si impongono di volta in volta nella letteratura fantastica per la stranezza immediata, la concisione della storia, i rapidi giochi della memoria, le stravolte simmetrie. E’ una forma di felicità e come tale non passibile di giudizio. Ma la letteratura in fondo è solo fantastica. Il realismo è una eresia del nostro tempo…

    Perché è della opinione che il tempo passato è migliore del presente?

    Per essere un poeta, non bisogna avere date. Se pensate di giudicare un libro storicamente, errate; non va. Perché un buon libro è più reale del nostro entourage contemporaneo. Con le date si diventa degli storici, o peggio dei giornalisti. Bisogna invece leggere gli antichi. Ricordo quasi esclusivamente le pagine degli antichi. Anch’io provo a dire: “Scrivo per l’antichità”. Guardate il vostro Montale, poeta dell’antica bellezza, di una tradizione tutta orientale: un poeta senza date, né epoca.

    Quale è la biblioteca ideale per Borges? Il libro dei libri?

    La Bibbia è il libro dei libri. Aggiungo che non sono cattolico, e neppure cristiano. Ho letto la Divina Commedia. Tuttavia non condivido la teologia che ispirò il poema dantesco. Non ho opinioni metafisiche, religiose o morali. Semmai, me ne sono servito per fini letterari. La mia è solo una opinione estetica. A Buenos Aires, l’anno scorso, mi avevano detto di scegliere un tema per la conferenza. Scelsi la Divina Commedia. L’italiano lo capisco, anzi lo leggevo, ma non saprei parlarlo, né comprenderlo, se parlano svelto.

    Non teme l’accusa di oscurità riferita alla sua opera?

    Se sono oscuro, chiedo perdono: lo sono per la limitatezza dei miei mezzi. E mi nascondo dietro le metafore. La metafora è l’elemento essenziale del mio lavoro.

    Veniamo ai suoi temi ricorrenti; il motivo del labirinto, per esempio…

    Ho parlato sempre di un romanzo o racconto che diviene un labirinto. Nome greco, poi latino: labyrinthus. Forse inizialmente gallerie nelle miniere. Stava a indicare una rete di passaggi, atta a confondere, in un edificio; un intrico di vie, in un giardino. Da qui, per esempio, i miei racconti Il giardino dei sentieri che si biforcano e La casa di Asterione, che poi era il Minotauro. Ogni labirinto ha una scrittura segreta: esiste una cifra o metodo di decrittazione. Così i labirinti di Creta, e poi la fioritura labirintica nei giardini del Medioevo. William Blake, poeta “visionario”, esplorò questo tema. Il vostro Piranesi nelle Carceri d’Invenzione e nel suo Colosseo tracciava i camminamenti del disegno labirintico.

    … Il sistema della perplessità, altro tema fondamentale nella sua narrativa…

    … Non è un sistema letterario. È uno stato d’animo autentico. Per me, il mondo è un’inesauribile fonte di sorprese, di perplessità, anche di sconfitte e, qualche volta, di felicità. Non ho nessuna teoria del mondo. Il mio è un anarchismo alla Spencer. Vorrei che ci fosse un minimo di governo che non si notasse neanche…

    E ancora il tema ricorrente di Buenos Aires,… il ritorno nei suoi discorsi ad Androgué, villaggio delle sue vacanze, da piccolo…

    Intorno a Buenos Aires si cristallizzano i miei innumerevoli ricordi. Ma ho sempre avuto il sospetto che le mie parole potessero un giorno essere controllate. La Buenos Aires dei miei libri non è la città attuale, ma quella della mia infanzia, o anteriore alla mia infanzia. In genere, la mia Buenos Aires è un po’ vaga, e si situa attorno al 1890. Così nessuno potrà mai andare a verificare. E, dal momento che la memoria è selettiva (come sostiene Bergson), sembra si possa lavorare meglio con i ricordi, anziché col presente che ci opprime e ci molesta.
    Quanto ad Androgué, era un villaggio del sud, con un hotel di stile italiano, fontane, giardini a terrazza, molti alberi. Amavo quel luogo tranquillo, e il suo letargo d’estate. Costruito come una cittadella, e all’interno come uno scacchiere: una decina di piazze e molte strade rettilinee che si incrociavano. Già allora quella congiunzione di vie mi dava l’impressione di un labirinto. Così il labirinto mi si impose. E da bambino, se tutte le vie erano state già percorse, voleva dire che quella parte del labirinto era stata già visitata, e bisognava rifare la strada, tornando per il cammino d’arrivo…
    Avevamo una casa bassa, col giardino, due bersò, un mulino a vento, attorno altre case basse, e tutto era percorso dall’odore degli eucalipti. Mio padre mi indicava la pampa, una macchia di verde all’orizzonte. In casa avevamo un grande armadio di mogano, forse inglese, con degli specchi… Mi avvicinavo e mi vedevo triplicato, e avevo paura che quelle immagini non corrispondessero a me. Sentivo come doveva essere tremendo ritrovarmi diverso in uno di quegli specchi… A questa vaga paura infantile, si aggiunse poi dalle letture l’idea della pluralità dell’io, la variabilità di noi stessi che diventiamo altri. Insomma, il tema: essere un altro. Idea che ho applicato molte volte nella mia opera. E nel mio libro di racconti, che sta per essere pubblicato anche in Italia, c’è un racconto intitolato El otro, in cui svolgo una variazione di questo tema del resto già noto a Poe, Dostoevskij, Hoffmann, Stevenson…

    Mi pare che gli scrittori a lei più congeniali nella letteratura inglese e americana siano Keats e Whitman…

    Devo a Keats la rivelazione della poesia. Mio padre aveva una biblioteca in lingua inglese, molto importante per me, e ricordo che mi recitava a memoria pagine di Swinburne, Shelley e, appunto, Keats, d’inesauribile bellezza. Il linguaggio è molto più di un mezzo di comunicazione: il linguaggio può essere veicolo di passione, estasi… Questo vale per la poesia inglese, non tanto per quella francese… Così Keats comprese la lezione del platonismo attraverso il canto di un usignolo. E quell’uccello canta ancora per me, come molte volte ha cantato nella letteratura inglese: con Shakespeare, Chaucer, Milton…
    In Whitman, invece, oscuro e povero giornalista, prediligo il pudore del vivere, la difficoltà di esistere. Per altri poeti avviene che noi siamo qui, loro là. Non è il caso di Whitman. Egli diviene tutti i suoi lettori. Noi parliamo con Whitman. E’ un’operazione magica. In Leaves of Grass, con umiltà e tenerezza, il poeta vuole essere tutti gli uomini. E’ un panteismo che coinvolge piante ed acque. E’ pura immaginazione universale. Whitman si confonde e dialoga perfino con l’altro: “Che senti, Walt Whitman?”.
    Non amo, invece, la lingua francese. E’ come l’italiano pronunciato da uno che è raffreddato. Nella letteratura francese salverei: “le père” Hugo, Verlaine soprattutto, che è la perfezione della poesia lirica, un poeta della sera, dei rimpianti…
    Ho nostalgia, invece, della Germania. Ho letto molto nella lingua tedesca, una lingua non ancora sufficientemente esplorata dalla letteratura universale. Heine, Goethe, Hoelderlin, Rilke… Ma ho l’impressione che in questa lingua ci sia qualcosa di meglio, qualcosa di formidabile…

    Torniamo agli antichi. Il motivo principale della sua raccolta El Hacedor è l’invocazione di un mondo interiore. E’ il cosmo di un lucido sognatore che si confonde con i grandi autori del passato: Omero, Dante, Cervantes, Shakespeare…

    Come per Omero che discende nell’ultima ombra: — La notte si spopolò delle stelle, la terra era malsicura sotto i suoi piedi, tutto si allontanava e confondeva. Quando seppe che stava diventando cieco urlò: “Non vedrò più né il cielo pieno di mitico timore, né questo volto che gli anni trasformeranno”. Allora discese nella sua memoria, che gli parve senza fondo, e riuscì a trarre fuori da quell’abisso vertiginoso il ricordo perduto… –.
    Sono un po’ eretico. L’Odissea per me è ben superiore all’Iliade. Sono dalla parte di Enea e dei troiani. Nell’Iliade c’è qualcosa che non mi piace. Ulisse poi è decisamente più simpatico… Sono grato che si parli di Omero, Shakespeare…

    Il nome di Shakespeare ricorre spesso nella sua opera, anche nel titolo della sua prossima raccolta di racconti, La memoria di Shakespeare…

    Lo amo particolarmente… Shakespeare è assai meno chiaro dei suoi personaggi. Perché non si pensa a Shakespeare ma a una folla fantastica… Amleto, Cesare, Macbeth, Giulietta… Fingeva d’essere qualcuno perché non fosse svelata la propria condizione di nessuno… In Shakespeare preferisco la sua amicizia alla commedia, come Dante che dice a Virgilio: “… tu guida, tu maestro… Tu sei solo colui da cui tolsi lo bello studio che m’ha fatto onore…”.

    Quale sua poesia consiglierebbe ai suoi lettori?

    Preferirei indicare qualche pagina in prosa, oppure due sonetti su Spinosa. O forse una mia poesia che si intitola La luna… “… c’è di ferro una selva ove ha dimora / il grande lupo la cui strana sorte / è assalire la luna e darle morte / quando rosseggi in mar l’ultima aurora…”.

    È opinione diffusa che i suoi racconti siano superiori alle poesie. Un racconto perfetto nella sua brevità è, forse, Emma Zunz, nella raccolta El Aleph…

    Scrivo un racconto per liberarmene, per dimenticarlo, e per passare a qualcosa di meglio. Comunque non amo, anzi detesto, la vicenda tragica di Emma Zunz. E’ una storia di vendetta, con una fine molto, molto brutta.

    *

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