La pelle del leopardo

Yves Bergeret

La pelle del leopardo

Tratto da:
Carnet de la langue-espace

Traduzione di Francesco Marotta

 

Vassili, stampatore tra le tracce
e i segni delle montagne

 

Arrivato a Die una decina di anni prima, Vassili Gogatishvili ha fondato la sua stamperia nel 2009. L’ha chiamata Héraldie. Da due anni si è sistemato in una laboratorio vasto e luminoso che ha fatto costruire.

Venti minuti di cammino a piedi dal vecchio centro romano e medievale di Die. Ecco, si esce quasi dal paese, i prati, i campi respirano sotto il vento della vallata. Le alte creste boscose di Justin ondeggiano a sud-est. A nord-est le falesie calcaree del Vercors, dagli immensi corrugamenti verticali e dai magnifici pilastri, sono i possenti guardiani che proteggono Die nel suo destino; e Vassili e la sua famiglia nel loro destino; e noi altri che veniamo a trovarlo e a chiedergli qualche lavoro a stampa e grafico. I Partigiani della tragica Resistenza del Vercors vegliano lassù in alto; e Pierre Seghers, e Pierre Emmanuel, anch’essi partigiani, a Dieulefit, al di là di qualche montagna a sud-ovest; e René Char, a qualche montagna ancora di distanza, verso sud.

Il laboratorio di Vassili è immerso nella natura; un grandissimo prato lo circonda a sud. E’ estate, le allodole lanciano i loro trilli sottili a cielo aperto e poi si lasciano cadere fino ai loro nidi tra le erbe, trilli di vita, trilli di speranza, trilli di ostinazione a vivere. E’ qui che Vassili lavora.

Credo di non aver mai visto nel laboratorio di Vassili quelle spregevoli coloratissime scartoffie per la pubblicità di prodotti commerciali. Il lavoro di Vassili è deliberatamente un lavoro d’eccellenza, sobrio, efficace, dall’estetica coerente e controllata: che si tratti della sua personale estetica, dato che ha ricevuto una formazione di alto livello in arti grafiche, o di quella di bravissimi grafici, come Véronique Pitte, che gli portano del lavoro. Qui non ci sono compromessi, Vassili è un artigiano di profonda dirittura etica e tutto dedito al suo lavoro.

Arrivando al suo laboratorio, non sento le moto della strada principale in lontananza, non sento le automobili. Sento le allodole e la risacca instancabile del vento. Mi ricordo allora della bellezza lineare, straziata ed epica della Georgia di cui Vassili è originario e che avevo visitato e apprezzato nel 1973 e nel 1974. Degli alpinisti e architetti georgiani, conosciuti tramite dei dissidenti moscoviti, mi avevano parlato a Tbilisi delle cime di cinquemila metri del Caucaso. Mi avevano donato delle superbe foto in bianco e nero di villaggi dalle alte torri merlate, nell’alta valle della Svanezia.

E proprio nel 1931, Boris Pasternak, nonostante il suo grande successo di giovane poeta, oppresso dallo stalinismo che si stava instaurando e dalle crescenti difficoltà familiari, si reca per qualche settimana in Georgia. Ne rimane abbagliato. Divenne per sempre amico dei poeti Tabidze e Iashvili. Scrisse poi delle splendide strofe sulle alte torri slanciate della Svanezia, grida di pietre resistenti che lanciano i loro trilli neri fino alle nuvole che graffiano i ghiacciai.

Nella parte inferiore delle valli del Caucaso, tra le colline pedemontane, si levano delle magnifiche chiese ortodosse, antichissime, in pietra ocra, beige, arancione. Una struttura semplice, praticamente a croce latina. All’interno, un apparato iconografico usuale, l’iconostasi; ma sulle alte mura esterne una sintassi decorativa in rilievo, motivi floreali stilizzati, croci, cerchi, semplici successioni di finestre o porte, sono altrettanti “altorilievi” che danno parola alla pietra. I segni si protendono in avanti, sobri e potenti, prevenendo la fatica del pellegrino o la paura di morire del fedele.

In maniera meno frequente ma ugualmente eloquente, un testo viene scritto sulla pietra. Su delle pietre. Ma vi è incavato, inciso, come a fissare qualche massima, qualche monito devoto o profano, qualche dedizione del luogo o dell’edificio a un principe o a un santo. Attira immediatamente lo sguardo, richiama subito l’attenzione su un’epigrafia ingenua o erudita. Il testo è nobile e profondo.

Vassili ha visto tutto questo nella sua infanzia, l’ha vissuto. In modo particolare presso suo zio, eminente storico, bibliofilo esperto. Vassili mi dice di essere stato sempre affascinato da una grande pietra scritta nel giardino di suo zio; le lettere incise fissavano il reale. Mi mostra un libro del 1990, che suo zio leggeva e rileggeva ripetutamente, annotandolo, apponendovi le sue postille manoscritte; conserva questo libro come una reliquia. Un libro che racconta la storia della scrittura e della stampa in Georgia.

L’alfabeto georgiano è realizzato in una dimensione plastica tutta particolare. Vassili ed io ne avevamo già parlato vent’anni fa: la bellezza ritmica, agile e musicale del tracciato delle lettere, praticamente privo di angoli acuti e di ortogonalità, ci affascinava. Il tracciato della scrittura georgiana è il cammino flessuoso e potente del felino, elegante e sicuro. La bellezza grafica della lettera è un movimento incessante. Vassili mi conferma di essere particolarmente sensibile a questo rimbalzo continuo della bellezza del segno, che procede e s’innalza come il ritmo del respiro, il ritmo della camminata tranquilla, il ritmo del cuore. Anche se, come mi dice, da giovane in un primo momento era rimasto stupito dall’incisione a geometria irregolare e ortogonale delle prime lettere in stile “asomtavruli”, la più antica scrittura georgiana su pietra, e senza riferimenti al sacro. Precisa che l’alfabeto georgiano è stato stabilito nel 412 a.C. Ora, invece, è la sinuosità in gesti curvi e potenti dell’alfabeto che, nella pratica, guida la mano di Vassili, guida i suoi occhi. Proprio come è flessuoso e potente il volo del picchio che si tuffa dolcemente, poi con un battere d’ali risale facendo un’ampia curva, prima di rituffarsi ancora e poi risalire.

Tutta la sua sensibilità di stampatore deriva, credo, da questa stilistica della bellezza, dalla resistenza, dalla permanenza di un segno grafico regolare e perfetto nel suo universo minerale ed epico. Vassili non ha mai dimenticato Il cavaliere dalla pelle di leopardo, l’epopea scritta da Shota Rustaveli alla fine del dodicesimo secolo. Mi dice di aver sempre ammirato il suo virtuosismo di autore e, precisa, “la plasticità della sua lingua”. Ogni scolaro in Georgia lo studia ancora oggi. Vassili mi dice anche di essersi nutrito dell’opera di Vaja Pchavela (1861-1915), poeta e contadino nato tra le montagne, che si muoveva a cavallo per le alte valli, allo stesso tempo etnografo e studioso del folclore, che esprime una concezione profondamente animista e panteista del mondo, stilista rimarchevole nelle poesie brevi o nelle sue epopee.

Dopo gli studi superiori a Strasburgo e a Nanterre, dopo essere stato per un anno e mezzo, a Parigi, assistente di un artista della capitale nella realizzazione di due suoi grandi progetti, Vassili si è stabilito a Die e si è rapidamente formato, ad alto livello, in stamperia digitale. Questo testo festeggia i dieci anni della sua intrapresa, Héraldie. Vassili vuole che il cliente sia soddisfatto, ma che lo sia altrettanto lui stesso. E’ un eccellente realizzatore di servizi fotografici: la sua reputazione è conosciuta ben al di là del Diois. La qualità del suo lavoro attira artisti da tutta la regione. Mi piace rendergli visita nel suo laboratorio, quando non è particolarmente oberato dagli ordinativi. Noto che il suo ampio laboratorio è diventato anche una sorta di crocevia e di luogo d’incontro di artisti, quanti l’alta valle della Drôme ne ha conosciuti. Di fronte al suo ufficio ha attaccato alla parete tre opere verticali come piccole torri di Svanezia, alcuni aforismi che ho calligrafato sull’altopiano sommitale di Koyo, nel Mali, e che hanno accompagnato con i loro segni grafici i sei contadini dogon insieme ai quali ho lavorato quindici anni fa. Vassili ha fatto incorniciare alla perfezione queste opere da un artista di Crest, una città più a valle. La foto qui sotto riprodotta lascia intravedere di riflesso la testa di Vassili, al lavoro, tra le tracce e i segni delle montagne.

 

 

Un “poema”

Creato e calligrafato a Veynes, il 2 luglio 2019,
con acrilico e inchiostro di china.

 

1
Appena nato, è apparso tutto coperto di cicatrici.
Il suo corpo era di quella pietra nera
che si leva in fondo alla valle celeste
delle altissime montagne
al crocevia dei due continenti
tra i due mari.
Uno dei due mari, incantatore,
rimodella in pensiero d’ambra le radici
delle lingue dei marinai e dei poeti.
L’altro, languido, dormiente, aspira
inghiotte il cuore di più di un viaggiatore.
Egli viaggerà, ma lontano,
indossata la sua pelle di leopardo.

 

 

1
En naissant il a jailli tout cicatrisé, tout armé.
Son corps était de cette pierre noire
qui jaillit au fond de la vallée céleste
des très hautes montagnes
au carrefour des deux continents
entre les deux mers.
L’une des deux mers, magicienne,
remodèle en pensée d’ambre les racines
des langues des marins et des poètes.
L’autre, langoureuse, dormante, aspire
engloutit le cœur de plus d’un voyageur.
Il voyagera, mais loin.
Il entre dans sa peau de tigre.

 

*

 

2
A est il mare è languore e fango.
I suoi canneti scuri, legnosi e duri
gli hanno premuto il cuore.
Meglio così, il suo cuore si sarebbe seccato
e indurito in basalto per la tristezza.
E invece no, il cuore lo pungola.
La stretta del cuore è la prima lettera incisa a vivo,
poi una seconda, poi molte di più, tutte scavate
in basamenti di arenaria, scolpite sui frontoni,
lettere come tagli di roncola;
amputati, gli schiavi più esili non piangono più
ma si mutano in lettere di uno splendido alfabeto.
Lettere, rimbalzi tra lettere, umana dignità.

 

 

2
A l’est la mer est langueur et boue.
Ses bruns roseaux ligneux et durs
lui ont pressuré le cœur.
Tant mieux, son cœur se serait séché
et durci en basalte de la tristesse.
Mais non, le cœur lui poigne.
Etreinte du cœur, c’est première lettre incisée à vif,
puis deuxième, puis bien plus, creusées toutes
dans des socles de grès, taillées dans des frontons,
des lettres comme des entailles de serpe;
amputés les plus maigres esclaves ne pleurent plus
mais muent en lettres d’un splendide alphabet.
Lettres, rebonds par lettres, c’est dignité humaine.

 

*

 

3
Ha scelto di vivere in mezzo a noi
dall’altra parte del grande mare occidentale.
Ha messo al mondo due figli tra le nostre pietre grigie,
quelle che impastano la vita e la rendono resistente
affinché mai la parola si distrugga.
Essa è un filo, un filo chiaro
e sua moglie che sa tessere e infeltrire
se ne intende, credetemi.
Ha scelto di vivere in mezzo a noi
esperto dell’ombra del filo della vita
col quale adorna e sceglie per noi il tracciato,
la disposizione, il sangue e l’inchiostro,
di certo non l’incisione.
Solo il filo e l’ombra,
i segni leggeri che striano
la pelle del leopardo.

 

 

3
Il choisit de vivre parmi nous
à l’autre bout de la grande mer de l’ouest.
Il engendre deux fils entre nos pierres grises,
elles qui pétrissent la vie et la rendent résistante
pour que jamais ne casse la parole.
Elle est un fil, un fil net
et sa femme qui sait tisser et feutrer
s’y entend, croyez-moi.
Il choisit de vivre parmi nous,
expert de l’ombre du fil de vie
dont il orne et saisit pour nous le tracé,
le dépôt, le sang et l’encre,
ah, surtout pas l’incision.
Juste le fil et l’ombre,
les signes légers qui strient
la peau du tigre.

2 pensieri riguardo “La pelle del leopardo”

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