Le voci ustionanti della gioia

Nota di lettura di
Flavio Ermini
a Fuochi complici
di Marco Ercolani

 

La poesia ritaglia nella stoffa dell’angoscia la gioia della creazione. Un semplice lamento senza gioia non sarà mai un canto.
Leggiamo quanto scrive Marco Ercolani in Fuochi complici.
Ma poi leggiamo anche l’ultima lettera scritta da Heinrich von Kleist, prima di darsi la morte con Henriette Vogel sulla riva del Wannsee la mattina del 21 novembre 1811. È indirizzata all’amata sorella Ulrica e segnala il persistere dell’ombra nella mappa aurorale del nuovo giorno.
«… in verità, per me non esisteva possibilità di soccorso su questa Terra. E ora addio; possa il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più affettuoso e più profondo che io possa concepire per te. Da Stimming, presso Potsdam, la mattina della mia morte. Tuo Heinrich.»
La gioia è indispensabile all’autenticità della poesia; così come l’ombra, all’autenticità della morte e della vita. La poesia ha un’esistenza modalmente diversa da tutte le altre. La sostanza di cui è fatta è edenica. Esiste in virtù di una forma specifica che – in se stessa – ne costituisce lo scopo. E lo scopo consiste in quella specialissima modificazione della vita che rende la vita capace di orientarsi verso il suo successo e dare a se stessa una forma riuscita: il secondo bene, cioè tornare al più presto da dove si è venuti.
Magia del poeta. Magia di un vinto che lascia perdere le sue delusioni. Magia di un’opera – Fuochi complici – germinata dalle tenebre e dominata dalla grazia.
Solo apparentemente Ercolani traccia le coordinate di un atlante poetico degli ultimi vent’anni. Questo libro non è un glaciale catalogo di libri. Si tratta di una distesa di paesaggi infuocati. In tutta evidenza ce lo dice quel “fuochi” del titolo. Ma ce lo dicono soprattutto quelle “vite interrotte” che con i loro oscuri incubi aprono il volume.
Non possiamo leggere le “voci” della seconda parte del libro senza prima aver sperimentato le deviazioni, le deformazioni, l’inattualità delle voci ustionanti che aprono il volume. Il canto è mestizia per il dolore della vita e per il suo carattere sofferente. E il dolore è così acuto che nessuno può essere d’aiuto: non può esistere comunione con il poeta. Ogni amore è per il poeta soltanto un breve indugio sulla strada impetuosamente percorsa. Il sorriso che a lui rivolgiamo, il poeta l’ha appena avvertito. Il poeta è già rivolto altrove. È già divenuto “altro”. Il mondo lo ignora e lui si rifugia nelle tenebre. All’indifferenza risponde con rabbioso risentimento. Tutto ciò che è fuori dalle tenebre gli diventa piano piano indifferente.
Proprio di questo processo Ercolani dà conto nel suo libro. Mostra come sia possibile che un essere umano possa abitare poeticamente il sottosuolo. Registra come sia possibile sottrarsi all’inganno delle sirene e alle loro ideologiche falsità.
La prima parte del volume è una soglia attraverso la quale Amendolara, Campana, Cattaneo, Pagnanelli, Piccoli, Pittaluga, Ruggeri cercano di nascondersi agli occhi del mondo. Per loro la luce della sfera pubblica è proprio quella da rifuggire. Su quella soglia la parola raffronta e allontana, avvicina e separa, ripartendo equivocamente speranza e parola-a-venire. Non c’è relazione, ma reciproca solitudine. Sono autori che vivono più nelle loro parole che sulla superficie del mondo. Autori che vorrebbero restituire alla terra il suo arcaico incanto, in un pensiero che si apra alla dimensione del sacro. E che prometta verità prima ancora che salvezza.
Chiamando la natura alla presenza, costringendola a svelare i suoi segreti, Ercolani si pone la domanda sul dolore, cioè sulla negatività della nostra esistenza. Convinto com’è che chiedere il senso della vita è chiedere perché soffriamo.
Parlandoci dei poeti, delle loro poesie, delle loro riflessioni, Ercolani ci parla dell’estremo patimento del corpo e dell’anima, sotto l’insopportabile peso della sofferenza, quando il linguaggio può farsi ansimante o armonico, ma sempre manifestando nelle pieghe dei versi una situazione-limite di dolore e di sgomento segnata dal peso del negativo e del male.
Ercolani ne è consapevole. Fin dalla nascita subiamo la deportazione, lo sterminio.
Si procede per lo più tramite sviste e omissioni, mancando ogni volta la presa, andando di nuovo a prendere ciò che insiste a venire meno.
Siamo chiamati a essere là dove eravamo (nell’indefinito, nell’apeiron) non sapendo d’esserci.
Questi cento libri costituiscono quel luogo dell’essere alla cui ombra si tratta di venire in modo proprio. Ecco come si svolge ogni autentico cammino di verità.
Ercolani indica una possibile direzione, e in modo opportuno cita Blanchot quando commenta: «Scrivere è fondamentalmente pericoloso». E come non potrebbe esserlo se il nostro essere è dolore insanabile, oscenità inguardabile, barbarie illimitata, orrore. E se di questo essere la poesia è il luogo della rivelazione.

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