La barca dei migranti

TEGU DUMNO ABADA

La barca dei migranti
La barque des migrants

Testi tratti dal “terzo quaderno”
del volume collettivo Entrée en écriture
(Esordio nella scrittura),
realizzato dagli studenti di due classi terze
del “Collège ARIANE” di Guyancourt
a conclusione di tre laboratori di scrittura
animati da Yves Bergeret.

I testi originali e ulteriori ragguagli sull’opera
si possono leggere qui.

Traduzione di Francesco Marotta

 

Tra gennaio e febbraio del 2019, Yves Bergeret ha realizzato cinque laboratori di scrittura con gli studenti di due classi terze (14-15 anni) del Collège Ariane di Guyancourt, nell’ambito di un un più ampio progetto, organizzato dal Dipartimento degli Yvelines nella regione dell’Île-de-France, denominato «Programma Sperimentale di Diffusione delle Arti a Scuola (PEGASE)».
Il primo laboratorio ha avuto come centro propulsore la lettura di alcuni passi tratti da Cahier d’un retour au pays natal di Aimé Césaire; il secondo, il film di Jean Rouch Bataille sur le Gran Fleuve; e il terzo, in tre incontri, Carène, poème en cinq actes di Yves Bergeret.
Il risultato finale è costituito da tre “quaderni”, elaborati e redatti dagli studenti, che costituiscono il volumetto Entrée en écriture, pubblicato a cura della scuola per gli allievi e gli operatori interni dell’istituto, con una illuminante postfazione dello stesso Bergeret che, riflettendo sul lavoro dei ragazzi, ne sottolinea la forza, la dignità, l’umanità, il senso etico, la volontà di vivere, estranei a ogni artificio letterario, a ogni sterile effetto estetizzante e totalmente immersi in un fare collettivo, condiviso, che è una chiara apertura e una concreta speranza per il futuro.
Chi, come me, ha avuto modo di vedere Yves Bergeret in azione con gli studenti di una nostra scuola media (la “Giovanni Pascoli” di Valenza Po), sa che le sue parole non sono solo un fervido auspicio e la nobile espressione di un sentire solidaristico, di una inesauribile tensione utopica, ma sanno diventare realtà tangibile, concreta, in atto, tanto grande è la sua capacità di creare una dimensione di lavoro e di ascolto comune, di mostrare nei fatti tutta la potenza di una parola libera, in grado di creare legami umani perenni e di aprire squarci luminosi di un avvenire altro rispetto alla mercificazione delle anime e delle esistenze, all’odio e alle derive identitarie e xenofobe, al risorgente fascismo, che stanno letteralmente distruggendo, ai nostri giorni, le radici di ogni pacifica e fraterna convivenza. (fm)

 

Quaderno 3

In piena notte a Aidone
un sogno orrendo sveglia di soprassalto Alaye.

Ha visto che l’acqua si è ritirata dal mare.
Ha visto che le valli immense del fondo del mare
ignorano completamente i venti e i colori della vegetazione.
Ha visto che le valli sono mute e prive di vita.

(…)

“Guarda, un volo d’anime zampilla dalla rupe dei suicidi.
– Uno stormo di rondini afferra la luna come un insetto.
– La mia mano è una vespa.
– La tua mano è un’ape.
– La mia mano è un martello.
– La tua mano è un pennello.”

(…)

– La mia fronte è una vespa.
– La tua fronte è un’ape.
– La mia fronte quando prego
raschia il fondo della sofferenza.
– La tua fronte non ha più bende.
– Gli uccelli divorano gli insetti.
– Tu sei un fuscello per quale nido, Ankindé?
– Tu sei un fuscello contro quale morte, Alaye?

Estratti da:
Yves Bergeret, Carena,
Atto III, 3, Il sogno di Alaye e le voci notturne
letto e studiato nel corso del laboratorio.

 

La barca dei migranti

 

Nel cuore della notte a Aidone,
Amina Gounamah insieme al marito Alaye, aiutati da Ankindé, suo fratello, si preparano a prendere il mare su una barca di legno appena più grande di una vettura.
Ankindé sistema Amina al centro della barca e scende prima della partenza. Non farà il viaggio perché deve assistere la loro madre, malata. Ma essi non sono soli sulla barca.
Amina, incinta di otto mesi e mezzo, ha paura di questo viaggio e spera di arrivare prima del parto.

Dopo qualche giorno, la fame, la sete e il freddo cominciano a farsi sentire. Hanno male alla schiena, stipati su quella piccola barca.
Panico a bordo: Amina avverte le prime contrazioni, il dolore è insopportabile, è allo stremo delle forze.
La notte passa e le contrazioni si susseguono e diventano sempre più forti.

All’alba, sotto il sole cocente,
la traversata diventa sempre più difficoltosa per lei e suo marito. Alaye si dà da fare per il benessere della moglie. Non dorme quasi più di notte per vegliare su di lei. Le offre le sue razioni di cibo perché la sua alimentazione è insufficiente. Le condizioni sono dure.

Amina sente allora la testa del nascituro e si mette a gridare di dolore e paura. Alaye arriva di corsa e capisce subito cosa sta succedendo. Amina, a gambe allargate, comincia a spingere per far nascere il bambino, la speranza. Alaye afferra una coperta per accoglierlo. Dopo un’ultima forte spinta della coraggiosa Amina, Alaye recupera il neonato e lo avvolge. Un grande grido echeggia allora e tutti piangono di gioia e di sollievo.
Amina non si riprende bene dal parto e deve sopportare numerosi dolori.
Nonostante ciò, lei e suo marito sono molto felici che sia una bambina. L’hanno chiamata Wendy.
La notte è difficile per Amina e Wendy. Il freddo le fa soffrire. Wendy non smette di piangere.

Poco a poco il suo corpo cambia colore, le labbra diventano violacee. Amina, che comincia a inquietarsi, stringe sua figlia al petto per riscaldarla. Wendy non respira più.
In risposta alle sue richieste di aiuto, alle sue grida disperate, arriva un passeggero e pratica un massaggio cardiaco sul debole corpo di Wendy.

La triste notizia si abbatte sul barcone. Una folla silenziosa si forma intorno alla madre e alla bambina e un canto in suo onore comincia a levarsi.
«Addio Wendy, mia bellissima
Te ne sei andata troppo in fretta
La vita intera ti aspettava, ciò che ti era destinato è perduto
Guardaci da lassù, che gli angeli veglino su di te ti proteggano
Addio Wendy, mia dolcissima bambina».

Alaye abbraccia teneramente Amina e la rassicura dicendole che la figlia è in viaggio verso una vita migliore.

Chloé G.d.P., Clara N. e Louise V., terza/2

 

***

 

Mi risveglio, accompagnato come tutte le mattine dalla rugiada portata dall’alba in questo campo dove regnano miseria e morte. Ogni giorno, dei corpi senza vita.
Vivo con mia madre. Lei dorme tranquillamente sulla mia spalla. Osservo ogni parte del suo viso per non dimenticarne alcun dettaglio.
Mi chiamo Khalil, sono iracheno, di grande statura, un metro e novantacinque, atletico, pelle olivastra e occhi verdi che ho preso da mio padre.
Sogno di fuggire dal mio paese, di fuggire da questa guerra che ci consuma tutti a fuoco lento e ci distrugge.
Una partenza è prevista per l’Italia, organizzata da scafisti senza scrupoli. Per potermi imbarcare con mia madre, ci ho rimesso tutti i miei risparmi.
Finalmente stiamo per lasciare questo paese per cominciare una nuova vita. Direzione Italia. La traversata sarà una prova e chi sa cosa ci attende una volta laggiù.
Arrivato il giorno della partenza, una sola persona a famiglia è autorizzata ad imbarcarsi. Mia madre insiste affinché sia io a partire. Che strazio e che inquietudine lasciarla sola qui.
Sono salito allora su una fragile imbarcazione, molto mal ridotta. Sono con altri due uomini; in mare dondoliamo da destra a sinistra. Di notte il mare è molto più agitato e la paura e il panico mi afferrano ogni istante. Temo di perdere la vita. “Tutto questo cammino, tutte queste prove, per finire così?”

Ormai ogni mattina di questa traversata, all’alba, quando il mare è piatto, guardo il mio riflesso sull’acqua e penso alla rugiada mattutina del mio giardino. A mia madre.
L’arrivo in Italia è solo una questione di ore. Comincio a sentire la stanchezza e a perdere la speranza. Alcuni uomini hanno già perso la vita. Guardo un’ultima volta il mio riflesso sull’acqua.

Nariman A. e Melina R., terza/2

 

***

 

Fatima è una giovane donna di diciassette anni. Questa ragazza ha attraversato tutta l’Africa alla ricerca di una casa. Ha perso i suoi genitori all’età di tredici anni.
Dopo un lungo viaggio sui mari, è arrivata su un’isola italiana, la Sicilia.
Oggi è aiutata da due uomini che hanno vissuto pressappoco le stesse peripezie.

Nel cuore della notte a Aidone, viene risvegliata da una conversazione tra i suoi due amici. Li ascolta attentamente prima di intervenire per portare il suo spirito e la sua presenza nella discussione.

“- Alaye, lo interrompe Fatima, il mondo non è come lo pensi tu.
– Sono d’accordo con Fatima, risponde Ankindé.
– E’ proprio come lo vedo dopo questo sogno, dice Alaye.
– Dovresti dimenticarlo, suggerisce Fatima.
– Pensa a qualcos’altro, aggiunge Ankindé.
– Impossibile, c’è solo questo nella mia testa. A chi altri potrei pensare?
– Ai tuoi genitori, risponde Fatima.
– Morti…, dice Alaye.
– Ai tuoi fratelli e sorelle, dice Ankindé.
– Dispersi, piange Alaye.
– Alla tua casa?
– Distrutta.
– Alla tua fidanzata, a tua moglie, suggerisce Fatima.
– Non ne ho, conclude Alaye.”

Fatima si avvicina ad Alaye e lo abbraccia per consolarlo.
“Smettila di pensare al passato, pensa al presente, a noi, a un possibile futuro. Abbiamo attraversato le frontiere e superato più di una prova, onoriamo coloro che non hanno avuto questa possibilità.”

Ayoub B. A. e Kévin J., (terza/2)

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2 pensieri riguardo “La barca dei migranti”

  1. Avverto una cecità di tale portata in Italia e in Europa che l’opera poetica IN ATTO di Yves Bergeret e le parole di Francesco Marotta che introducono questa pubblicazione sulla Dimora del Tempo sospeso costituiscono per me rari esempi di scrittura degna e onorevole; Yves sa (e vuole) sollecitare e rendere attive l’intelligenza e l’umanità delle persone che incontra, Francesco ne segue e ne traduce con appassionata partecipazione l’opera che, ripeto, è vera POESIA IN ATTO, non ferma, morta e in bella mostra sulla carta. Tutto questo interroga le nostre stesse scritture, chiede loro conto, tutto questo è un moto di opposizione al fascismo montante.

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