Pratica della poesia (III)

 

Romain Poncet

PRATICA DELLA POESIA
(su Il tratto che nomina)

PRATIQUE DE LA POESIE
(sur Le Trait qui nomme)

(Traduzione di Francesco Marotta)

Continua da qui

 

Tentativi d’incontro

 

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Il tratto che nomina è l’attraversamento di una vita dura. L’esistenza degli abitanti di Koyo è quella di una negoziazione permanente con la natura che li accoglie, che essi hanno plasmato ma i cui sussulti sono una costante minaccia. Così per la montagna, così per la lingua Toro Tegu cantata dalle donne del villaggio: «Sì, difficile, come ogni sforzo sul pendio della montagna: risalire, che mette alla prova il cuore e i polmoni; discendere, che tormenta le ginocchia; coltivare le terrazze, che cedono e si sgretolano; parlare camminando, che lascia senza fiato; andare ad attingere l’acqua e riportarla nel recipiente sulla testa. La vita è difficile, bisogna comprenderlo.»

La vita difficile per gli organismi indica anche la vita difficile nell’ordine della comprensione. I soggiorni riportati uno dopo l’altro vogliono aprire un cammino verso la conoscenza di questo villaggio che accoglie il poeta e lo considera come uno dei suoi. Il lavoro in dialogo a Koyo si porta dietro tutta una serie di interrogativi: quale fossato ci separa? Quale ruolo è assegnato al posatore del segno scritto? Cos’altro nasconde questa montagna? Le indicazioni che decidono di fornire sono complete, esaustive, veritiere?

La vita e suoi enigmi alimentano queste domande. Ecco, il poeta viene invitato a lasciare la casa che lo accoglie perché il suo ospite si è sposato e la sua presenza sembra in contrasto con un codice del pudore di cui non si era reso conto. L’episodio di vita porta a riflettere sul ruolo esatto della creazione con i pittori: quei momenti sarebbero una precauzione presa dal villaggio e non l’avvicinamento – l’unione? – con lui?
Regolarmente, le conclusioni di un soggiorno precedente si scontrano con l’osservazione attenta del successivo. La forma delle pitture di Dembo, la natura del suo comportamento derisorio, trovano una spiegazione a distanza di anni attraverso la rivelazione del suo ruolo di cantastorie, di officiante dei riti di passaggio delle circoncisioni.

Analogamente, la struttura mentale a scacchiera, osservata con attenzione nei primi anni, è stravolta dall’evoluzione delle pitture murali di Hama Babana Dicko. La parola del poeta viene manipolata con arguzia più e più volte, e non lo si nasconde. Come per rimettere in discussione ogni certezza che potrebbe rafforzare l’illusione di una conoscenza sicura di coloro che non si conoscono affatto e che non ci si risolve a conoscere indipendentemente dai nostri schemi teorici. Il tratto che nomina invita all’accettazione di questo spazio irriducibile a un sistema etnografico che tradirebbe «le meraviglie del dialogo di intelligenze che sono tuttavia molto differenti e delle quali una larga parte di ognuno rimane inaccessibile all’altro.»
La parola scritta accetta di indebolirsi di fronte a una parola che riconosce come uguale. Il ritmo del luogo detta anche il ritmo della rivelazione. L’iniziato si arma di pazienza ma anche di astuzia: «mi guardo bene dal fare qui una domanda, perché so che devo stare fedelmente al gioco: che sia Alabouri o Hamidou a rivelarmi le cose. Mi si avvia sulla strada della conoscenza iniziatica, anche se i miei occhi e la mia osservazione anticipano a volte ciò che sto per apprendere.»

 

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La prova del passaggio verso il mondo di Koyo impone all’iniziato il suo ritmo lento. La frustrazione, lo scoramento non sono estranei ai capitoli del libro. Difficile da comprendere. La nostra civiltà di turisti ha imparato a considerare il pianeta come il suo terreno di gioco. Andare a vedere da vicino l’autoctono e poi ritornarsene, i bagagli pieni di oggetti “autentici” e l’anima più leggera per sapersi aperta alla “alterità”, formano la trama di un discorso semplicistico che celebra il meticciato come una virtù e un vaccino efficace contro il razzismo – da cui ci si è liberati in Europa, è risaputo.

Ma si è davvero certi di aver incontrato quelli che chiamiamo gli “altri”? Il riposo di cui si gode nell’aereo di ritorno, il benessere che siamo andati a cercare, sono le prove che l’incontro ha avuto luogo? Non potrebbe darsi che l’incontro sia, al contrario, l’occasione di una lacerazione, di uno sforzo doloroso e talvolta ingrato?
La poesia del Tratto che nomina commette un’infrazione a un altro codice di buona condotta: quello della pubblicità e dei suoi facili slogan. Che cosa raccontano queste scalate di Koyo e questi atti creativi?

Le fatiche del corpo. La malattia che abbatte il poeta nel corso di un’escursione, le cadute indesiderate su delle rocce scivolose, la puntura dello scorpione, le pareti che graffiano la pelle, subito sostituite dal sole implacabile… tutto fiacca la volontà, tutto si erge e raccoglie il suo prezzo. E la scala di rami su cui passano i pittori ma che si piega sotto i piedi del loro compagno, obbligandolo ad arrampicarsi in uno strettissimo cunicolo nella roccia, con una progressione strisciante da togliere il respiro.

Il racconto poetico tiene a distanza la foto pubblicitaria e la prosa eroica. Colui che parla è un uomo, non un gigante, non un demiurgo, né per i suoi lettori, né per i suoi amici di Koyo. La montagna esige quanto le è dovuto, in cambio delle sue rivelazioni. Impone una presenza continuamente avversa. «Noi saliamo, la pioggia cade sulle nostre spalle, sui nostri petti, sulle nostre gambe; i piedi scivolano sulle pietre e sollevano il nostro corpo, il nostro carico, il nostro respiro; il pensiero resta indietro, parecchi passi più in basso, nella nebbia di polvere e acqua dove lotta e cerca, correndo dietro alle sue gambe, già senza fiato. Bisogna fermarsi.»

La montagna è dura. Dura quanto l’accesso al pensiero simbolico e alla lingua Toro Tegu. Difficile quanto sopportare la sensazione di prolungata ignoranza, anche quando alcuni misteri sembrerebbero svelati «I nostri cammini reciproci sono veramente così ardui che una forma di pigrizia fa venire voglia, a volte, di rinunciare, dicendo che la comunicazione tra noi è del tutto illusoria perché impossibile. No, io voglio crederci.» Poesia-Necessità.

 

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Una questione che potrebbe porre la storia, con la «S» maiuscola, se potesse parlare come una montagna: perché sottoporsi a tutte queste prove quando l’aria condizionata è ormai inclusa nelle offerte degli alberghi? non va trascurato questo argomento, dal momento che esiste in infinite forme, dalla più diplomaticamente presidenziale a quella meno rivestita di ipocrisia. Essa prospetta un percorso che bisogna poter risalire prima di rispondere. Un cammino che riporta dritto al Diciannovesimo secolo e all’irruzione delle armate coloniali in queste pianure del Mali che vennero accorpate allora al «Sudan francese». Anche quelle armate fecero degli sforzi fisici spaventosi per soddisfare la brama di conquista del governo francese. Anche i loro ufficiali ne fecero dei reconti. Ma a quale scopo? A quale scopo, ad esempio, il capitano Marie-Etienne Péroz descrive nel 1894, nel suo In Niger, questa scena di cerimonia notturna in un villaggio mandinga, più di mille chilometri a sud di Koyo?

«In quel momento la luna, completamente libera dalle nuvole, rischiara magnificamente l’altopiano sul quale i due villaggi sono costruiti. Frotte di bambini negri saltano e giocherellano in girotondi fantastici che si incrociano e si sciolgono rapidamente come figure di una danza collettiva. Quelle centinaia di piccoli corpi nudi, tutti neri, deformati, contorti dalle strane evoluzioni dei loro balli, sembrano una banda di gnomi infernali che lanciano qualche maleficio.»

Come descriverebbe questo capitano, desideroso di capire i popoli africani, le polifonie delle Donne di Koyo che si levano nella notte all’indirizzo del poeta ospite? L’irruzione coloniale utilizza la sua parola come si costruisce un muro di separazione. La conquista coloniale, il viaggio turistico di piacere sono uniti dall’illusione con cui si ingannano: descrivere «l’altro». In questa lingua, si sente una sola voce. Le situazioni descrivono uno scenario, indifferentemente un rilievo attraversato, una capanna, un mercato, della frutta, dei bambini. Gli uomini e donne non esistono nelle tre dimensioni, ancora meno nella loro quarta dimensione, quella della parola. Sono degli esseri piatti, il cui contatto non rischia di minare l’ego e le stratificazioni identitarie di cui un’intera vita in Europa ci ha impregnati.
La parola coloniale rifiuta l’incontro. Non accetta che la sottomissione. La parola turistica, che non si aspetta altro che un servizio, le somiglia.

Il tratto che nomina si muove in senso opposto a questa corrente, senza nasconderne le limitazioni e le conseguenze. Ma gli abitanti di Koyo non sono uno scenario. La loro pienezza si impone e, con essa, i loro rifiuti, le loro diffidenze, la loro amicizia. Il poeta che si ostina a voler comprendere e incontrare, acconsente a perdere in parte, dolorosamente, ciò che lo connota come uomo appartenente a un’epoca e a un luogo. Sradicamento, impegno, stridore di denti dell’individuo; elevazione in comune, slargamento del mondo, umanizzazione atraverso la parola scritta e dipinta.

«Capisco meglio che la mia vita a Koyo, così difficile, rivolta la mia pelle, un tessuto che ora fluttua nel vento. L’identità con la quale sono venuto a Koyo, con la quale sono avanzato nei miei studi e nei miei anni, fluttua, spoglia variopinta che vedo già da lontano, un po’ in alto nel cielo, in un lieve controluce che ha il sapore dell’addio. E’ allora, in questa libertà felice e sciolta dello sguardo e del pensiero, che la lingua del poema si dispiega, agisce, va e mi dona che le parole che io poso. […]
Vedo allora agitarsi la mia pelle che si ritrae e si allunga; vedo che è l’ipotesi barocca e leggera maturata attraverso secoli di civiltà. Felice e tranquilla, muove dalla coscienza che sa che l’io è una pelle e che ricopre la minima parte di questa epidermide.»

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1 commento su “Pratica della poesia (III)”

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