Nell’esilio / Breve saggio sul “Tratto che nomina” di Yves Bergeret

Quasi un anno fa avevo spiegato il perché desiderassi intitolare questa specie di rubrica dalla cadenza irregolarissima “Nell’esilio” e vi pubblico oggi un “breve saggio” dedicato al Tratto che nomina / Le Trait qui nomme perché un’opera come questa perfettamente si costituisce quale punto di riferimento per la riflessione e l’acquisizione di ulteriore coscienza dentro una sensazione permanente di esilio dalla polis cui accennavo.
Sono la premessa di Francesco Marotta e lo straordinario saggio di Romain Poncet a fare senza dubbio alcuno scuola per me, ma provo a dipanare qualche mia riflessione in merito alla questione.

Se vogliamo indulgere al vizio europeo e in generale occidentale di classificare un’opera di scrittura, Il Tratto che nomina è senza dubbio impossibile da definire e questa è una delle sue tante virtù: solo all’apparenza esso è il diario dei numerosi viaggi e soggiorni che l’autore ha compiuto nel villaggio di Koyo, ché, invece, il libro possiede un’estrema complessità di struttura e di pensiero, sa essere riflessione e poesia (la lingua e lo stile sono meravigliosamente pregnanti e vivi), relazione antropologica e saggio sull’arte in atto (ritornerò presto sul concetto di “arte in atto”), analisi di dati e di materiali e saggio storico.
Ecco: Il Tratto che nomina distrugge già in partenza ogni tentativo classificatorio secondo categorie diciamo così tradizionali.
“Arte in atto”, a sua volta, è espressione-concetto che si colloca esattamente agli antipodi di ogni operazione contemplativa, sterilmente accademica, estetizzante, musealizzante nei confronti di quanto Yves Bergeret ha vissuto a contatto con i poseurs de signes e con l’intera comunità Toro Nomu: “arte in atto” è l’accadere del segno (grafico, verbale, cantato, danzato, scolpito, non importa) in inscindibile simbiosi con la vita e con la storia, con la spiritualità e con la visione esistenziale dell’intera comunità – già usare un termine come “arte” può essere limitante e anche fuorviante perché si applicano un termine e un concetto occidentali (con l’intero suo portato storico, sociale, politico) a un contesto non-occidentale.
A tal proposito qualunque lettura del Tratto che nomina in termini di esotismo è totalmente errata; soffermarsi su alcuni passi dell’opera perché “carini”, “folcloristici”, “strani” e simili è qualcosa che rasenta l’idiozia: il libro va letto FINO IN FONDO e da esso si deve cercare d’imparare a liberarsi dagli schemi pregiudiziali che ci condizionano.
Quella dei Toro Nomu è una civiltà dal pensiero simbolico raffinatissimo e complesso, forse una delle ultime presenze, su questo pianeta, di civiltà solidamente fondate sull’oralità della trasmissione culturale e sulla coincidenza perfetta tra concezione del mondo e vita quotidiana, tra pensiero e segni che lo esprimono – mi sembra che proprio l’assenza di dicotomie tra quello che per i Toro Nomu è il “mondo degli spiriti” e quello che noi chiameremmo la “realtà concreta”, tra parola per comunicare e parola creatrice della realtà, tra visione del mondo e segni (grafici o parlati) che la esprimono sia l’identità stessa e l’alterità di questa civiltà rispetto all’Occidente.
L’apparente povertà materiale degli abitanti di Koyo è, appunto, apparenza oltre la quale si dischiude un universo che, credo, ancora custodisca anche le radici stesse della nostra civiltà: è come se la visione animistica che molto probabilmente caratterizzava tutte le civiltà mediterranee nel loro originarsi sia geograficamente “arretrata” fino alla falesia di Koyo per tutti i motivi storici che conosciamo e lì si sia conservata.
Sia chiaro: non vado qui affermando che l’Occidente dovrebbe “recuperare” quelle radici come alternativa e/o soluzione alle sue ricorrenti crisi (sarebbe una posizione banale e sciocca, falsamente ingenua tra l’altro) – sto invece dicendo che Il Tratto che nomina costringe a guardare con occhi nuovi e non-colonialisti a una civiltà la cui alterità DEVE interrogarci e mettere in discussione, DEVE diventare per noi Occidentali l’altro lato della nostra coscienza di esseri umani cui rispondere; l’orizzonte eurocentrico è colpevole di numerose falsificazioni e ingiustizie, dovrebbe essere, questo, un dato ormai acclarato e che un poeta di diciamo solida formazione culturale europea viva la sua iniziazione all’universo di Koyo e ne esca totalmente trasformato e che lo scriva e che anche la sua produzione poetica diventi la contestazione visibile di certe posizioni ideologiche, di certi stilemi, di certi atteggiamenti, tutto questo non può essere trascurato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.