L’Enciclopedia asemica di Marco giovenale

Antonio Devicienti

Per un abbozzo di “commento”
al primo volume
dell’Enciclopedia asemica
di Marco Giovenale

Mi proverò qui di seguito a commentare il volume di Marco Giovenale enciclopedia asemica / asemic encyclopædia I volume 2011-2017 edito da ikonaLíber di Roma nel 2019.

……Scusandomi in anticipo per la lunga citazione, introduco, per chi fosse poco o nulla informato sulla questione, il concetto di scrittura asemica o asemantica tramite le parole stesse di Marco Giovenale; la citazione proviene dalla rivista “l’immaginazione” n. 274 del marzo-aprile 2013, pagina 41, ma l’articolo è leggibile sul blog personale di Marco Giovenale slowforward (qui), dove si possono ritrovare innumerevoli rimandi utili ad altri siti e a versioni successive dell’articolo: Da non poco tempo, da quasi due decenni ad esser precisi, una linea di confine fra testualità e arte contemporanea è più distintamente visibile, percorsa e fatta propria da molti artisti e da autori di testi sperimentali. Si tratta della scrittura asemantica, o prima ancora, in inglese, asemic writing (inganna il dizionario che assegna ad “asemic” tutt’altro significato).
……Di che si tratta? Sono glifi, grafie e calligrafie, alfabeti, materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso). Le radici di questa pratica arretrano al secolo passato. Specie con
Alphabet e Narration (1927) Henri Michaux avviava una sua esplorazione – poi ininterrotta – del territorio. Nel 1947 e a varie riprese successivamente, con le Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, Bruno Munari aveva giocato con alfabeti enigmatici o alieni (pagine riassuntive e felici si leggono e osservano in Codice ovvio, fra l’altro). Nei decenni successivi Christian Dotremont, Brion Gysin, León Ferrari, Mira Schendel, Mirtha Dermisache e moltissimi altri artisti avrebbero ancor più sistematicamente battuto gli stessi sentieri. Negli anni Settanta Irma Blank copre intere superfici e fogli con scritture inesistenti, sottili tracciati che mimano una grafia minutamente nervosa, senza intenzione transitiva: nel 1974 Gillo Dorfles le dedica un testo (che si può ora leggere qui) in cui di fatto conia l’espressione “scrittura asemantica”: «una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in – “segni discreti”, in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati. […Si tratta quasi di] tracciati […] sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale». Del 1981 è uno dei capolavori di asemic writing: l’“enciclopedico” Codex Seraphinianus di Luigi Serafini.
……Giovenale cita poi i nomi di Mark Tobey, Pierre Alechinsky, Asger Jorn, André Masson, Louise Bourgeois, Vincenzo Accame, Adriano Spatola, Emilio Villa, Magdalo Mussio, ma è in particolare dalla seconda metà degli anni Novanta che un autore australiano, Tim Gaze (http://asemic.net), ha iniziato non solo a proporre e promuovere l’espressione “asemic writing” come unificante e definitoria (sulla scorta di un dialogo tra Jim Leftwich e John Byrum), e a lavorare in questo senso lui stesso con opere e disegni numerosissimi, ma ad attivarsi altresì per promuovere questa linea di ricerca – che vedeva praticata da centinaia di artisti e autori in tutto il mondo – attraverso mostre, iniziative, siti, edizioni, riviste, fascicoli su carta e online (tra cui «Asemic magazine» e «asemic movement»), che nel primo decennio del nuovo secolo si sono moltiplicati ulteriormente grazie all’apporto di una vera e propria collettività di artisti (e) curatori, in rete e fuori, tra cui (non citando nomi italiani) Pete Spence, Rosaire Appel, Orchid Tierney, Michael Jacobson, Cecil Touchon, Marc Van Elburg, John M. Bennett, Billy Mavreas, Miron Tee, Jakub Niedziela, Dirk Vekemans, Bruno Neiva, Yu Nan, Lin Tarczynski, Geof Huth, Satu Kaikkonen, Karri Kokko, Jukka-Pekka Kervinen, Ekaterina Samigulina, John Martone, Drew Kunz, Michael Gatonska, Jean-Christophe Giacottino, Michel Audouard, Pamela Caughey, Kerri Pullo, Anne Moore, Mark Firth, Denis Smith, Lucinda Sherlock, Anneke Baeten e molti altri.

……M’interessa riflettere qui sull’asemic writing perché viene proposta una maniera radicale di ripensare la scrittura, il suo rapporto con il significato e con il potere, perché la scrittura asemica è un vasto movimento internazionale in piena effervescenza e perché contribuisce a quel “cambio di paradigma” che Giovenale stesso teorizza da anni in numerosi suoi interventi sia critici che come autore di testi; svincolare significante da significato è, infatti, un atto di liberazione dalla dittatura del significato, dall’imperio del significato (dalla sua teologia, se mi è consentita l’espressione) se e ogni volta che il significato viene riconosciuto quale portato autoritario e imposizione autoritaria per cui, venendo meno l’arbitrarietà del segno in quanto portatore di significato, si spalanca un orizzonte (vastissimo) entro il quale sono fondanti l’accenno e l’allusione, la somiglianza e il puro gesto segnico.
Attenzione, però, perché Giovenale è chiarissimo: in un lavoro asemico manca il significato, MA NON il senso.
……Da un certo punto di vista la scrittura asemica potrebbe essere disturbante e inquietante (come, del resto, deve esserlo ogni scrittura che non voglia essere consolatoria, tranquillizzante, complice cioè di un sistema segnico che è un dispositivo costruito dai poteri dominanti), ma essa porta la mente a liberarsi da un’abitudine che definirei “utilitaristica” e anche “imbrigliata” e che è quella di volere o dover comprendere il significato di quanto è scritto, là dove, invece, la mente stessa, di concerto con lo sguardo, viene invitata a contemplare il vuoto di significato, il silenzio della scrittura, il suo rovescio oppure prendere atto dei momenti “sbagliati”, abortiti, incompleti, difettosi, manchevoli, maldestri della scrittura stessa.
……La differenza radicale tra una scrittura che non sappiamo leggere o decifrare e quella asemica consiste nella certezza che dietro e oltre quest’ultima non c’è il significato – si pensi, per esempio, alle tavolette in lineare A che ancora non sono state decifrate: è certo che i testi hanno un significato (fosse anche l’elenco delle anfore custodite nel palazzo): la scrittura asemica si pone, invece, come scrittura vuota di significato, che si giustifica in sé e per sé (non dimentichiamo che l’occhio è portato istintivamente e immediatamente a leggere la sequenza di lettere alfabetiche, mentre l’asemic writing invita la mente a una molto maggiore libertà di approccio e di movimento, a soffermarsi sul segno liberandosi di modalità indotte e, spesso, condizionanti e pregiudiziali).
……Essa può avere tutti i significati o può non averne alcuno e, comunque, questo arrovellarsi rivela quanto la mente rimanga legata al rapporto dualistico tra significato e significante, là dove la scrittura asemica elimina il significato evidenziandone, talvolta, la trascurabilità o la variabilità, o anche il portato autoritario, mistificatorio.
……Roland Barthes afferma, nel mentre critica la riduzione del linguaggio alla semplice funzione comunicativa, che nella scrittura è contenuto anche un aspetto di illegibilità il quale, fatto proprio da alcuni artisti, serve a nascondere e a preservare di contro a un potere che, impossessandosi della scrittura, la piega ai propri fini (si vedano le sue Variazioni sulla scrittura) e lui stesso è autore di esempi di contre écriture – poi, riprendendo in mano L’impero dei segni (Einaudi, Torino, sesta edizione del 2007, traduzione di Marco Vallora, pag. 13), si legge: (…) è illusorio voler contestare la nostra società senza mai pensare i limiti stessi della lingua con cui (rapporto strumentale) noi pretendiamo di contestarla: è come voler distruggere il lupo introducendosi comodamente nelle sue fauci. Questi esercizi d’una grammatica aberrante avrebbero almeno il vantaggio di suscitare il sospetto nei confronti dell’ideologia stessa del nostro parlare – com’è noto Barthes sta riflettendo sui modi differenti che hanno le lingue indoeuropee da una parte e il giapponese dall’altra di esprimere il rapporto della mente con la realtà, di generare le espressioni verbali e di restituire le funzioni del soggetto e dell’oggetto, della transitività e dell’intransitività dell’azione.
……Proprio seguendo l’itinerario barthesiano mi torna alla memoria un testo di Giulia Niccolai che s’intitola GIAPPONE:

A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”:
il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne
33 sono gli spazi vuoti

tra le colonne.

Filosoficamente il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente
e nessuno.

Trovo esemplificato proprio in questo testo (pur NON ASEMICO, ma l’ironia è coerente con l’universo dell’asemic writing: e ironia e paradosso potrebbero consistere nel fatto che anch’io, ora, per esempio, vado costruendo un testo lineare servendomi di un codice linguistico – l’italiano – per parlare di scrittura asemica: ineluttabilità forse della lingua convenzionale cui la scrittura asemica può valere come ombra, controcanto, desacralizzazione…) trovo esemplificato qui, dicevo, il senso più vasto della scrittura asemica: vuoto e silenzio posseggono un senso e sono accoglienti: la scrittura asemica lo afferma in modo visibile – e a ragione Giovenale può ribadire che i due tipi di scrittura non si escludono a vicenda e che lui stesso le pratica entrambe: si tratta di due modi differenti di manifestare il senso.
……Ai miei occhi l’asemic writing è una possibilità o direzione per riflettere su di una situazione che già Vincenzo Agnetti nel 1968 intitola nelle sue Tesi “Crisi del linguaggio, ironia e contaminazione dei significanti per denunciare l’abuso del potere sulle parole” – per molti versi trovo che l’opera di Agnetti continui a essere feconda di suggestioni anche per l’asemic writing e, per restare nel campo delle cosiddette arti visive, le cancellature di Emilio Isgrò costituiscono un atto consapevole in direzione del vuoto di significato capace di restituire un senso liberato dalle sporche condotte politiche del logos occidentale (Giovenale nell’intervista che chiude il volume rispondendo alla domanda di Giuseppe Garrera relativa all’equazione mortifera logos-linguaggio-legge sulla quale insiste la tradizione asemantica).
……La scrittura asemica costringe anche a mutare un’abitudine mentale che si aspetta di “leggere” “messaggi” emananti dalla realtà: è antiromantica e materialistica perché presuppone e poi dimostra che tutte le possibili scritture che crediamo di percepire nella e dalla natura non hanno significato alcuno né tantomeno rimandano ad alcuna trascendenza, anche se questo non impedisce affatto di scorgere proprio nella natura forme di scrittura asemica (si pensi ai tronchi degli alberi, alla sabbia, alle rocce, alle stesse nubi come luoghi e situazioni possibili entro cui l’occhio può scorgere forme asemiche, ma deprivate di qualunque rimando metafisico).
……Altro tratto potrebbe essere il piacere (paradossale) di ritrovarsi “analfabeti”, ma si potrebbe trattare, per altro verso, di un “analfabetismo” il quale, constatando l’impossibilità immediata di associare un significato al significante, si lascia andare, libero, a “letture” come quelle che sono proprie dei bimbi in età prescolare che, imitando gli adulti, pretendono di leggere segni ch’essi, in realtà, non sanno ancora associare a suoni e a significati – molti autori di opere asemiche sottolineano tuttavia l’universalità di tali realizzazioni perché non bisognose di traduzione, ma offerte allo sguardo e all’interpretazione di chiunque indipendentemente dalla propria lingua materna e cultura (un linguaggio universale che non prevede una lettura ma uno sguardo accogliente osserva Ada De Pirro nel suo chiarissimo ed esaustivo contributo leggibile qui: https://www.alfabeta2.it/2019/06/02/essere-soltanto-marco-giovenale-nel-rovescio-della-scrittura/).
……E si aggiungano le molteplici possibilità che l’asemic writing possiede di essere realizzato sui supporti più diversi, di modo che si è costretti a ripensare anche il concetto di superficie e di supporto scrittorio, compreso lo schermo di un computer e affini. […]

(L’intero saggio sarà a breve pubblicato in
“Quaderni delle Officine”, LXXXVIII, agosto 2019

8 pensieri riguardo “L’Enciclopedia asemica di Marco giovenale”

  1. Grazie.
    Sono commenti come questi, insieme ai like (soprattutto quelli delle pasticcerie e dei negozi di cosmetica) che ci danno la forza di continuare.

    p.s.
    E’ ammessa anche la variante “che palle”.

  2. un grande grazie da chi lavora nelle pasticcerie e nei negozi di cosmetica come cazzo ti chiami nn si sa come scriverlo borghese amante dei rom che scordi di commemorare lolli e mi hai letto quest’anno ma nn rispondi tu e quel deficiente amico tuo dove vuoi andare avanti se proprio gentaglia tipo voi hanno fatto ostruzionismo alla poesia nuova con l’eterno epigono tuo di nomi talmente facili da intendere che io mi vergognerei a pubblicare….confermo grazie da gente onesta come i pasticceri e i cosmetici, ladro di versi che usi il corsivo per nn farli intendere. io faccio l’idraulico…

  3. Perché, invece di commentare in modo rancoroso, non fare la cosa più semplice: smettere di leggere questo blog? La lettura è ancora un atto perfetto di libertà. Joyce non mi piace? Non lo leggo e non cerco di convincere i joyciani accaniti a cambiare parere. .

  4. Nessun rancore da parte mia e, poi, per qual motivo? Nessun rancore, solo noia. Genuina.
    Perché smettere di leggere un sito che pubblica anche autori interessanti?
    Signor Marco Ercolani, lei è fuori strada. Ad maiora…

  5. Leggo questo solo ora, poiché d’estate faccio la stagione e i fornelli non mi danno riposo, e di solito dormo e lavoro. Ora che sono in vacanza, ho il tempo di dedicarmi alla poesia. Della scrittura asemica mi interessavo diversi anni fa, insieme alla poesia concreta. Di tutte le poesie “visive” (la definizione è generica e non certo esatta), l’asemica e la concreta condividono un punto di partenza: l’allontanarsi dal significato. L’asemica è ovviamente il proseguimento (logico ma non estremo) della concreta. Quanto scrive Antonio, che trovo tutt’altro che noioso (ma sono gusti, eh…), e che condivido appieno, potrebbe (anche) far pensare i molti che utilizzano le parole come semplice mezzo… a volte usando i significanti in modo assolutamente insignificante…

    Masssimiliano

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