Visioni d’Europa: frammenti a Odino (per un omaggio a Eugenio Barba)

Nei primi mesi di quest’anno Eugenio Barba ha annunciato con una bellissima lettera che il 31 dicembre 2020 lascerà la direzione dell’Odin Teatret. Sono nati così, d’impeto, questi miei “Frammenti a Odino” che desiderano celebrare il Maestro, il suo Teatro e una certa idea di convivenza e di curiosità verso il cosiddetto “altro”.

Non si può cominciare se non con il “baratto”, l’enorme invenzione ed eredità dell’Odin Teatret: barattare culture e lingue, memorie e sogni.

Odino, Dio in sella a un cavallo a otto zampe: dio mai stanziale: andando, sempre andando.

Gli attori dell’Odin Teatret che, a Carpignano Salentino, dialogano con le donne anziane vestite di nero.

Quel filo ininterrotto teso dalla Polonia di Grotowski fino alla Danimarca: fino a noi.

L’attore con un tamburo tra le gambe osserva la donna anziana che inforna il pane. La Sardegna con il suo abissale passato.

Odino si è fermato a Delfi nel luglio del 2019: due divinità solari, migranti, si dissetano nella calura meridiana. L’oracolo fa correre brividi tra le fronde degli olivi: i frassini, da Nord, rispondono.

Quando il tempo del lavoro fa udire le sirene delle fabbriche gli attori di Eugenio Barba danzano il lavoro del teatro.

Teatro in piazza, la comunità che vi si raccoglie, i bambini portano con sé i loro giocattoli.

L’universo in un guscio di noce, dice Amleto – il mondo nel palmo della mano a raccogliere il fiato dell’attore, per scagliarlo lontano.

Lasciate le panchine in piazza, aggiungetene di nuove, la gente pretenda panchine ancora e nello spiazzo tra di esse l’antico calzolaio richiama alla mente i canti che sa (tanti), l’antico fabbro riprende in mano il violino. Dalle case intorno portano sedie, offrono il pane. Odino accende i fuochi e issa trampoli.

Libertà dell’andare e dell’incontrare.

La giornata a Holstebro: esercizio incessante. Il teatro oltre lo spettacolo, oltre il momento, il teatro nella profondità della vita.

Pedagogia e autopedagogia nel teatro. Ritrovare lo sguardo penetrante dell’Europa – e che l’Europa ritorni a vedere sé stessa.

Quando la sera accende i suoi fuochi in piazza si mescolano le lingue.

Il baratto accade tra persone e tra tempi della storia; tra luoghi e tra ricordi.

Tecnologia arcaica, la chiama Eugenio Barba – si riferisce ai modi tradizionali del teatro che potrebbero sembrare obsoleti nel presente “digitale”; e tuttavia l’Odin Teatret continua a scavare aprendo, dentro il presente, l’abisso del passato.

Artigianato teatrale, dice Eugenio Barba: è l’etica del saper fare, anzi, del saper fare “a regola dell’arte”.

L’Odin Teatret è essenzialmente politico, ribadisce Eugenio Barba e la polis si fa mentre il teatro si fa, mentre il teatro si cerca, mentre esso cerca la polis, mentre la polis lo pensa e lo scopre necessario.

Un’identità di “straniero”, si definisce “migrante” Eugenio Barba quando racconta dei suoi inizi (è stato anche a Oslo, operaio, come Luigi Di Ruscio, per esempio); lo straniero reca dentro di sé questa doppia identità, figlio di un luogo che giace altrove, figlio adottivo del luogo che si chiama “qui”.

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